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  • ARCHIVIO / aprile 2008
  • Being Rosy Bindi

    In un commento al mio ultimo post, il buon vecchio Yanez afferma (in riferimento alle persone che cambiano genere sessuale):

    [...] se il sesso non fosse un dato fisico, chi non si sente certo del proprio non tenterebbe (di solito alquanto goffamente) di modificare il proprio aspetto, si limiterebbe a dire “io sono feschio” o “io sono màmmina” (crasi pericolosa) come noi diciamo “io sono conservatore” o “io sono interista”. I segni esteriori verrano poi, se verranno, ma non sono essenziali. Ma uno che deve tagliuzzarsi e imbottirsi per sembrare ciò che, evidentemente, non è, a me pare una cosa diversa. Un uomo che crede di essere uno scoiattolo è pazzo. Un uomo che crede di essere una donna (o qualche animale intermedio inesistente in natura), se non è pazzo ci somiglia.

    Non chiedetemi come si sia arrivati a parlare di questo argomento partendo da una normalissima riflessione postelettorale sulle unghie; se siete interessati, leggete tutti i commenti e la vostra curiosità sarà soddisfatta. Ora, non potevo non reagire ai titillamenti di Yanez, ma essendo mostruosamente pigro pieno di impegni ho deciso di farlo riciclando una cosa scritta molto tempo fa in un altro luogo. Buona lettura.

    Immagina se un mattino, al risveglio da sogni inquieti, ti trovassi trasformato in Rosy Bindi. Riemergi alla coscienza dal limbo dei sogni, ti stropicci gli occhi e ti stiracchi per bene. Vai in bagno a fare pipì, di fronte al water fai il gesto automatico di tirar fuori il pisellino e ti rendi conto di non averlo più. Niente, nisba, nada, zero, zut. Inutile frugare tra le mutande. Sei inesorabilmente, inequivocabilmente, maledettamente senza pisello. No, non stai ancora sognando, non è uno strafottutissimo incubo. È tutto vero. Vai a sciacquarti la faccia con l’acqua gelida e di fronte allo specchio vedi LEI. Rosy Bindi. Ro-Sy Bin-Di. Rosy Bindi dall’altra parte dello specchio che ti guarda col viso paonazzo e un’espressione sconvolta e disgustata. Lei sei tu. Tu sei LEI. Ti spogli completamente e cominci a tastarti ovunque, con la segreta speranza che almeno un centimetro quadrato del tuo corpo possa essere sfuggito all’orribile metamorfosi. Niente da fare. Il tuo corpo adesso è quello di Rosy Bindi. Al posto dei tuoi splendidi pettorali scolpiti nel granito hai dei grossi seni flaccidi, e il culo a mandolino è scomparso per lasciar posto a un sedere cascante grande quanto un tavolo da ping-pong. Niente barbetta finto-incolta, capelli da mohicano e occhio ceruleo da playboy. Solo due guanciotte glabre da chipmunk depilato e un po’ di capelli grigi da impiegato del catasto. Sei imprigionato nel corpo di Rosy Bindi. Tu, proprio tu. Senza pisello, con due tettone e la faccia di Rosy Bindi. Come ti sentiresti? Quanto sarebbe intenso il desiderio di poter riavere il tuo corpo? Cosa saresti disposto a fare pur di poter riallineare il tuo aspetto esteriore alla tua mente, alla tua essenza più profonda, alla tua vera natura?

    Di che ti lamenti? Sarebbe molto peggio ritrovarsi nel corpo di Borghezio

    Ecco, ora immagina di trovarti in questa situazione da sempre. Immagina di avere cinque anni e di sentire, percepire, sapere intimamente che tu sei una bambina. E però hai un corpo da maschietto porcamiseria, hai il pisellino e tutti ti chiamano Ugo. I tuoi compagnetti giocano a Ken il guerriero e tu sei costretto a giocare con loro, quando invece vorresti con tutta te stessa (quando pensi fra te e te usi il femminile, ti viene naturale) avere la tua Barbie da mostrare alle amichette. Tutte le sere quando vai a letto stringi gli occhi ed esprimi lo stesso desiderio: non avere più il pisellino, risvegliarti bambina, poter essere finalmente te stessa. Poi cresci, arriva la pubertà e le cose peggiorano. Giorno dopo giorno il tuo corpo cambia, si trasforma. Ma non nel modo sperato. La voce s’ingrossa, ti spuntano peli dappertutto e il pisellino non scompare per nulla. A scuola studi biologia e ti rendi conto che non c’è niente da fare. È tutto scritto nei tuoi cromosomi XY: sei un maschio e un maschio resterai per sempre. Scopri che essere maschio o femmina dipende dal DNA, ma sai anche che uomo e donna sono dati culturali, non genetici. E però anche di questo non ti frega nulla. Tu sai che sei sempre stata una femmina. Sempre. E non te ne frega un accidente dei tuoi cromosomi. Potresti avere il DNA di un triceratopo o di un marziano e non cambierebbe niente. Non cambierebbero i tuoi desideri, le tue sensazioni, le tue emozioni, i tuoi pensieri. Tu sei una donna e niente e nessuno potrà mai farti cambiare idea. Non ci riesce la mamma, non ce la fa il parroco del paese e pure lo strizzacervelli fallisce miseramente. Sei disposta a superare anche gli ostacoli più insormontabili e le sofferenze più atroci pur di poter mettere le cose a posto, pur di poter allineare il tuo corpo al tuo Io, alla tua vera identità, alla tua natura più intima e autentica. Tu odi profondamente quel corpo, quell’estraneo che ti guarda tutte le volte che passi davanti a uno specchio o a una vetrina. Non lo riconosci, non sei tu. Sei disposta ad affrontare l’incomprensione della tua famiglia, l’ostracismo e il disprezzo della società, l’idiozia imperante che ti circonda pur di poter distruggere la corazza maschile che ti imprigiona. E ti sottoporrai a sedute estenuanti di elettrocoagulazione, prenderai pasticche di ormoni e infine arriverai all’operazione di riassegnazione chirurgica di sesso. E a 20, 40 o magari a 60 anni (dopo una vita passata nascondendoti e negando persino a te stessa la tua vera identità), finalmente guardandoti allo specchio ti riconoscerai. Finalmente potrai cominciare a vivere. E ti verrà da ridere (o da piangere), quando qualcuno ti dirà che sei pazzo, che hai fatto qualcosa “contro natura” o che prendendo ormoni ti sei divertito a giocare al piccolo alchimista e hai voluto disfare quel che Dio, la Natura, il Logos o il Flyng Spaghetti Monster aveva stabilito e deciso per te.

    Scritto il 24.04.08 in Pappette logorroiche, Sgurz. → 19 commenti

  • [Riflessione postelettorale] Le unghie

    Il Popolo della Libertà ha stravinto le elezioni e Silvio Berlusconi si appresta a diventare per la terza volta presidente del consiglio. La Lega ha letteralmente fatto boom, superando l’8% su scala nazionale e andando addirittura oltre il 30% in diverse cittadine del profondo nord. Il Partito Democratico non ha sfondato e la Sinistra Arcobaleno ha fatto harakiri ed è quasi scomparsa. Tutto questo mi spinge a pormi un paio di domande e a fare alcune considerazioni. Cosa sono le unghie? Per lo Zingarelli l’unghia è una «produzione cornea lamellare, caratteristica dei Vertebrati terrestri, che riveste l’estremità distale del dito e ha compiti di protezione, appoggio, difesa od offesa, a seconda della specie animale che si considera»; il De Mauro ricorre ad una definizione più sintetica: «struttura cornea presente sull’estremità delle dita dell’uomo e di altri animali»; su Wikipedia, infine, l’unghia è definita «una lamina cornea semitrasparente che ricopre l’estremità delle dita di alcune specie animali», il cui scopo è quello di «facilitare la prensione». Sempre su Wikipedia, inoltre, sono riportati i nomi delle singole parti dell’unghia umana:

    • la lamina o corpo ungueale, che è la parte cornea, composta per la maggior parte da cheratina
    • la radice ungueale, situata al di sotto del corpo
    • il letto ungueale o iponichio, dove la lamina si inserisce nel solco periungueale o perinichio
    • la lunula, estremità biancastra alla base della radice che è la matrice responsabile della crescita
    • la pellicola ungueale, che ricopre parte della lamina all’estremità inferiore

    A cosa servono le unghie umane? Come abbiamo visto, pare che il loro scopo sia quello di facilitare la prensione e di proteggere le dita; su un altro sito è possibile leggere che le unghie «contribuiscono in misura sostanziale alla precisione manipolativa della mano» e che esse «conferiscono alla punta delle dita una maggiore sensibilità, grazie alla ricca innervazione del letto ungueale». Le unghie inoltre sono utilizzate dagli umani per grattare oggetti di qualsivoglia natura o parti del corpo, e sono spesso pittate con smalti colorati per rendere più gradevole l’aspetto dei piedi e delle mani. La parte posteriore della radice ungueale è chiamata matrice ed è formata da cellule che si moltiplicano molto velocemente, producendo una crescita continuativa del corpo ungueale. Le unghie infatti – sì come i capelli – crescono costantemente, a dispetto della nostra volontà; se non fossero accorciate regolarmente con tagliaunghie e forbicine (o attraverso la pratica dell’onicofagia), crescerebbero a dismisura e perderebbero completamente la loro utilità, divenendo anzi un impedimento per l’espletamento della maggior parte delle attività quotidiane umane, come allacciarsi le scarpe o mettersi le dita nel naso. L’affascinante signora della foto qui sotto ha avuto l’onore di entrare nell’edizione 2007 del Guinness dei primati per l’incredibile lunghezza delle sue unghie (sette metri e mezzo, nuovo record mondiale).

    Vieni che ti faccio un grattino

    Noi siamo abituati sin dalla nascita ad avere le unghie, ci conviviamo e siamo circondati da altri esseri dotati di unghie. Questo ci porta a ritenerle una cosa assolutamente normale, parte integrante di quella macchina perfetta che è l’uomo, microcosmo che racchiude in sé le meraviglie dell’universo, creatura fatta a immagine e somiglianza di Dio. Se proviamo ad allontanarci per un attimo dalle sovrastrutture culturali in cui siamo immersi sin dalla nascita, però, possiamo renderci conto che le cose stanno in modo completamente diverso. Le unghie dimostrano inequivocabilmente che noi non siamo altro che animali – frutto di milioni di anni di alchimie genetiche casuali – e inoltre rendono evidente la nostra stupida sicumera e parzialità nel ritenerci creature dotate di armonia e bellezza. La vita intelligente si è sviluppata in un certo modo e ha assunto determinate forme nel nostro Sistema di Riferimento (il pianeta Terra), ma potrebbe aver seguito strade completamente diverse in altre parti dell’universo. Gli scarafaggi non sono abbastanza evoluti per poterci dire che il nostro aspetto li ripugna, ma un giorno – come dice Fredric Brown nel mirabile racconto Sentinella – potrebbe capitarci di avere a che fare con extraterrestri disgustati da creature «con solo due braccia e due gambe, quella pelle d’un bianco nauseante, e senza squame». Siamo dei mostri, né più né meno di quanto lo siano esseri con cinquanta occhi e cento tentacoli, solo che non ce ne accorgiamo perché siamo circondati da sempre da altre creature mostruose come noi. Di fronte all’impossibile libro di sabbia, il protagonista del racconto di Borges afferma quanto segue: « [...] capii che il libro era mostruoso. A nulla valse considerare che non meno mostruoso ero io, che lo percepivo con occhi e lo palpavo con dieci dita provviste di unghie». La mostruosa assurdità del nostro corpo, e in particolare di quelle lamine cheratinose poste sulle ultime falangi delle nostre dita, torna spesso nei racconti e nelle poesie di Borges. Di seguito, per concludere, riporto il decimo dei diciassette haiku contenuti all’interno de La cifra:

    El hombre ha muerto.
    La barba no lo sabe.
    Crecen las uñas.

    L’uomo è morto.
    La barba non lo sa.
    Crescono le unghie.

    Borges e le unghie della sua mano destra

    Detto questo, lunga vita e prosperità al governo Berlusconi. Io credo che emigrerò in Nuova Zelanda. (Nella prossima puntata: George W. Bush e la deriva dei continenti.)

    Scritto il 19.04.08 in Pappette logorroiche, Sgurz, Zetetic Mode. → 21 commenti

  • Everyman

    [Scritto il 14 aprile 2007]

    Everyman è l’ultimo libro di Philip Roth. Romanzo breve di 117 pagine, pare sia lontano anni luce dall’intensità e dalla forza di Lamento di Portnoy, Pastorale americana e altri capolavori rothiani. Io questo però non lo so, perché Everyman è il primo romanzo di Roth che leggo. So solo che in qualche modo ha lasciato il segno – un piccolo segno – e m’ha fatto venire voglia di leggere subito qualcos’altro di suo (mi sa che comincerò proprio con Lamento di Portnoy). Everyman è la storia di un uomo e di quell’uomo soltanto, ma potrebbe essere la storia di ogni uomo. Una storia che comincia col funerale del protagonista e finisce con la sua morte. Dentro questo cerchio perfetto ci sono solo spezzoni e flashback a singhiozzo della sua vita: errori, passioni, rimpianti, amori, rimorsi, incomprensioni, speranze, illusioni, disillusioni. E poi gradualmente decadenza, sofferenza e malattia che assurdamente prendono il sopravvento e si impossessano di lui. È la storia di un uomo per quel che è: un corpo che che cresce, respira, soffre, pensa, si muove, scopa, si riproduce, crea e distrugge relazioni, fa cose intelligenti e commette imperdonabili e normalissime cazzate; ed è fatto di muscoli, nervi, vene e contiene un cervello e un cuore e tanti altri organi che all’improvviso cominciano a funzionare male e poi si rompono e l’uomo muore ed è tutto finito.

    Tutto qui. Niente che appaghi o consoli, nessuna speranza residua, nessun intreccio avvincente o sorprendente. Quel che resta alla fine sono solo ossa, ricordi sparsi qua e là e un po’ di vuoto. Probabilmente non è tra i migliori romanzi di Roth e non so se m’è piaciuto; forse sì, ma propendo per il no. Non credo sia questo il punto, però. Il punto è che m’ha lasciato una microscopica e impercettibile sacca di vuoto nella mente. Nient’altro.

    Everyman

    Insieme a Howie, aveva smesso di prendere sul serio il giudaismo a tredici anni – la domenica dopo il sabato del suo bar mitzvah – e da allora non aveva più messo piede in una sinagoga. Aveva persino lasciato in bianco lo spazio per la religione sul modulo di ammissione all’ospedale, per evitare che la parola «ebreo» provocasse la visita di un rabbino, venuto a parlare con lui nella sua stanza nel modo in cui parlano i rabbini. La religione era una bugia che aveva riconosciuto presto nella vita, e trovava offensive tutte le religioni, considerava insensato e puerile il loro superstizioso bla-bla e non poteva soffrire l’assoluto infantilismo di tutto ciò: i discorsi da bambini e la rettitudine e le pecore, gli avidi credenti. Niente abracadabra su Dio e sulla morte, né obsolete fantasie sul paradiso, per lui. Esisteva solo il nostro corpo, venuto al mondo per vivere e morire alle condizioni decise dai corpi vissuti e morti prima di noi. Se si fosse potuto dire che aveva individuato una nicchia filosofica in cui collocarsi, eccola: l’aveva trovata presto e intuitivamente, e per quanto elementare, era tutta lì. Se avesse mai scritto un’autobiografia, l’avrebbe intitolata Vita e morte di un corpo maschile.

    Scritto il 03.04.08 in Biblioteca di Babele. → 6 commenti

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