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Ganz Andere Reloaded (Episode I)

Gli studi fenomenologici sull’esperienza religiosa hanno subìto una svolta nel 1917, anno di pubblicazione de Il sacro1, celebre saggio di Rudolf Otto. Alla base di tutte le religioni vi è per Otto l’incontro dell’uomo con il sacro, intenso nel senso di numinoso (da numen): la percezione del divino come qualcosa di incomprensibile, estraneo, radicalmente diverso e superiore, non definibile razionalmente. Il numinoso avvolge l’essere umano in modo assoluto e provoca in lui un sentimento di finitudine e dipendenza creaturale; il dio ineffabile e inaccessibile si configura come mysterium tremendum et fascinans: un’entità che atterrisce e lascia sgomenti per la sua totale alterità, ma da cui ci si sente al contempo terribilmente e irresistibilmente attratti. L’uomo non può definire né spiegare in alcun modo ciò che travalica la sua limitata ragione, può solo esperire per via irrazionale ed emotiva la presenza del totalmente Altro (il ganz Andere) e provare un sentimento infinito di timore e venerazione.

Rudolf Otto (con occhiaie numinose)

Otto in realtà non scopre nulla di nuovo, ma approfondisce e chiarifica un concetto molto vecchio (la cui origine si può far risalire all’Uno plotiniano e il cui culmine è stato raggiunto nel Medioevo a partire dalla traduzione eriugeniana del Corpus Dyonisianum), e cioè l’idea che non si possa dire alcunché di positivo sul divino e che si possa parlare di Dio solo per via negationis:si comprehendis non est Deus”, diceva Agostino2. La teologia apofatica di Meister Eckhart e Nicola Cusano si fondava proprio su questo presupposto: Dio è inconoscibile, incomprensibile, inspiegabile; anzi Dio non è, nel senso che si pone al di là del concetto di essere (qui si potrebbe aprire una parentesi infinita su Parmenide, Tommaso d’Aquino e  l’ἀλήθεια come “disvelamento” in Heidegger, ma la fuffa prenderebbe il sopravvento) e noi non possiamo far altro che arrenderci di fronte alla nostra limitatezza. Vi è solo un modo per avvicinarci all’inavvicinabile: abbandonare la ragione e seguire un percorso mistico di elevazione, quello che Plotino e Proclo chiamavano ἐπιστροφή, ossia il processo di riavvicinamento e ricongiunzione all’Uno; processo che può avvenire seguendo la strada ascetica dell’eremita e dell’anacoreta, oppure attraverso l’assunzione di sostanze psicotrope, o ancora – se si è particolarmente pazzi coraggiosi – in entrambi i modi contemporaneamente (qui ci starebbe un’altra enorme parentesi sul misticismo nell’ebraismo, nel sufismo, nello sciamanesimo e nel buddhismo, ma andrei fuori tema).

Il bello è che dopo aver raggiunto l'Uno ci si può pure giocare

Prendendo le mosse dagli studi di Rudolf Otto sul numinoso, Mircea Eliade ha evidenziato l’importanza della ierofania nel rapporto dell’essere umano col sacro3; ogni cosa può, in qualsiasi momento, essere una manifestazione del sacro ed acquisire gli attributi di mysterium tremendum et fascinans: tutto ciò che ci circonda – esseri viventi, oggetti animati e inanimati, persino noi stessi – può essere portatore di quello che i Maori e altre popolazioni del Sud Pacifico chiamano mana – la presenza di una forza sconosciuta e inconoscibile – e trasformarsi in un elemento ierofanico capace di spalancare le porte al numinoso, al totalmente Altro, al ganz Andere.

Lui è al di là del ganz Andere

Orbene, a questo punto sorge una domanda: si può espungere l’elemento divino dall’incontro col ganz Andere? Si può sganciare il numinoso dall’esperienza religiosa? La risposta è sì, e quando questo accade la cosa ha effetti devastanti. Perché ciò avvenga servono tre presupposti fondamentali: 1. il senso di meraviglia di cui parla Aristotele nella Metafisica4, da lui giustamente posto al principio di ogni filosofare; 2. un forte scetticismo simile a quello delle scuole dell’antica Grecia, intriso di spirito zetetico; 3. la tendenza a fidarsi solo della propria ragione, con la consapevolezza che si tratta di uno strumento molto limitato5, ma che è l’unico di cui disponiamo. Questi tre elementi sono indispensabili, ma da soli non bastano; c’è un quarto presupposto, forse il più importante di tutti (di certo il più difficile da definire): la mancanza di quella sorta di meccanismo psicologico di autodifesa che permette alla stragrande maggioranza degli uomini di vivere, riprodursi e morire accettando il mondo per quello che è (meccanismo che si può porre alla base della fede – che conforta e consente appunto di dare una giustificazione alle cose – ma che è presente anche in chi non crede). È come se alcuni esseri umani nascessero privi di questo meccanismo, come se mancasse loro un enzima essenziale per vivere come gli altri. Sia chiaro, queste persone riescono comunque a condurre un’esistenza “normale”, ma dentro di loro c’è qualcosa che brucia costantemente, qualcosa che li fa sentire come pesci rossi consapevoli di trovarsi dentro un acquario; una specie di mantra silenzioso, un’ossessione, un tormento, qualcosa che non li fa dormire la notte, che li fa sudare freddo. E questo qualcosa è il sentimento del numinoso; un numinoso privato però dell’esperienza del divino, un numinoso desacralizzato e per questo motivo ancora più intenso e sconvolgente. Quando ci si trova in questa condizione tutto diviene ganz Andere, ma non nel senso in cui usano questo termine Otto o Eliade. Non c’è alcuna percezione di alcunché di superiore, non c’è nessun Deus absconditus, non c’è alcun senso di dipendenza creaturale, non ci sono manaierofanie. C’è solo la consapevolezza profonda di essere immersi in qualcosa di assolutamente incomprensibile, assurdo, incredibile, inconcepibile. E questo qualcosa non è il Dio della teologia apofatica, non è un Ente che sta al di là del concetto stesso di “ente”, ma è la realtà nella sua totalità. La realtà non è solo strana e complicata: è oscura e misteriosa. L’universo nel suo complesso – dalle particelle subatomiche alle supernovae, passando  per i venti amminoacidi che compongono le proteine – è un mysterium tremendum et fascinans, ancora più tremendum e infinitamente più fascinans di quanto non sarebbe se si percepisse la presenza di qualsivoglia divinità. Ogni cosa è parte di un enigma scritto in un codice indecifrabile, ma che non si può non cercare di decifrare. Non c’è alcun percorso mistico che possa portare là dove non possiamo andare, non c’è nessuna scorciatoia; ci siamo solo noi col nostro intelletto e i nostri miseri e imprecisi strumenti. A questo punto la ricerca diventa essenziale, è anzi l’unico scopo che ci si possa umanamente prefiggere. In principio si tratta di una ricerca puramente filosofica – la filosofia è la scintilla immaginifica da cui tutto ha inizio – ma arriva il momento in cui la filosofia non basta più, e si sente l’esigenza di rompere il giocattolo utilizzando lo strumento più raffinato di cui disponiamo al momento: la scienza6. La scienza ci permette di addentrarci sul serio nel ganz Andere, è un tuffo nell’oceano-puzzle multidimensionale in cui ci troviamo. Ogni singola scoperta è un tassello microscopico del grande mosaico; e più tasselli si accumulano, più il senso del numinoso – spogliato delle sue connotazioni religiose – si acuisce. Ovviamente è possibile fare scienza (e filosofia) senza possedere questo speciale senso del numinoso – direi anzi che quasi tutti gli scienziati (e i filosofi) ne sono totalmente sprovvisti – ma non è la stessa cosa7.

Tu sei qui, io sono da un'altra parte

Nell’Episode II (che non ho la più pallida idea di quando sarà pubblicato) parlerò di come un certo tipo di letteratura possa far penetrare il numinoso nella mente di soggetti predisposti lo ammetto, in realtà parlo sempre e solo di me. Affronterò di sfuggita il ganz Andere declinato in chiave fantastica (in Edgar Allan Poe e Howard Phillips Lovecraft), comica (in Kurt Vonnegut e Douglas Adams), e fantascientifica (in Stanislaw Lem e Philip K. Dick), ma mi concentrerò soprattutto su un autore i cui racconti costituiscono la via d’accesso privilegiata per entrare in contatto col totalmente Altro: Jorge Luis Borges8.

  1. Das Heilige. Über das Irrationale in der Idee des Göttlichen und sein Verhältnis zum Rationalen, 1917, 1936; trad. it.  Il sacro. L’irrazionale nell’idea del divino e la sua relazione al razionale, Feltrinelli, Milano, 1966. []
  2. Sermo 52, 16: PL 38, 360. []
  3. Cfr. in particolare Traité d’histoire des religions, Payot, Paris, 1948; trad. it. Trattato di storia delle religioni, Bollati Boringhieri, Torino, 1976. Le Sacré et le profane, Gallimard, Paris, 1965; trad. it. Il sacro e il profano, Torino, Bollati Boringhieri, 1984. Images et symbols. Essai sur le symbolisme magic-religieux, Gallimard, Paris, 1982; trad. it. Immagini e simboli. Saggi sul simbolismo magico-religioso, Jaka Book, Milano, 1984. Histoires des croyances et des ideés religieuses, vol. 3, Payot, Paris, 1983; trad. it. Storia delle credenze e delle idee religiose. Da Maometto all’età delle Riforme, Sansoni, Firenze, 1990. []
  4. Metafisica, I, 2, 982b. []
  5. A tal proposito potrebbe essere utile leggere o rileggere questa parte della Critica della ragion pura. []
  6. In verità, in verità vi dico: è questo l’unico motivo per cui, dopo la laurea in Filosofia, mi sono iscritto in Biologia. []
  7. Prendete il celebre aforisma di Einstein: “la scienza senza la religione è zoppa; la religione senza la scienza è cieca” (in Pensieri degli anni difficili, p. 135) e mettete “senso del numinoso” al posto di “religione”. Ecco quel che intendo. Come dice Carl Sagan, in realtà la nebulosa di Andromeda è infinitamente più ‘numinosa’ della resurrezione (Contact, p. 144). Consiglio anche la visione di questo video (il tizio che parla è Richard Feynman). Altri filosofi e scienziati contemporanei, tra cui Daniel Dennett e Richard Dawkins, hanno espresso l’esigenza di separare il numinoso dal soprannaturale. []
  8. Resti tra noi, ma io penso che ci sia molta più filosofia in Borges e negli altri autori citati piuttosto che – giusto per fare un nome – in tutta l’opera di Hegel. E comunque la filosofia è solo un ramo della letteratura fantastica (indovinate chi l’ha detto). []

10 commenti

  1. In questo post pubblicato cinque anni, due mesi e due giorni fa (ho la sensazione che sia passato un secolo, ma mi sembra d’averlo scritto ieri) tratto argomenti affini.

  2. Questo è quello che avresti detto quella volta che te la facesti sotto una improvvisa ierofania ti (in)trattenne a casa?

  3. Niente. Bell’articolo. Che non sia l’ultimo, però.
    (Ovviamente la parte che ho più apprezzato è stata quella letta per ultimo – l’ottava nota. Ma tu hai letto tutta l’opera di Hegel?)

  4. Ti vingvazio. Ho deciso di aggiornare il blik almeno una volta ogni 10 20 giorni, ma non so quando avrò il tempo di scrivere l’Episode II (trattasi di pappetta ancora più logorroica). (Ovviamente non ho letto tutta l’opera di Hegel – per intero solo la Scienza della logica, l’Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio e Lineamenti di filosofia del diritto, a spizzichi e bocconi la Fenomenologia dello Spirito e poco altroma quel che ho letto è stato sufficiente a farmi capire che dice solo puttanate che la sua è perlopiù solo fuffa mascherata da filosofia.)

    Mi mandi una email con la traduzione in italiano del tuo primo commento, please? 😉

  5. Meraviglioso post.
    Che scriverai di Lem? Adoro Solaris, come poche altre cose l’ho trovato illuminante.
    Saluti :*

  6. ‘Meraviglioso’ in senso aristotelico? 😉 Grazie. :*

    Per quanto riguarda Lem, penso di parlare proprio di Solaris (ti basti sapere che è uno dei miei romanzi preferiti).

  7. E  del film di Tarkovskij che mi dici? Pensavo da qualche tempo di dedicarvi un post sul mio blog. Vedremo! saluti :*

  8. Ok, ora ho letto questo post. Mi piace molto, anche se è un po’ troppo breve rispetto alla vastità dell’argomento trattato. L’esperienza del numinoso, come è trattata da Eliade, Otto e altri, in effetti non conduce necessariamente a un approdo di carattere religioso: la religione in senso proprio, infatti, non è per questi autori che un modo (più o meno perfetto) di formalizzare l’esperienza di estraniamento totale che consegue all’incontro con potenze o realtà non ordinarie; e la via regia per compiere questa formalizzazione è il rito. (Anche Spengler parla di religione come “lingua delle forme”.) Il rito, che è sempre un fatto sociale, rievoca il fatto sacro e lo rende accessibile, digeribile alla comunità. Le vie individuali, di contro, non sono di tipo religioso: c’è la magia (anche nella sua variante stregonesca e diabolica), il misticismo, la paranoia (che è lo stato che descrivi tu quando parli di “alcuni esseri umani che bla bla bla”). E poi c’è la gnosi, la via della conoscenza: anche questa non è religione in senso stretto, ma è pervasa da quel sentimento di venerazione che è tipico della devozione religiosa, tanto che Zolla la chiama “conoscenza religiosa” e il suo maestro Guénon “scienza sacra”. Questa gnosi, che non si compie attraverso la mera ragione discorsiva ma richiede intuizioni guidate da una disciplina globale dell’essere umano, non è certo nuova o a scoprire: un esempio magnifico (che presenta interessanti applicazioni anche a discipline “profane” come la logica, la matematica, la medicina) sono i Veda, uno dei libri più fichi della storia universale. Ovviamente, anche scrittori che lavoravano più o meno a casaccio come Lovecraft sono riusciti a rendere, nelle loro opere di fantasia, un “profumo” di metafisica, e in ciò consiste il fascino delle loro invenzioni. Ma ovviamente siamo su un altro piano, no?
    P.S. Io avevo scritto questo su una forma particolare di esperienza del sacro (bieco spot)…

  9. mario de grossi 31 Marzo 2011 - 20:48

    Prima di tutto ci deve essere -l’esperienza del numinoso- che NON e’ concettuale! Solo dopo viene l’interpretazione offerta dai mistici che hanno avuto l’esperienza, ed essa cambia assecondo le inclinazioni culturali e religiose dell’individuo,  per esempio nel caso del Toista LAO TZE non c’e nessuna connotazione ‘divina’ o religiosa. Tutto questo e’ reso molto chiaro nell’opera di W. T. STACE,
    TIME AND ETERNITY.
    MYSTICISM AND PHILOSOPHY .
    THE TEACHING OF THE MYSTICS.
    BUONA LETTURA!
    Mario

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