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Categoria: Biblioteca Di Babele

The Synthetic Kingdom

The Synthetic Kingdom – A Natural History of The Synthetic Future è il titolo di un’incredibile opera d’arte. L’autrice, Alexandra Daisy Ginsberg, è al tempo stesso una designer, una scrittrice, una visual artist e una ricercatrice. La Ginsberg collabora da anni – insieme a biotecnologi, artisti e sociologi – a Synthetic Aestethics, progetto dell’Università di Stanford e dell’Università di Edimburgo dedicato allo studio delle problematiche concettuali ed estetiche che pone l’evoluzione della biologia sintetica. L’interesse principale della Ginsberg riguarda il punto di intersezione tra biologia e arte. “Se davvero la biologia può essere costruita”, si chiede la Ginsberg, “è lecito domandarsi che forma darle, quale design usare o non usare?”.

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The Synthetic Kingdom è un’opera composita, realizzata mettendo insieme stampe, oggetti e video animati in cui la Ginsberg immagina ipotetiche strutture biosintetiche realizzate dall’uomo per gli scopi più disparati. L’idea di fondo è quella che presto l’evoluzione delle biotecnologie ci porterà ad aggiungere un altro ramo all’albero dell’evoluzione: quello della vita sintetica.

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 TRE ESEMPI DI STRUTTURE SINTETICHE

Nel momento in cui diviene possibile costruire da zero, come si può distinguere ciò che è naturale da ciò che non lo è? […] Prendete una caratteristica di un organismo vivente, individuatela nel suo DNA e inserite l’informazione estratta in uno chassis biologico. […] La vita sintetica elaborerà informazioni, produrrà energia, eliminerà l’inquinamento, produrrà parti che si autoriparano, ucciderà gli agenti patogeni e farà anche i lavori di casa.

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Fibre ottiche per le telecomunicazioni
I batteri con l’enzima SILICATEIN sono in grado di trasformare il mare in una fabbrica di prodotti utilizzabili dall’uomo. L’acido acetilsalicilico è polimerizzato dall’acqua marina per realizzare elementi di silicato usate nelle fibre ottiche. [DNA d’origine: Euplectella aspergillum (spugna marina)]

 

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Timer bioelettronico per il pranzo 
Attraverso l’utilizzo di un oscillatore sintetico chiamato REPRESILLATOR, questi timer viventi sono programmati per esprimere la proteina rosa DsRed2 all’ora di pranzo. [DNA d’origine: Escherichia coli]

 

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Luminaire

Energia illimitata: LUMINAIRE
L’enzima LUCIFERASE offre un’alternativa al mercurio tossico utilizzato per realizzare le lampade a basso consumo. [DNA d’origine: Lampyris noctiluca (coleottero)]

 

TRE ESEMPI DI PATOLOGIE SINTETICHE

Può succedere che batteri e strutture biosintetiche escano dai laboratori e colonizzino parti del nostro corpo. Cosa accade quando sfuggono al nostro controllo? Semplice: fanno quello per cui sono stati progettati. E prosperano.

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Tumore al polmone rilevatore di inquinamento
Donna di 64 anni, fumatrice, malata terminale. Le analisi hanno identificato una nuova specie di produttore di silicio contenente DNA proveniente  da rilevatori giapponesi di monossido di carbonio (il marchio del produttore è rimasto intatto). Una doppia malattia: nei suoi polmoni si sono sviluppati cristalli rilevatori di monossido di carbonio in risposta alla presenza di inquinanti.

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Alchimia colonica
Forse la patologia suprema: i prodotti di scarto del paziente si trasformano in oro. Si è sempre ritenuto che l’oro fosse impossibile da sintetizzare. Test genetici non sono riusciti a rivelare le origini di questi pregiati batteri alchemici. Il colon, sinora sottovalutato, adesso può essere definito il nostro organo più prezioso. Letteralmente.

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Batteri-timer rosa che occludono lo stomaco
Rimossi chirurgicamente da un uomo di 52 anni, questi batteri sintetici si sono evoluti all’interno dello stomaco del paziente. La luce emessa all’ora di pranzo ha innescato un accumulo costante di cheratina da parte dei batteri. La causa è stata identificata in un trasferimento casuale di DN A tra i batteri fuoriusciti dalla fabbrica di cheratina e un Timer bioelettronico per il pranzo smaltito per errore in una discarica locale.

Alexandra Ginsberg è stata definita da Maria Popova (quel giorno sotto l’effetto di sostanze psicotrope), forse con un eccesso di entusiasmo, un Michelangelo postmoderno. Se accettiamo questa definizione, The Synthetic Kingdom non può che essere la sua Cappella Sistina (potrei essere sarcastico, chissà), l’opera in cui è riuscita a raggiungere il vertice della sua capacità visionaria.

Il mysterioso hobbit dell’isola di Flores

Chi segue questo blog dall’inizio (io e i miei tre lettori immaginari) ricorderà un vecchissimo post in cui parlavo della mia passione per Martin Mystère. Orbene, una strana vicenda paleoantropologica mi ha fatto tornare alla mente una bellissima storia del Buon Vecchio Zio Marty, letta secoli fa. Dovete sapere che nell’estate del 1988, per una serie di bizzarre circostanze, Martin Mystère si ritrovò a Chuslamocree, ridente paesino sperduto in un angolo remoto della verde Irlanda. Il soggiorno del nostro eroe in quell’amena località si rivelò più movimentato del previsto – tra misteriose sparizioni, accuse di rapimenti, pestaggi, incendi dolosi, suicidi, elfi, lepricani, uova cosmiche contenenti regine dei folletti, bambine sordomute parlanti e partite a croquet con gnomi malvagi. Non mi interessa in questa sede riassumere l’intera vicenda, la quale peraltro è stata mirabilmente narrata dal biografo ufficiale di Martin in un racconto della serie a fumetti che porta il suo nome (“Martin Mystère” nn. 7677, luglio-agosto 1988), ma ricordarne un singolo episodio. Poco dopo il suo arrivo nel magico territorio del Piccolo Popolo, Martin ebbe modo di partecipare al Fleadh Cheoil – spettacolo di gnomi e folletti – nel corso del quale gli venne rivelata questa sconcertante verità: “mille e mille eoni prima della nostra era, il Piccolo Popolo si sviluppò parallelamente all’Homo sapiens e all’uomo di Neanderthal”. Ebbene sì. Al di là di miti, fiabe e leggende, il nucleo della storia narrata dallo gnomo Smourph è sin troppo prosaico: il Piccolo Popolo – dopo una lunga e pacifica convivenza con i nostri antenati e i nostri cugini neanderthaliani – fu praticamente sterminato dai crudeli Sapiens, e i pochi sopravvissuti furono costretti a rifugiarsi nei boschi e a vivere nella clandestinità.

Martin Mystère 76

Torniamo al cosiddetto mondo reale. Nel 2003 un team di paleoantropologi che stava conducendo scavi all’interno di una grotta chiamata Liang Bua, sull’isola indonesiana di Flores, rinvenne i resti fossili di una strana specie di ominide, chiamato Homo floresiensis. Si trattava dello scheletro parziale di una femmina adulta, alta all’incirca un metro e vissuta 13000 anni fa, ribattezzata Little Lady of Flores o Flo. Alcune caratteristiche dello scheletro di Flo (ad esempio femore e tibia corti) apparivano molto primitive e richiamavano quelle delle scimmie antropomorfe e degli australopitechi, altre invece si rivelarono eccezionalmente moderne e indubbiamente riconducibili al genere Homo. In particolare, una tomografia computerizzata del cranio evidenziò che il cervello, pur essendo molto piccolo – 380 cm³, meno di un terzo di quello di Homo sapiens – aveva una parte della corteccia frontale estesa (l’area 10 di Brodmann, fondamentale per lo sviluppo di attività cognitive complesse). Infatti, oltre a resti fossili di altri individui appartenenti alla stessa specie, nella zona di scavo furono rinvenuti utensili e strumenti in pietra che in teoria creature con cervelli tanto piccoli non avrebbero potuto fabbricare.

Un’altra caratteristica singolare dell’Homo floresiensis era il piede: l’alluce era allineato alle altre dita, come nell’Homo sapiens, ma il piede nel suo complesso era esageratamente lungo per un essere che raggiungeva a stento il metro di altezza – oltre 20 cm, pari al 70% della lunghezza del femore. Per questo motivo, oltre che per gli altri tratti peculiari, l’Homo floresiensis è stato informalmente ribattezzato hobbit, in omaggio al personaggio inventato da J.R.R. Tolkien: piccolo, intelligente e dotato di piedoni.

Cranio di Homo floriesiensis

Alcuni scienziati hanno messo in discussione l’appartenenza di Homo floresiensis a una specie distinta, ipotizzando che i resti ritrovati siano da attribuire a comuni Sapiens affetti da nanismo microcefalico, ma numerose analisi e ricerche successive hanno smentito questa ipotesi, confermando il fatto che Homo floresiensis è una specie a sé stante – seppur difficile da collocare esattamente nell’albero filogenetico del genere Homo. L’uomo di Flores si sviluppò parallelamente all’Homo sapiens (con cui probabilmente è entrato in contatto e ha interagito) sino a tempi recentissimi: i resti ritrovati a Liang Bua risalgono a soli 13000 anni fa, quando l’uomo di Neanderthal era scomparso dalla faccia della terra già da decine di migliaia di anni (eccetto Java, chi legge Martin Mystère sa di chi parlo).

Forse lo hobbit discende da Lucy

Non solo. Geologi e paleontologi pensano che la specie possa essersi estinta 12000 anni fa a causa di una devastante eruzione vulcanica sull’isola di Flores, ma l’antropologo Gregory Forth ha avanzato l’ipotesi che Homo floresiensis sia sopravvissuto alla catastrofe e che la sua presenza sull’isola sia alla base delle leggende della popolazione locale sugli Ebu Gogo, piccole creature pelose – capaci di esprimersi attraverso un linguaggio estremamente semplice – che saccheggiavano le dispense degli abitanti dell’isola, razziavano i campi e rapivano i bambini. Pare che fossero ancora presenti sull’isola quando arrivarono le prime navi portoghesi e olandesi, nel corso del XVI secolo, e secondo una delle storie tramandate furono arsi vivi alla fine del XIX secolo dagli abitanti di Flores, i Nage, che appiccarono il fuoco dopo averli riuniti al centro della foresta promettendo loro fibre di palma con cui realizzare indumenti. La leggenda vuole che una coppia di Ebu Gogo riuscì a fuggire, salvando così la specie dall’estinzione. Il paleontologo Henry Gee, su “Nature”, ha ipotizzato che Homo floresiensis possa ancora esistere in alcune zone inesplorate della foresta indonesiana e che vada messo in relazione con un’altra creatura leggendaria che da anni affascina i criptozoologi di mezzo mondo: l’Orang Pendek, il piccolo uomo di Sumatra.

A migliaia di chilometri dall’Irlanda – tassello dopo tassello – si ricompone la vera storia del Piccolo Popolo, e un tremendo sospetto comincia a insinuarsi nelle nostre menti: forse lo gnomo Smourph aveva ragione.

[Storify] Il capitale umano

Questo  è il mio primo esperimento con Storify. Potete leggere il post all’interno del blog oppure cliccare qui. Se non sapete cosa è Storify non siete al passo coi tempi, leggete questo articolo. Ah, arrivati in fondo ricordatevi di cliccare su “Read next page”.

Crisafulli

Il commendator Crisafulli è un uomo tutto d’un pezzo. Quattro o cinque menti, fieri occhi cisposi, capelli brillantinati di un nero irreale, baffetti maliziosi disegnati con la matita per occhi. Lo incontro tutte le mattine al Bar Caglietto di Spinaceto, di solito prende un bicchierino d’amaro Ramazzotti e si siede in un angolo a leggere Il Messaggero. Oggi no. Mi giro e lo vedo in piedi, dietro di me. In mano non ha niente, né il giornale né l’amaro. Che fa lì in piedi, immobile e silenzioso, il commendator Crisafulli? Non capisco, poi realizzo. Mi fissa. Mi fissa senza motivo mentre bevo il caffè. Il suo sguardo è feroce e giudicante, penetra nelle mie vene e cambia la composizione chimica di ogni cosa: le molecole del caffè sono scosse da fremiti, il mio corpo ondeggia senza motivo, il mondo intiero sembra implodere mentre Crisafulli mi scruta dall’alto della sua oscena pappagorgia.

Tutto ciò che mi circonda diventa un’emanazione di Crisafulli. Io stesso comincio a credere di non essere altro che il frutto della sua immaginazione. Forse è sempre stato così, forse io sono solo l’aborto di un fugace pensiero crisafulliano. Mi sento male, sputo il caffè e macchio la camicetta della barista, la tazzina cade e si rompe in mille pezzi. Dove sono? Sto per svenire, poi la sirena di un’ambulanza mi risveglia. Stanno venendo a prendermi? No, l’ambulanza passa davanti al bar e corre verso il Grande Raccordo Anulare. Sento un cane uggiolare in lontananza, nel suo lamento riconosco la mia disperazione. Crisafulli ride, prende un bicchierino d’amaro Ramazzotti e si siede in un angolo a leggere Il Messaggero.

Caffè alla Crisafulli

 

Everyman

[Scritto il 14 aprile 2007]

Everyman è l’ultimo libro di Philip Roth. Romanzo breve di 117 pagine, pare sia lontano anni luce dall’intensità e dalla forza di Lamento di Portnoy, Pastorale americana e altri capolavori rothiani. Io questo però non lo so, perché Everyman è il primo romanzo di Roth che leggo. So solo che in qualche modo ha lasciato il segno – un piccolo segno – e m’ha fatto venire voglia di leggere subito qualcos’altro di suo (mi sa che comincerò proprio con Lamento di Portnoy). Everyman è la storia di un uomo e di quell’uomo soltanto, ma potrebbe essere la storia di ogni uomo. Una storia che comincia col funerale del protagonista e finisce con la sua morte. Dentro questo cerchio perfetto ci sono solo spezzoni e flashback a singhiozzo della sua vita: errori, passioni, rimpianti, amori, rimorsi, incomprensioni, speranze, illusioni, disillusioni. E poi gradualmente decadenza, sofferenza e malattia che assurdamente prendono il sopravvento e si impossessano di lui. È la storia di un uomo per quel che è: un corpo che che cresce, respira, soffre, pensa, si muove, scopa, si riproduce, crea e distrugge relazioni, fa cose intelligenti e commette imperdonabili e normalissime cazzate; ed è fatto di muscoli, nervi, vene e contiene un cervello e un cuore e tanti altri organi che all’improvviso cominciano a funzionare male e poi si rompono e l’uomo muore ed è tutto finito.

Tutto qui. Niente che appaghi o consoli, nessuna speranza residua, nessun intreccio avvincente o sorprendente. Quel che resta alla fine sono solo ossa, ricordi sparsi qua e là e un po’ di vuoto. Probabilmente non è tra i migliori romanzi di Roth e non so se m’è piaciuto; forse sì, ma propendo per il no. Non credo sia questo il punto, però. Il punto è che m’ha lasciato una microscopica e impercettibile sacca di vuoto nella mente. Nient’altro.

Everyman

Insieme a Howie, aveva smesso di prendere sul serio il giudaismo a tredici anni – la domenica dopo il sabato del suo bar mitzvah – e da allora non aveva più messo piede in una sinagoga. Aveva persino lasciato in bianco lo spazio per la religione sul modulo di ammissione all’ospedale, per evitare che la parola «ebreo» provocasse la visita di un rabbino, venuto a parlare con lui nella sua stanza nel modo in cui parlano i rabbini. La religione era una bugia che aveva riconosciuto presto nella vita, e trovava offensive tutte le religioni, considerava insensato e puerile il loro superstizioso bla-bla e non poteva soffrire l’assoluto infantilismo di tutto ciò: i discorsi da bambini e la rettitudine e le pecore, gli avidi credenti. Niente abracadabra su Dio e sulla morte, né obsolete fantasie sul paradiso, per lui. Esisteva solo il nostro corpo, venuto al mondo per vivere e morire alle condizioni decise dai corpi vissuti e morti prima di noi. Se si fosse potuto dire che aveva individuato una nicchia filosofica in cui collocarsi, eccola: l’aveva trovata presto e intuitivamente, e per quanto elementare, era tutta lì. Se avesse mai scritto un’autobiografia, l’avrebbe intitolata Vita e morte di un corpo maschile.

I Malkut

  • Somewhere, something incredible is waiting to be known. Carl Sagan

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