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Categoria: Altair

Il mysterioso hobbit dell’isola di Flores

Chi segue questo blog dall’inizio (io e i miei tre lettori immaginari) ricorderà un vecchissimo post in cui parlavo della mia passione per Martin Mystère. Orbene, una strana vicenda paleoantropologica mi ha fatto tornare alla mente una bellissima storia del Buon Vecchio Zio Marty, letta secoli fa. Dovete sapere che nell’estate del 1988, per una serie di bizzarre circostanze, Martin Mystère si ritrovò a Chuslamocree, ridente paesino sperduto in un angolo remoto della verde Irlanda. Il soggiorno del nostro eroe in quell’amena località si rivelò più movimentato del previsto – tra misteriose sparizioni, accuse di rapimenti, pestaggi, incendi dolosi, suicidi, elfi, lepricani, uova cosmiche contenenti regine dei folletti, bambine sordomute parlanti e partite a croquet con gnomi malvagi. Non mi interessa in questa sede riassumere l’intera vicenda, la quale peraltro è stata mirabilmente narrata dal biografo ufficiale di Martin in un racconto della serie a fumetti che porta il suo nome (“Martin Mystère” nn. 7677, luglio-agosto 1988), ma ricordarne un singolo episodio. Poco dopo il suo arrivo nel magico territorio del Piccolo Popolo, Martin ebbe modo di partecipare al Fleadh Cheoil – spettacolo di gnomi e folletti – nel corso del quale gli venne rivelata questa sconcertante verità: “mille e mille eoni prima della nostra era, il Piccolo Popolo si sviluppò parallelamente all’Homo sapiens e all’uomo di Neanderthal”. Ebbene sì. Al di là di miti, fiabe e leggende, il nucleo della storia narrata dallo gnomo Smourph è sin troppo prosaico: il Piccolo Popolo – dopo una lunga e pacifica convivenza con i nostri antenati e i nostri cugini neanderthaliani – fu praticamente sterminato dai crudeli Sapiens, e i pochi sopravvissuti furono costretti a rifugiarsi nei boschi e a vivere nella clandestinità.

Martin Mystère 76

Torniamo al cosiddetto mondo reale. Nel 2003 un team di paleoantropologi che stava conducendo scavi all’interno di una grotta chiamata Liang Bua, sull’isola indonesiana di Flores, rinvenne i resti fossili di una strana specie di ominide, chiamato Homo floresiensis. Si trattava dello scheletro parziale di una femmina adulta, alta all’incirca un metro e vissuta 13000 anni fa, ribattezzata Little Lady of Flores o Flo. Alcune caratteristiche dello scheletro di Flo (ad esempio femore e tibia corti) apparivano molto primitive e richiamavano quelle delle scimmie antropomorfe e degli australopitechi, altre invece si rivelarono eccezionalmente moderne e indubbiamente riconducibili al genere Homo. In particolare, una tomografia computerizzata del cranio evidenziò che il cervello, pur essendo molto piccolo – 380 cm³, meno di un terzo di quello di Homo sapiens – aveva una parte della corteccia frontale estesa (l’area 10 di Brodmann, fondamentale per lo sviluppo di attività cognitive complesse). Infatti, oltre a resti fossili di altri individui appartenenti alla stessa specie, nella zona di scavo furono rinvenuti utensili e strumenti in pietra che in teoria creature con cervelli tanto piccoli non avrebbero potuto fabbricare.

Un’altra caratteristica singolare dell’Homo floresiensis era il piede: l’alluce era allineato alle altre dita, come nell’Homo sapiens, ma il piede nel suo complesso era esageratamente lungo per un essere che raggiungeva a stento il metro di altezza – oltre 20 cm, pari al 70% della lunghezza del femore. Per questo motivo, oltre che per gli altri tratti peculiari, l’Homo floresiensis è stato informalmente ribattezzato hobbit, in omaggio al personaggio inventato da J.R.R. Tolkien: piccolo, intelligente e dotato di piedoni.

Cranio di Homo floriesiensis

Alcuni scienziati hanno messo in discussione l’appartenenza di Homo floresiensis a una specie distinta, ipotizzando che i resti ritrovati siano da attribuire a comuni Sapiens affetti da nanismo microcefalico, ma numerose analisi e ricerche successive hanno smentito questa ipotesi, confermando il fatto che Homo floresiensis è una specie a sé stante – seppur difficile da collocare esattamente nell’albero filogenetico del genere Homo. L’uomo di Flores si sviluppò parallelamente all’Homo sapiens (con cui probabilmente è entrato in contatto e ha interagito) sino a tempi recentissimi: i resti ritrovati a Liang Bua risalgono a soli 13000 anni fa, quando l’uomo di Neanderthal era scomparso dalla faccia della terra già da decine di migliaia di anni (eccetto Java, chi legge Martin Mystère sa di chi parlo).

Forse lo hobbit discende da Lucy

Non solo. Geologi e paleontologi pensano che la specie possa essersi estinta 12000 anni fa a causa di una devastante eruzione vulcanica sull’isola di Flores, ma l’antropologo Gregory Forth ha avanzato l’ipotesi che Homo floresiensis sia sopravvissuto alla catastrofe e che la sua presenza sull’isola sia alla base delle leggende della popolazione locale sugli Ebu Gogo, piccole creature pelose – capaci di esprimersi attraverso un linguaggio estremamente semplice – che saccheggiavano le dispense degli abitanti dell’isola, razziavano i campi e rapivano i bambini. Pare che fossero ancora presenti sull’isola quando arrivarono le prime navi portoghesi e olandesi, nel corso del XVI secolo, e secondo una delle storie tramandate furono arsi vivi alla fine del XIX secolo dagli abitanti di Flores, i Nage, che appiccarono il fuoco dopo averli riuniti al centro della foresta promettendo loro fibre di palma con cui realizzare indumenti. La leggenda vuole che una coppia di Ebu Gogo riuscì a fuggire, salvando così la specie dall’estinzione. Il paleontologo Henry Gee, su “Nature”, ha ipotizzato che Homo floresiensis possa ancora esistere in alcune zone inesplorate della foresta indonesiana e che vada messo in relazione con un’altra creatura leggendaria che da anni affascina i criptozoologi di mezzo mondo: l’Orang Pendek, il piccolo uomo di Sumatra.

A migliaia di chilometri dall’Irlanda – tassello dopo tassello – si ricompone la vera storia del Piccolo Popolo, e un tremendo sospetto comincia a insinuarsi nelle nostre menti: forse lo gnomo Smourph aveva ragione.

La fantascienza e la signora Brown

Pubblico qui un articolo scritto un po’ di tempo fa per Archivio Caltari (una rivista molto strana bella). Se quando sentite la parola “fantascienza” vi vengono in mente Indipendence Day e Armageddon, leggete il libretto di Ursula K. Le Guin e cambierete idea.

C’è qualcosa di dolcemente nostalgico in La fantascienza e la signora Brown, piccolo saggio scritto nel 1976 da Ursula K. Le Guin. Durante la lettura, l’avveduto lettore del XXI secolo avvertirà la stessa strana malinconia – impastata di orizzonti perduti e consunte utopie – che attraversa la sua mente quando gli capita di sfogliare le pagine ingiallite di un Linus degli anni ’70. Questo libriccino ha una densità paragonabile a quella di una nana bianca o di una stella di neutroni. L’edizione italiana comincia a pagina 9 e finisce all’inizio di pagina 50, per un totale di 42 pagine nette (numero caro agli amanti della fantascienza). Dentro c’è di tutto, ma soprattutto ci sono moltissime cose ormai definitivamente passate di moda: la speranza, l’utopia, l’uomo, l’etica.

Ursula K. Le Guin

La riflessione di Le Guin ruota attorno a due domande apparentemente banali, che al loro interno nascondono però una ridda di questioni profondissime. La prima domanda è «potranno mai sedere insieme […] la signora Brown e la fantascienza?», e la seconda è la conseguenza e l’estensione della prima: «è consigliabile, è sperabile, che ciò debba succedere?». Ma chi o cosa è la signora Brown? La risposta è semplice come la ricetta della torta millefoglie, ed esattamente come la torta millefoglie è composta da molti strati: la signora Brown è una vecchietta qualsiasi incontrata da Virginia Woolf sul treno Richmond-Waterloo, ma questa vecchietta rappresenta anche qualcosa d’altro: la vera essenza del romanzo – ciò che lo distingue da qualsiasi altra forma d’arte – ovvero il personaggio, il carattere, il soggetto, l’individuo, l’essere umano in quanto tale.

La signora Brown

Le Guin si chiede se nella fantascienza vi sia spazio per la signora Brown, se cioè la fantascienza sia condannata a essere semplicemente il luogo dell’Atto slegato dall’uomo, della pura techne – piena di «navicelle in grado di contenere eroici comandanti in uniformi nere e argentee», semplici figure bidimensionali funzionali alla narrazione (simboli che rimandano a qualcosa di astratto e lontano) – o se invece la matrice della fantascienza più autentica non sia nient’altro che l’essere umano, e che la techne acquisisca significato e valore solo in quanto «metafora di una X che gli scrittori cercano. L’individuo sfuggente, sui cui agiscono tutte le cose date, ma che semplicemente è». La signora Brown – in questo senso – sarebbe la X dove scavare, il tesoro nascosto della fantascienza (e non solo).

La fantascienza e la signora Brown

Clicca sull’immagine per scaricare l’ebook

Nelle quarantadue fittissime pagine di La fantascienza e la signora Brown quel che conta non sono le risposte a cui infine giunge l’autrice (financo ovvie), quanto il percorso compiuto per arrivarci, carico di diramazioni e deviazioni che contengono molteplici altre domande e infiniti spunti per riflessioni sociologiche, antropologiche, filosofiche, letterarie (all’interno c’è spazio anche per una delle più belle definizioni di fantascienza che siano mai state scritte, che riporto di seguito). Non ne parlo in questa sede per due fondamentali ragioni: la prima è che la mappa non è il territorio, specie se il territorio è già una mappa (con tanto di X dove scavare); la seconda è che se cercassi di raccontare tutto finirei col riscrivere il saggio di Le Guin, trasformandomi in un novello Pierre Menard alle prese con la ristesura del Chisciotte. E il mio scopo è solo quello di invogliarvi alla lettura.

E che cosa è la fantascienza, nella sua forma migliore, se non […] una chiave inglese folle, proteica, da impugnare con la sinistra, di cui si può fare qualunque uso venga in mente all’artigiano, satira, esplorazione, predizione, assurdo, esattezza, esagerazione, ammonimento, veicolo di messaggi, racconto di storie, qualsiasi cosa vi piaccia, una metafora che si può espandere all’infinito, perfettamente appropriata per il nostro universo in espansione, uno specchio infranto, infranto in innumerevoli frammenti, ognuno dei quali è in grado di riflettere, per un attimo, l’occhio sinistro e il naso del lettore, e anche le stelle più distanti, che brillano negli abissi della galassia più remota?

I Malkut

  • There is a theory which states that if ever anybody discovers exactly what the Universe is for and why it is here, it will instantly disappear and be replaced by something even more bizarre and inexplicable. There is another theory which states that this has already happened. Douglas Adams

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