Kill Bill: Vol. 1 non è il quarto film di Quentin Tarantino. Kill Bill non è un film. È una scatola di cereali colorata che nasconde una pistola, è l’acciaio affilato e perfetto della katana di Hattori Hanzo, è la tutina gialla di Bruce Lee che avvolge il corpo sexy di Uma “The Bride” Thurman, è una lotta infinita e spietata in un bianco e nero splendente, è Twisted Nerve di Bernard Herrmann fischiettata da una finta infermiera ex replicante con una benda su un occhio, è il risveglio dal coma e l’alluce che torna a muoversi nella Pussy Wagon purpurea, è un antico proverbio Klingon, è una psicopatica diciassettenne giapponese vestita da collegiale, è una sequenza animata di dieci minuti in puro stile anime, è un romanzo che non finisce, una piccola lista di cinque persone, un uomo spietato e generoso che non si vede mai, un duello nella neve, una testa mozzata, litri di sangue che schizzano, uno yakuza tremante e spaurito che scappa, ombre cinesi in versione nippoamericana su sfondo blu.

È l’esplosione e l’implosione di mille generi cinematografici, dal kung-fu movie anni ’70 allo spaghetti western, è un inseguirsi di citazioni cinefile che si intersecano e si mescolano, è sushi frullato con ketchup e maionese, è virtuosismo in tutte le inquadrature, è la risata cinica e ironica di un regista che si è divertito come un matto a confezionare una storia che non è una storia ma contiene mille storie, è assoluta e totale sospensione dell’incredulità, il postmoderno che prende in giro se stesso e si tramuta in post-postmoderno, è tutte le paroline strane e simpatiche di cui si fa sempre più uso in questi anni: è pop, è cool, è consapevolmente trash. Più pulp di
Pulp Fiction, più violento di
Le Iene, più quellochevoletevoi di
Jackie Brown, Kill Bill Vol. 1 è un esperimento unico che travalica tutti gli stilemi e le definizioni a cui il cinema ci ha abituati. È bello? È brutto? È violento? È un capolavoro? È un film di genere? È un mezzo film che si potrà giudicare solo dopo aver visto la seconda parte? Sì, no, forse, chissà. L’unico modo per definire Kill Bill è rinunciare a definirlo e limitarsi a scriverne il titolo: è Kill Bill. Punto.
eterogenesi dei sim » Che dire? / lunedì 25 settembre 2006 - 17:25
[...] Mercoledì scorso, dopo giorni e giorni di lunga ed estenuante attesa, sono finalmente riuscito a vedere la seconda parte di Ammazza Billo, la scatola colorata di cereali al gusto di celluloide (slurp) fatta esplodere da Tarantino qualche mese fa. Che dire? (Ho scritto “che dire?”, ho davvero scritto “che dire?”? Che dire di una persona che si riduce a scrivere “che dire?”?) Alcuni miei amichetti me ne avevano parlato male, in rete avevo letto molte recensioni negative o così cosà. Molti l’avevano trovato noioso, molti altri inutilmente pretenzioso e/o presuntuoso. E invece no. Non solo Kill Bill Vol. 2 è all’altezza del Vol. 1 (ebbene sì, ho linkato per la milionesima volta la mia recensioncina, sono davvero una faccia di bronzo), ma sotto molti aspetti gli è superiore, fermo restando che non si tratta affatto di due film, ma di due parti di un’opera unica (in realtà sono due film, ma messi insieme fanno un solo film. Anzi no, anzi sì. Oh, ma che volete da me?). In Vol. 2 Tarantino dà libero sfogo alla sua fantasia espansa da divoratore di cinema di genere, ogni singola scena trasuda amore puro per un certo tipo di Cinema, per una certa idea di Cinema, ma per capirlo bisogna essere sulla sua stessa lunghezza d’onda, svestire i panni di fruitori del film ed entrare dentro la sua mente ipercinetica. [...]