Semiosi illimitata

Nulla esiste per essere solo quello che è. Le rughe sul volto di quella sconosciuta hanno lo stesso sapore della carta screpolata dei vecchi giornalini, sono gli anni ’70 e i film con Elliott Gould. I tuoi occhi mi fanno pensare alle querce, alla costellazione di Orione, ai biscotti con la marmellata di more. I segnali stradali diventano cerchi colorati sulle confezioni dei cereali. Sento i granelli di zucchero sotto la lingua e penso a quel giorno di giugno sull’Etna, la bocca rossa di gelsi e il muretto in pietra lavica sotto i polpastrelli. Leggo Tropico del Cancro e rivedo quella foto in bianco e nero, quella che non è mai stata scattata.

non si spiega

Mentre corro mi sento sott’acqua, scendo in profondità e mi manca il fiato. Le curve dei tuoi fianchi assomigliano a Pink Moon di Nick Drake, quella mela invece ha il sapore di Janis Joplin. Il salotto è una giungla e i tappeti bianchi sparsi sul pavimento sono le isole Molucche; ho il pigiama a rombi e i calzini troppo larghi, la penna multicolor è la fiocina con cui affronto gli squali. I baci che mi dai sono la granita di mandorle, il sole che brucia, le spalle su un muro scrostato e gli occhi verso il mare. Ed è come essere sull’Empire State Building e osservare Central Park. Ogni cosa è incomprensibile, ogni cosa è qualcos’altro.

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L’inarrestabile regresso dell’umanità

La follia, la profonda stupida follia degli esseri umani non smetterà mai di stupirmi. Chissà cosa s’era fumato il caro Auguste Comte prima di scrivere il Corso di filosofia positiva. L’umanità andrà incontro a un progresso inarrestabile, diceva. Povero illuso. Siamo nel 2014 e l’inarrestabile progresso dell’umanità ha prodotto Facebook, i #selfie dei bimbiminkia e Beppe Grillo in streaming. Se non fosse per la scienza, che qualcosa di buono l’ha fatto (ad esempio la penicillina e gli orologi da polso digitali), saremmo totalmente fottuti. Guardiamo in faccia la realtà: niente teletrasporto, niente colonie sulla Luna e su Marte, niente macchine volanti e robot intelligenti. In compenso continuano a esserci guerre ovunque, la gente muore di fame e i gay sono ancora discriminati. In più di 70 paesi essere omosessuali è addirittura un reato. Essere gay. Un reato. Nel 2014. E si continuano a promulgare terrificanti leggi omofobe e liberticide, l’ultima in ordine di apparizione viene dall’Uganda. Ne parlo in un post su Storify che potete leggere di seguito (arrivate fino in fondo e scoprite cos’ha detto sull’argomento il mitico Carlo Taormina, non ve ne pentirete).

Ah, l’inarrestabile regresso dell’umanità.

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The Synthetic Kingdom

The Synthetic Kingdom – A Natural History of The Synthetic Future è il titolo di un’incredibile opera d’arte. L’autrice, Alexandra Daisy Ginsberg, è al tempo stesso una designer, una scrittrice, una visual artist e una ricercatrice. La Ginsberg collabora da anni – insieme a biotecnologi, artisti e sociologi – a Synthetic Aestethics, progetto dell’Università di Stanford e dell’Università di Edimburgo dedicato allo studio delle problematiche concettuali ed estetiche che pone l’evoluzione della biologia sintetica. L’interesse principale della Ginsberg riguarda il punto di intersezione tra biologia e arte. “Se davvero la biologia può essere costruita”, si chiede la Ginsberg, “è lecito domandarsi che forma darle, quale design usare o non usare?”.

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The Synthetic Kingdom è un’opera composita, realizzata mettendo insieme stampe, oggetti e video animati in cui la Ginsberg immagina ipotetiche strutture biosintetiche realizzate dall’uomo per gli scopi più disparati. L’idea di fondo è quella che presto l’evoluzione delle biotecnologie ci porterà ad aggiungere un altro ramo all’albero dell’evoluzione: quello della vita sintetica.

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 TRE ESEMPI DI STRUTTURE SINTETICHE

Nel momento in cui diviene possibile costruire da zero, come si può distinguere ciò che è naturale da ciò che non lo è? [...] Prendete una caratteristica di un organismo vivente, individuatela nel suo DNA e inserite l’informazione estratta in uno chassis biologico. [...] La vita sintetica elaborerà informazioni, produrrà energia, eliminerà l’inquinamento, produrrà parti che si autoriparano, ucciderà gli agenti patogeni e farà anche i lavori di casa.

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Fibre ottiche per le telecomunicazioni
I batteri con l’enzima SILICATEIN sono in grado di trasformare il mare in una fabbrica di prodotti utilizzabili dall’uomo. L’acido acetilsalicilico è polimerizzato dall’acqua marina per realizzare elementi di silicato usate nelle fibre ottiche. [DNA d'origine: Euplectella aspergillum (spugna marina)]

 

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Timer bioelettronico per il pranzo 
Attraverso l’utilizzo di un oscillatore sintetico chiamato REPRESILLATOR, questi timer viventi sono programmati per esprimere la proteina rosa DsRed2 all’ora di pranzo. [DNA d'origine: Escherichia coli]

 

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Luminaire

Energia illimitata: LUMINAIRE
L’enzima LUCIFERASE offre un’alternativa al mercurio tossico utilizzato per realizzare le lampade a basso consumo. [DNA d'origine: Lampyris noctiluca (coleottero)]

 

TRE ESEMPI DI PATOLOGIE SINTETICHE

Può succedere che batteri e strutture biosintetiche escano dai laboratori e colonizzino parti del nostro corpo. Cosa accade quando sfuggono al nostro controllo? Semplice: fanno quello per cui sono stati progettati. E prosperano.

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Tumore al polmone rilevatore di inquinamento
Donna di 64 anni, fumatrice, malata terminale. Le analisi hanno identificato una nuova specie di produttore di silicio contenente DNA proveniente  da rilevatori giapponesi di monossido di carbonio (il marchio del produttore è rimasto intatto). Una doppia malattia: nei suoi polmoni si sono sviluppati cristalli rilevatori di monossido di carbonio in risposta alla presenza di inquinanti.

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Alchimia colonica
Forse la patologia suprema: i prodotti di scarto del paziente si trasformano in oro. Si è sempre ritenuto che l’oro fosse impossibile da sintetizzare. Test genetici non sono riusciti a rivelare le origini di questi pregiati batteri alchemici. Il colon, sinora sottovalutato, adesso può essere definito il nostro organo più prezioso. Letteralmente.

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Batteri-timer rosa che occludono lo stomaco
Rimossi chirurgicamente da un uomo di 52 anni, questi batteri sintetici si sono evoluti all’interno dello stomaco del paziente. La luce emessa all’ora di pranzo ha innescato un accumulo costante di cheratina da parte dei batteri. La causa è stata identificata in un trasferimento casuale di DN A tra i batteri fuoriusciti dalla fabbrica di cheratina e un Timer bioelettronico per il pranzo smaltito per errore in una discarica locale.

Alexandra Ginsberg è stata definita da Maria Popova (quel giorno sotto l’effetto di sostanze psicotrope), forse con un eccesso di entusiasmo, un Michelangelo postmoderno. Se accettiamo questa definizione, The Synthetic Kingdom non può che essere la sua Cappella Sistina (potrei essere sarcastico, chissà), l’opera in cui è riuscita a raggiungere il vertice della sua capacità visionaria.

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Il mysterioso hobbit dell’isola di Flores

Chi segue questo blog dall’inizio (io e i miei tre lettori immaginari) ricorderà un vecchissimo post in cui parlavo della mia passione per Martin Mystère. Orbene, una strana vicenda paleoantropologica mi ha fatto tornare alla mente una bellissima storia del Buon Vecchio Zio Marty, letta secoli fa. Dovete sapere che nell’estate del 1988, per una serie di bizzarre circostanze, Martin Mystère si ritrovò a Chuslamocree, ridente paesino sperduto in un angolo remoto della verde Irlanda. Il soggiorno del nostro eroe in quell’amena località si rivelò più movimentato del previsto – tra misteriose sparizioni, accuse di rapimenti, pestaggi, incendi dolosi, suicidi, elfi, lepricani, uova cosmiche contenenti regine dei folletti, bambine sordomute parlanti e partite a croquet con gnomi malvagi. Non mi interessa in questa sede riassumere l’intera vicenda, la quale peraltro è stata mirabilmente narrata dal biografo ufficiale di Martin in un racconto della serie a fumetti che porta il suo nome (“Martin Mystère” nn. 76-77, luglio-agosto 1988), ma ricordarne un singolo episodio. Poco dopo il suo arrivo nel magico territorio del Piccolo Popolo, Martin ebbe modo di partecipare al Fleadh Cheoil – spettacolo di gnomi e folletti – nel corso del quale gli venne rivelata questa sconcertante verità: “mille e mille eoni prima della nostra era, il Piccolo Popolo si sviluppò parallelamente all’Homo sapiens e all’uomo di Neanderthal”. Ebbene sì. Al di là di miti, fiabe e leggende, il nucleo della storia narrata dallo gnomo Smourph è sin troppo prosaico: il Piccolo Popolo – dopo una lunga e pacifica convivenza con i nostri antenati e i nostri cugini neanderthaliani – fu praticamente sterminato dai crudeli Sapiens, e i pochi sopravvissuti furono costretti a rifugiarsi nei boschi e a vivere nella clandestinità.

Martin Mystère 76

Torniamo al cosiddetto mondo reale. Nel 2003 un team di paleoantropologi che stava conducendo scavi all’interno di una grotta chiamata Liang Bua, sull’isola indonesiana di Flores, rinvenne i resti fossili di una strana specie di ominide, chiamato Homo floresiensis. Si trattava dello scheletro parziale di una femmina adulta, alta all’incirca un metro e vissuta 13000 anni fa, ribattezzata Little Lady of Flores o Flo. Alcune caratteristiche dello scheletro di Flo (ad esempio femore e tibia corti) apparivano molto primitive e richiamavano quelle delle scimmie antropomorfe e degli australopitechi, altre invece si rivelarono eccezionalmente moderne e indubbiamente riconducibili al genere Homo. In particolare, una tomografia computerizzata del cranio evidenziò che il cervello, pur essendo molto piccolo – 380 cm³, meno di un terzo di quello di Homo sapiens – aveva una parte della corteccia frontale estesa (l’area 10 di Brodmann, fondamentale per lo sviluppo di attività cognitive complesse). Infatti, oltre a resti fossili di altri individui appartenenti alla stessa specie, nella zona di scavo furono rinvenuti utensili e strumenti in pietra che in teoria creature con cervelli tanto piccoli non avrebbero potuto fabbricare.

Un’altra caratteristica singolare dell’Homo floresiensis era il piede: l’alluce era allineato alle altre dita, come nell’Homo sapiens, ma il piede nel suo complesso era esageratamente lungo per un essere che raggiungeva a stento il metro di altezza – oltre 20 cm, pari al 70% della lunghezza del femore. Per questo motivo, oltre che per gli altri tratti peculiari, l’Homo floresiensis è stato informalmente ribattezzato hobbit, in omaggio al personaggio inventato da J.R.R. Tolkien: piccolo, intelligente e dotato di piedoni.

Cranio di Homo floriesiensis

Alcuni scienziati hanno messo in discussione l’appartenenza di Homo floresiensis a una specie distinta, ipotizzando che i resti ritrovati siano da attribuire a comuni Sapiens affetti da nanismo microcefalico, ma numerose analisi e ricerche successive hanno smentito questa ipotesi, confermando il fatto che Homo floresiensis è una specie a sé stante – seppur difficile da collocare esattamente nell’albero filogenetico del genere Homo. L’uomo di Flores si sviluppò parallelamente all’Homo sapiens (con cui probabilmente è entrato in contatto e ha interagito) sino a tempi recentissimi: i resti ritrovati a Liang Bua risalgono a soli 13000 anni fa, quando l’uomo di Neanderthal era scomparso dalla faccia della terra già da decine di migliaia di anni (eccetto Java, chi legge Martin Mystère sa di chi parlo).

Forse lo hobbit discende da Lucy

Non solo. Geologi e paleontologi pensano che la specie possa essersi estinta 12000 anni fa a causa di una devastante eruzione vulcanica sull’isola di Flores, ma l’antropologo Gregory Forth ha avanzato l’ipotesi che Homo floresiensis sia sopravvissuto alla catastrofe e che la sua presenza sull’isola sia alla base delle leggende della popolazione locale sugli Ebu Gogo, piccole creature pelose – capaci di esprimersi attraverso un linguaggio estremamente semplice – che saccheggiavano le dispense degli abitanti dell’isola, razziavano i campi e rapivano i bambini. Pare che fossero ancora presenti sull’isola quando arrivarono le prime navi portoghesi e olandesi, nel corso del XVI secolo, e secondo una delle storie tramandate furono arsi vivi alla fine del XIX secolo dagli abitanti di Flores, i Nage, che appiccarono il fuoco dopo averli riuniti al centro della foresta promettendo loro fibre di palma con cui realizzare indumenti. La leggenda vuole che una coppia di Ebu Gogo riuscì a fuggire, salvando così la specie dall’estinzione. Il paleontologo Henry Gee, su “Nature”, ha ipotizzato che Homo floresiensis possa ancora esistere in alcune zone inesplorate della foresta indonesiana e che vada messo in relazione con un’altra creatura leggendaria che da anni affascina i criptozoologi di mezzo mondo: l’Orang Pendek, il piccolo uomo di Sumatra.

A migliaia di chilometri dall’Irlanda – tassello dopo tassello – si ricompone la vera storia del Piccolo Popolo, e un tremendo sospetto comincia a insinuarsi nelle nostre menti: forse lo gnomo Smourph aveva ragione.

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Krisis

Sono in crisi, come sempre. Non preoccupatevi, non sto male. Siete carini a preoccuparvi per me. Mi sento tanto amato, davvero. Non sto neanche bene, certo, ma il mio non stare bene non dipende dall’essere in crisi. Chiaro, no?

No?

Per spiegarvi cosa intendo potrei dirvi che in cinese c’è una parola, wēijī, che significa al tempo stesso “crisi” e “opportunità”. Lo farei, se fosse vero, ma non lo è. Vi dico invece che krisis in greco antico significa “scelta”. L’etimologia della parola non è peregrina, ma ne contiene l’essenza semantica: chi è in crisi soffre, ma nel momento stesso in cui soffre sa già che a un certo punto avrà la possibilità di uscire dallo stato di sofferenza prendendo determinate decisioni, compiendo delle scelte che gli consentiranno di attraversare e superare la crisi (che è, per l’appunto, il momento delle scelte). Non solo: la crisi, di solito, giunge quando siamo pienamente consapevoli della drammaticità delle decisioni da prendere, quando sappiamo di trovarci di fronte a un bivio (o a molti bivi) e ci rendiamo conto che una volta imboccata una strada difficilmente avremo la possibilità di tornare sui nostri passi.

“Sto vivendo una crisi e una crisi c’è sempre ogni volta che qualcosa non va”, cantavano i compianti Bluvertigo. Ma c’è sempre qualcosa che non va. Sempre. “Molto spesso una crisi è tutt’altro che folle, è un eccesso di lucidità”. Già, si è in crisi perché consapevoli della problematicità della propria condizione, dei rischi potenziali da affrontare, delle possibili disillusioni e dei probabili disinganni. A condurre alla crisi è la percezione chiara delle cose. Essere in crisi, in altre parole, significa sapere di avere in mano solo un pezzo di un puzzle da diecimila pezzi trovato dentro un pacchetto di patatine gusto pizza. Per mettere insieme tutti i pezzi dovremmo passare la vita mangiando patatine gusto pizza; il che, ne converrete, non è fattibile (anche perché le patatine gusto pizza non fanno bene all’organismo). Ed ecco il paradosso: a volte la crisi diventa insuperabile (come il tonno) e il momento delle scelte si dilata a dismisura, sino a coprire l’arco di un’intera esistenza. È un cul de sac, un loop infinito, un uroboro, un cane che si morde la coda, un pinguino che scivola sul ghiaccio (no, che c’entra il pinguino?)

Io, dicevo, sono in crisi perenne (che culo), ma esistono anche esseri umani che non lo sono quasi mai. Potrei sbagliarmi, ma secondo me sono la fottuta maggioranza. Il mondo è pieno di gente che sceglie senza scegliere, agisce d’impulso e fa quello che sente senza porsi alcun problema. Queste persone vanno avanti come bulldozer e travolgono tutto con la carica del loro istinto: riescono a essere felici in un modo spontaneo e primordiale, un modo che a me è precluso. Per loro non c’è alcuna differenza fra pensare e agire: fanno quello che pensano e agiscono di conseguenza, senza soluzione di continuità. Se sentono di dover fare una determinata cosa (per star bene, per non soffrire), la fanno e basta, fregandosene di tutti i se e di tutti i ma. La loro è una vita fatta di gesti e azioni: una vita senza crisi. Un po’ li invidio, un po’ no. Che senso ha leggere una poesia, se non sai andare oltre le parole?

In quel preciso momento l’uomo si disse:
che cosa non darei per la gioia
di stare al tuo fianco in Islanda
sotto il gran giorno immobile
e condividere l’adesso
come si condivide la musica
o il sapore di un frutto.
In quel preciso momento
l’uomo stava accanto a lei in Islanda.

Jorge Luis Borges

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I Malkut

  • The whole problem with the world is that fools and fanatics are always so certain of themselves, but wiser people so full of doubts. Bertrand Russell
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