- ARCHIVIO / aprile 2010
- Io non parlo di cose che non conosco
Essere ignoranti non è un male di per sé. Siamo tutti ignoranti. Non c’è un solo essere umano che non ignori qualcosa, che non sia in qualche modo e per certi versi assolutamente ignorante. Immagino che Carlo Rubbia non sappia molto di semiotica, e probabilmente Umberto Eco non sa nulla di fisica delle particelle. Io ad esempio sconosco la cucina guatemalteca: sarei oltremodo sciocco se pretendessi di spiegare come si cucinano i Plátanos en Tentación a un gruppo di cuochi guatemaltechi. Il buonsenso e l’umiltà (scientifica, ma non solo) esigono che si riconosca pubblicamente la propria ignoranza. Non è mica una colpa: c’è sempre qualcuno che ne sa più di noi su qualcosa e nessuno nasce imparato.

Io non parlo di cose che non conosco, e non lo faccio per un semplice motivo: non le conosco. Se non conosco una cosa, come posso parlarne? O meglio: come posso parlarne a ragion veduta? Posso parlare di un film che non ho visto, di un libro che non ho letto, di un frutto che non ho assaggiato, di una musica che non ho ascoltato, di una teoria scientifica che non ho studiato? No, l’unica cosa che posso fare è improvvisare, inventare, rielaborare idee di seconda o terza mano, mettere in fila alcune parole e costruire una favola da raccontare alla gente. Va più che bene quando si cazzeggia tra amici, mentre si chiacchiera al bar o dal barbiere, persino quando ci si trova impreparati di fronte al professore che interroga e bisogna essere scaltri per evitare di prendere un brutto voto. Ma che succede quando questo atteggiamento diventa la regola a tutti i livelli? Che succede quando chi parla a sproposito di cose che non conosce non è più l’allievo, ma il maestro? Che succede quando l’ignoranza si sposa con l’arroganza e l’ottusità di chi è convinto di sapere? Succede che non esistono più fatti, ma solo interpretazioni1; succede che qualunque cosa può essere spacciata per scienza; succede che la realtà viene ribaltata, che la menzogna va al potere; succede che tutto può essere messo in discussione, tutto. A caso, senza uno straccio di conoscenza, senza un motivo, senza un perché: solo perché disturba, perché non piace al parroco, perché non va di moda, perché minaccia lo status quo, perché è troppo complicato, perché è troppo difficile da capire. E tutto questo succede in Italia, nel 2010. Cosa ci può salvare? Nulla. Non ci resta che decidere se emigrare o fare la rivoluzione, e nel frattempo affogare la disperazione in una fetta di Sachertorte2.
Sim Dawdler |