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  • ARCHIVIO / marzo 2005
  • L’anello di congiunzione tra protoscimmia e scimmia: il catanese

    Su Salute di qualche settimana fa (una specie di Starbene un po’ snob stampato su carta velina, allegato tutti i giovedì a Repubblica), è stato pubblicato un interessantissimo articolo sui pisolini pomeridiani. Suddetto articolo, il cui geniale titolo è Ninna nanna, contiene preziose e utili notizie scientifiche sulle caratteristiche della pennichella (cose del tipo: «se dormiamo troppo a lungo con un pisolino troppo profondo anticipiamo il sonno notturno»), un trafiletto sui pisolini di Chirac, una piccola intervista ad Enza Sampò intitolata “Tenera è l’alba”, una mappa del pianeta con informazioni sulla siesta nel mondo (in Messico nel 1800 gli operai in sciopero dormivano lungo i muri e in Giappone il pisolino in ufficio è regolato dal contratto), e soprattutto il riquadro che riporto qui di seguito, contenente alcuni dati statistici degni di nota.

    È tutto vero.

    Ora, si potrebbe discettare per giorni e giorni sulle profonde motivazioni che hanno portato i redattori di Salute a scegliere di suddividere i dati in questo modo piuttosto che in un altro: perché si è scelto di dividere gli italiani in bambini, anziani, isole, centro, Lazio e Catania e non ad esempio in adolescenti, donne mature, nord est, Veneto e Bari? E perché non vengono riportate le fonti? Quale istituto di statistica se n’è occupato, e con quale metodo? Ci sarebbe molto da dire (e da ridere), ma al momento non è questo che mi interessa fare. Posto che i dati su riportati siano corretti, la cosa che balza subito all’occhio è la percentuale di persone che fanno la pennichella a Catania (il 50%), nettamente superiore alla media nazionale (14.6%), a quella del Lazio e di Roma (12.5%), delle isole (18.6%) e dei bambini (34.3%) e pari solo al dato sugli anziani. Ora, la percentuale di anziani a Catania non è superiore alla media nazionale, è anzi di poco inferiore. Com’è possibile, quindi, che metà degli abitanti di Catania facciano la pennichella? Qual è la spiegazione di un dato così fuori norma? C’è una spiegazione scientifica e, se sì, è possibile che trovandola sia possibile individuare altre caratteristiche peculiari della popolazione catanese? Non è strano il silenzio della comunità scientifica internazionale su questi dati sconcertanti?

    Orbene, sono giunto alla conclusione che in questa faccenda ci sia molta più carne al fuoco di quanto si voglia far credere. Io sono nato a Catania e vivo in questa città da sempre, per cui, pur non avendo ancora condotto alcuno studio scientifico su questo problema, ho avuto modo di entrare a stretto contatto con i catanesi e, passando la mia intera esistenza con loro, di diventare in qualche modo catanese anch’io. Il problema principale di Catania, oltre alla connivenza di politica e mafia, al pizzo e al degrado urbano, è senza dubbio il traffico (‘u cciafficu). Catania è la decima città italiana per numero di abitanti. Secondo il censimento del 2001, Catania conta 313.110 abitanti, mentre nel 1971 erano più di 400.000. Ora, lo spopolamento delle maggiori città italiane è un dato di fatto, ma è comunque naturale chiedersi che fine abbiano fatto ben 100.000 catanesi, volatilizzatisi nell’arco di poche decine di anni. Sono morti tutti? Si sono trasferiti in massa a Pisa, per poter stare vicino al drpsycho, loro illustre concittadino? No, semplicemente hanno cambiato casa, ma non sono andati molto lontano. Quasi tutti si sono spostati di 5, massimo 10 chilometri, andando a vivere in uno dei tanti paesini dell’hinterland catanese. Catania è collegata, senza soluzione di continuità, ad una miriade di cittadine che, nel corso di questi ultimi anni, hanno conosciuto un vero e proprio boom demografico, trasformandosi in dei megaquartieri periferici. L’area metropolitana di Catania conta più di 700.000 abitanti, portando la città etnea al quinto posto in Italia (dopo Torino e prima di Palermo) per numero di abitanti. La stragrande maggioranza di queste persone, naturalmente, continua a lavorare a Catania e, non essendoci una rete di servizi pubblici decente, quasi tutti si riversano in massa per le strade della città con la loro automobile.

    Il traffico a Catania, quindi, per ragioni strutturali, sarebbe già un bel problema. Ad aggravarlo e a renderlo una tragedia immane e un dramma infinito, però, è il modo in cui è vissuto dai catanesi. Il codice della strada – non è un luogo comune – non è molto rispettato qui nel sud Italia. Basta fare una passeggiatina a Napoli o Palermo per rendersene conto. Catania non fa affatto eccezione. Percorrere le strade asfaltate (o meglio rattoppate) di questa città è una vera e propria impresa, e bisogna essere dotati di una dose di coraggio non indifferente per affrontarla. Le macchine vengono posteggiate in terza o in quarta fila (giuro che non scherzo, qualche giorno fa stavo per tamponare una macchina posteggiata quasi al centro della carreggiata da un tizio che doveva comprare un pacchetto di sigarette) pur di lasciarle esattamente davanti al posto in cui si vuole andare. Il fatto che ci sia un posteggio libero a venti metri di distanza è assolutamente irrilevante: perché fare venti metri a piedi quando è possibile posteggiare in mezzo alla strada? Non si ha alcun senso civico, ognuno è convinto di essere il padrone e signore assoluto della strada e della città. Si sorpassa da destra, si occupano gli incroci senza motivo, si buttano tonnellate di spazzatura dal finestrino, le uniche frecce conosciute sono quelle che usano i pellerossa nei film western, stop è solo l’anagramma di spot e il senso vietato è una cosa priva di senso. Chi prende la patente e impara a guidare a Catania, potrà poi guidare in qualsiasi altra città del mondo. Si tratta di problemi a Catania particolarmente accentuati, ma che a questi livelli, come ho detto sopra, sono comuni a molte città del sud.

    Un piccolo frammento del caos catanese.

    C’è qualcosa, però, che esiste solo a Catania. Qualcosa di unico al mondo che rende quella catanese una realtà anomala e degna di essere studiata scientificamente. Trattasi della cosiddetta taliatina. La taliatina è quel particolare tipo di sguardo, impossibile da comprendere appieno se non per esperienza diretta, tipico di molti automobilisti catanesi. Ogni linguaggio è un alfabeto di simboli il cui uso presuppone un passato che gl’interlocutori condividono; come trasmettere agli altri l’incommensurabile taliatina, che la mia timorosa memoria a stento abbraccia?* Tenterò, fallendo, di darvi una pur vaga idea di qualcosa che io stesso fatico a comprendere. La taliatina è un particolare tipo di sguardo, dicevo, caratteristico di molti automobilisti catanesi. Essa viene utilizzata dall’automobilista ogniqualvolta egli si trova nel torto. Più evidente è il torto, più potente sarà la taliatina. È uno sguardo al tempo stesso malefico, crudele, orrendo a vedersi ed animalesco, atavico, ancestrale. Fissare gli occhi di un catanese mentre è in preda alla taliatina (ché è davvero come se fosse colto da un raptus, incapace di controllarsi) significa guardare in faccia il passato del genere umano, la lotta per la sopravvivenza, le guerre spietate dei nostri progenitori in cui si vinceva solo se si era più forti e spietati di tutti gli altri. Significa viaggiare indietro nel tempo, molto indietro, prima ancora dell’hobbesiano “homo homini lupus”, in un’epoca in cui l’homo sapiens non esisteva ancora (e neppure l’homo erectus, l’homo abilis e l’australopithecus afarensis). È un’esperienza incredibile, in grado di traumatizzare e segnare per sempre anche le persone più sagge e razionali. Immaginate la scena: una persona guida tranquillamente la sua macchinina per andare in palestra o a fare la spesa, quando a un certo punto un tizio sbuca fuori a tutta velocità da un posto in seconda fila, senza mettere la freccia e costringendolo a frenare di botto. Non appena la persona prova timidamente a protestare *ZAC* scatta la taliatina, con tutto il suo carico ancestrale e animalesco di odio, possibilmente accompagnata da una forma primitiva di linguaggio sub-umano, come «mbare, ccchi spacchiu fai?”» (trad. «amico, che acciderbola fai?»). Sfido chiunque a non precipitare nella più profonda angoscia, di fronte a tutto ciò.

    Una pallida copia della taliatina originale.

    Ora, io sono convinto che la taliatina sia in qualche modo legata al dato percentuale che ho riportato all’inizio di questo post. All’interno dell’articolo su Salute, c’è scritto che la siesta è «il residuo del sonno diurno dell’uomo primitivo che oggi conservano i neonati e le persone molto anziane, alternando assunzione di cibo e sonno». Sono certo che se si studiassero approfonditamente le caratteristiche genetiche dei catanesi, si otterrebbero dei dati sconvolgenti. I catanesi non sono esseri umani normali, il loro DNA presenta delle anomalie di cui la taliatina e la diffusione del pisolino sono evidenti effetti. Non tutti i catanesi sono così, per fortuna. Catania, nel corso della sua storia, ha subito una quantità non indifferente di dominazioni; forse alcuni catanesi normali sono in realtà discendenti diretti degli arabi, dei normanni o dei primi colonizzatori calcidesi, mentre il DNA modificato è una caratteristica di chi ha tra i suoi progenitori le scimmie che vivevano in questa zona tanto tempo fa e che, in qualche modo, sono riuscite a riprodursi mescolandosi con gli umani. Forse le anomalie genetiche sono presenti in tutti i catanesi, solo che alcuni sono portatori sani e non sviluppano i sintomi e altri no. Non lo so. Quel che è certo è che si tratta di un problema che andrebbe studiato molto approfonditamente, perché potrebbe gettare una nuova luce sulla storia dell’evoluzione del genere umano.

    *Ringrazio Jorge e mi scuso con lui.

    Scritto il 17.03.05 in Pappette logorroiche. → 38 commenti

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