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Categoria: Biblioteca Di Babele

Crisafulli

Il commendator Crisafulli è un uomo tutto d’un pezzo. Quattro o cinque menti, fieri occhi cisposi, capelli brillantinati di un nero irreale, baffetti maliziosi disegnati con la matita per occhi. Lo incontro tutte le mattine al Bar Caglietto di Spinaceto, di solito prende un bicchierino d’amaro Ramazzotti e si siede in un angolo a leggere Il Messaggero. Oggi no. Mi giro e lo vedo in piedi, dietro di me. In mano non ha niente, né il giornale né l’amaro. Che fa lì in piedi, immobile e silenzioso, il commendator Crisafulli? Non capisco, poi realizzo. Mi fissa. Mi fissa senza motivo mentre bevo il caffè. Il suo sguardo è feroce e giudicante, penetra nelle mie vene e cambia la composizione chimica di ogni cosa: le molecole del caffè sono scosse da fremiti, il mio corpo ondeggia senza motivo, il mondo intiero sembra implodere mentre Crisafulli mi scruta dall’alto della sua oscena pappagorgia.

Tutto ciò che mi circonda diventa un’emanazione di Crisafulli. Io stesso comincio a credere di non essere altro che il frutto della sua immaginazione. Forse è sempre stato così, forse io sono solo l’aborto di un fugace pensiero crisafulliano. Mi sento male, sputo il caffè e macchio la camicetta della barista, la tazzina cade e si rompe in mille pezzi. Dove sono? Sto per svenire, poi la sirena di un’ambulanza mi risveglia. Stanno venendo a prendermi? No, l’ambulanza passa davanti al bar e corre verso il Grande Raccordo Anulare. Sento un cane uggiolare in lontananza, nel suo lamento riconosco la mia disperazione. Crisafulli ride, prende un bicchierino d’amaro Ramazzotti e si siede in un angolo a leggere Il Messaggero.

Caffè alla Crisafulli

 

Everyman

[Scritto il 14 aprile 2007]

Everyman è l’ultimo libro di Philip Roth. Romanzo breve di 117 pagine, pare sia lontano anni luce dall’intensità e dalla forza di Lamento di Portnoy, Pastorale americana e altri capolavori rothiani. Io questo però non lo so, perché Everyman è il primo romanzo di Roth che leggo. So solo che in qualche modo ha lasciato il segno – un piccolo segno – e m’ha fatto venire voglia di leggere subito qualcos’altro di suo (mi sa che comincerò proprio con Lamento di Portnoy). Everyman è la storia di un uomo e di quell’uomo soltanto, ma potrebbe essere la storia di ogni uomo. Una storia che comincia col funerale del protagonista e finisce con la sua morte. Dentro questo cerchio perfetto ci sono solo spezzoni e flashback a singhiozzo della sua vita: errori, passioni, rimpianti, amori, rimorsi, incomprensioni, speranze, illusioni, disillusioni. E poi gradualmente decadenza, sofferenza e malattia che assurdamente prendono il sopravvento e si impossessano di lui. È la storia di un uomo per quel che è: un corpo che che cresce, respira, soffre, pensa, si muove, scopa, si riproduce, crea e distrugge relazioni, fa cose intelligenti e commette imperdonabili e normalissime cazzate; ed è fatto di muscoli, nervi, vene e contiene un cervello e un cuore e tanti altri organi che all’improvviso cominciano a funzionare male e poi si rompono e l’uomo muore ed è tutto finito.

Tutto qui. Niente che appaghi o consoli, nessuna speranza residua, nessun intreccio avvincente o sorprendente. Quel che resta alla fine sono solo ossa, ricordi sparsi qua e là e un po’ di vuoto. Probabilmente non è tra i migliori romanzi di Roth e non so se m’è piaciuto; forse sì, ma propendo per il no. Non credo sia questo il punto, però. Il punto è che m’ha lasciato una microscopica e impercettibile sacca di vuoto nella mente. Nient’altro.

Everyman

Insieme a Howie, aveva smesso di prendere sul serio il giudaismo a tredici anni – la domenica dopo il sabato del suo bar mitzvah – e da allora non aveva più messo piede in una sinagoga. Aveva persino lasciato in bianco lo spazio per la religione sul modulo di ammissione all’ospedale, per evitare che la parola «ebreo» provocasse la visita di un rabbino, venuto a parlare con lui nella sua stanza nel modo in cui parlano i rabbini. La religione era una bugia che aveva riconosciuto presto nella vita, e trovava offensive tutte le religioni, considerava insensato e puerile il loro superstizioso bla-bla e non poteva soffrire l’assoluto infantilismo di tutto ciò: i discorsi da bambini e la rettitudine e le pecore, gli avidi credenti. Niente abracadabra su Dio e sulla morte, né obsolete fantasie sul paradiso, per lui. Esisteva solo il nostro corpo, venuto al mondo per vivere e morire alle condizioni decise dai corpi vissuti e morti prima di noi. Se si fosse potuto dire che aveva individuato una nicchia filosofica in cui collocarsi, eccola: l’aveva trovata presto e intuitivamente, e per quanto elementare, era tutta lì. Se avesse mai scritto un’autobiografia, l’avrebbe intitolata Vita e morte di un corpo maschile.

Old Boy

Corea del Sud, 1988. Oh Dae-su è una persona normale (qualunque cosa voglia dire), perfettamente integrata nella società. Conduce una vita serena, grigia, sin troppo tranquilla: ha una moglie, una figlia di quattro anni e un vecchio amico che lo tira fuori dai guai quando alza un po’ il gomito (eh sì, ogni tanto capita). Il film comincia: il nostro Dae-su ha effettivamente bevuto qualche bicchiere di troppo e dà di matto in una stazione di polizia, ma non è nulla di grave. Interviene il suo amico Joo-hwan che lo trascina fuori di lì; insieme raggiungono una cabina telefonica e Dae-su tranquillizza la moglie preoccupata. Vuole tornare a casa, ha comprato pure un regalo per sua figlia. Fuori dalla cabina piove a dirotto, Dae-su esce barcollando e lascia Joo-hwan dentro la cabina a parlare con sua moglie. 1988, cabina telefonica, pioggia, fine di tutto. Si vede un ombrello viola e Dae-su scompare.

No, non sta facendo stretching

Corea del Sud, 2003. Sono passati quindici anni e Oh Dae-su non è più una persona normale. Quindici anni sono tanti, tantissimi, ma possono apparire eterni se sei costretto a passarli rinchiuso in una stanza, senza sapere il perché, senza poter uscire, con la sola compagnia di un vecchio televisore, quattro mura e un paesaggio finto alla finestra. Quindici anni di vuoto, follia, disperazione. Quindici anni di angoscia e di rabbia feroce. Pugni chiusi e calci contro il muro, ravioli fritti ogni santo giorno, allucinazioni, formiche inesistenti sotto la pelle, qualcuno che ti droga tutte le notti e la disperazione di non sapere, di non capire. Il desiderio di vendetta che giorno dopo giorno, anno dopo anno, cresce e cresce sino a diventare l’unico motivo per restare in vita. Poi la libertà e il brutto sogno che si trasforma in un incubo surreale, un vortice di eventi impossibili da dominare. Mani mozzate, polpi mangiati vivi, telefonini che squillano, combattimenti a colpi di martello, donne sconosciute, sangue e denti strappati, cagnolini suicidi, un pugnale conficcato nella schiena, ricatti, ultimatum e chat colorate. Il desiderio di capire chi sei diventato, cosa sei diventato e perché. «Sebbene sia peggio di una bestia, non ho anche io il diritto di vivere?». Rabbia e vendetta si intrecciano con paura, amore, sesso, ricordi sepolti. La risposta arriva, la verità emerge, la vendetta sta per essere consumata… ma Dae-su non sa di essere solo una pedina inconsapevole all’interno di un gioco labirintico. Un’altra verità, terribile e insopportabile, lo attende dentro una scatola colorata.

Old Boy (o Oldboy) il penultimo film del regista coreano Chan-wook Park – liberamente ispirato all’omonimo manga giapponese – è un film visivamente perfetto. Le luci, il montaggio e le inquadrature mutano col mutare della storia e si inseriscono perfettamente all’interno di un complicato meccanismo ad incastro, fatto di flashback, sottotrame, colpi di scena e repentini cambi di registro. Un lunghissimo combattimento, molto realistico, viene girato come se fosse una scena di un videogame d’azione anni ’80, il protagonista sembra rincorrere il se stesso del passato in un bellissimo montaggio alternato che racconta il riemergere dei suoi ricordi, alcune scene sono girate con la camera fissa e asetticamente documentano attimi di una violenza inaudita, altre invece ne seguono l’evolvere parossistico in modo compiaciuto e ironico. Non c’è una sola scena uguale, in Old Boy. Sembra di passare da un film all’altro, continuamente. Old Boy è violento, iperbolico, delirante, sopra le righe, ma è anche un film profondo che racconta una storia tragica e affronta temi universali e fortissimi come il sentimento di vendetta, la speranza, la redenzione, lo scacco, il rimorso, la follia. In certi momenti allo spettatore pare di trovarsi in una rielaborazione in chiave moderna di quattro o cinque drammi shakespeariani messi assieme. I drammi shakespeariani si mescolano poi ai topoi classici delle tragedie greche, la violenza disturbante si somma a quella da slapstick e il lirismo tragico si tramuta all’improvviso in umorismo da black-comedy. Il tutto rivisto in chiave manga attraverso gli occhi di un regista visionario. Il risultato non è la semplice somma delle parti, però, e i vari elementi non sono accatastati l’uno sull’altro solo per strizzare l’occhio allo spettatore (come invece fa, in modo perfetto, Tarantino). In Old Boy tutti questi meccanismi convergono e si congiungono in una perfetta unità. Una unità terribile e stordente che alla fine del film resta dentro gli occhi dello spettatore e lentamente si insinua nella sua mente, costringendolo a ritornare a quelle immagini troppo assurde per essere vere, eppure assurdamente vere. Da non perdere.

I bassifondi inesistenti di Giulia Ci

La copertina del libro di Giulia C.

Flussi di coscienza joyciani scritti con tutte le virgole al posto giusto, cambi repentini di registro, fantasie sfrenate di una psiche inquieta, lucidità e limpidezza descrittiva fatta a pezzi in modo nevrotico. Ci si trova di fronte a tutto questo leggendo I bassifondi inesistenti, racconto principale della raccolta Una persona normale – I bassifondi inesistenti e altri racconti spudorati di Giulia C. – a.k.a. giuvax, giovane scrittrice campana divenuta celebre per avere più blog di quanti una mente umana possa immaginare e per aver creato la famosa comunità web rompicats. I bassifondi inesistenti è un ensemble folle di frammenti narrativi, una costruzione fatta con pezzi non combacianti, un frullato di percezioni prive di connessione. La trama, il tessuto, la Storia non hanno alcun significato, e il lettore – spiazzato e confuso – non può far altro che subire l’onda anomala fatta di pensieri liquefatti e scombinati che lo proiettano, nel breve volgere di quattordici fittissime pagine, all’interno delle allucinazioni dell’io narrante. La forza della scrittura di questa giovane autrice sta nel modo in cui riesce a mescolare elementi contraddittori: topoi classici e sperimentazioni postmoderne, descrizioni, narrazioni e speculazioni esistenziali in un mega frappè cerebralemotivo. Chi è il protagonista di questo racconto? La mente, l’Io cristallizzato dell’autrice? No, l’Io che travolge e stordisce il povero lettore con tonnellate di riflessioni e deliri altro non è che la tessera inconsapevole di un mosaico impazzito dietro cui non si nasconde nessuna figura, un pezzo di un patchwork realizzato con stoffe diverse e inconciliabili. È questa, a ben vedere, la vera debolezza e l’estrema contraddizione di questo racconto, pur tanto suggestivo e ben scritto: non è un vero racconto (ma – attenzione – non è neppure un insieme disordinato di pagine di diario, come potrebbe sembrare dopo una lettura superficiale). Non c’è nessuna struttura in grado di sostenere storie e visioni. C’è troppo dentro I bassifondi inesistenti, troppo persino per l’autrice, vittima del suo eccesso di virtuosismo, incapace di dominare e dare forma al caos di tutti gli universi che ha in testa. Insomma, se qualcuno mi chiedesse se mi è piaciuta la storia, non potrei che rispondere di no, perché I bassifondi inesistenti non è una storia.

Giulia C. in un momento di relax.

È una busta piena di pezzi di puzzle diversi, non un vero puzzle in cui è possibile, lentamente e con pazienza, costruire una figura, magari assurda o incomprensibile, ma comunque frutto dell’assemblaggio di forme fatte per essere incastrate. Le tessere devono poter combaciare se si vuole generare un disegno, un’idea, una storia appunto, se no restano soltanto frammenti di disegni diversi messi insieme senza alcuno scopo, solo per fare straripare il fiume in piena dei propri pensieri (ma allora sarebbe giusto custodire le parole e nasconderle al resto del mondo, inevitabilmente destinato a non comprendere [1]). Un narratore è uno che prende la tua anima e le tue budella, le strizza e ti fa sussultare di fronte alla sua creazione [2]. L’autrice ci arriva vicino in diversi momenti, alcune righe de I Bassifondi inesistenti sono energia pura, intensissima e prorompente [3]; il problema è che alcune righe non bastano, una vera creazione è organica, non costruita attraverso la giustapposizione di tante minicreazioni in grado di provocare minisussulti slegati tra loro. La storia è quindi inesistente, ma alcune microstorie sono sublimi. L'umile recensore mentre legge il racconto di Giulia C.La lucida descrizione del non-dialogo con il padre, ad esempio, riesce in poche righe a proiettare il lettore all’interno della psiche dei personaggi e della sequenza di pensieri, comportamenti, eventi che attraverso infinite ramificazioni li hanno portati a quel colloquio-soliloquio «in cucina, di sera tarda, davanti ad una tazza di latte che fa schifo». L’incontro con la bambina su una panchina in riva al lago e con uno sconosciuto davanti a una vetrina, le riflessioni sulle mani che odorano di vino e sul “cattiveggiare” per le strade sono come fotografie scattate con un obiettivo di precisione che si stampano nella mente del lettore. Tutto questo, però, non basta. Giulia C. ha il talento della vera scrittrice, ma per ora è schiava di enormi potenzialità che non riesce a gestire. Le manca la capacità (o forse solo la voglia) di partorire una trama, una storia con un sentiero, per quanto labirintico, da seguire. Il lettore si trova smarrito alla ricerca di un percorso che lo aiuti a comprendere (non a spiegare razionalmente né a capire – in questo caso non avrebbe senso – ma proprio a comprendere) e che non potrà trovare, perché nelle parole di Giulia C. non c’è un nessun percorso, o quantomeno c’è un percorso comprensibile davvero solo dalla stessa autrice. In sintesi e per concludere, l’umile autore di questa breve recensione si è trovato di fronte ad una sostanziale mancanza di struttura narrativa unita ad una immane forza di scrittura. L’autrice è molto giovane, comunque, e non potrà che migliorare (questo è un luogo comune, in realtà spesso col tempo si peggiora… Orson Welles e Maradona insegnano). Il giudizio è quindi momentaneamente sospeso, ma io sono fermamente convinto che Giulia C. sia in potenza una scrittrice con la esse maiuscola che, prima o poi, riuscirà a dominare il suo genio creativo [4] e ci regalerà qualcosa di grande.

Giulia C., I bassifondi inesistenti, pubblicato all’interno della raccolta Una persona normale – I bassifondi inesistenti e altri racconti spudorati, Adelphi, 232 pp., 12 euro

[1] Basta dire, come fa l’autrice nella premessa del racconto, che il lettore deve «immaginare emozioni suoni sentimenti conflitti dolori, solo da poche parole […]. Chi non capisce rimarrà ovviamente fuori.»? Non è forse questo un pretesto per poter bariccheggiare in libertà?

[2] Sì, una specie di serial killer.

[3] Sì, come il bagnoschiuma.

[4] Quel che è certo è che domina già il mercato, visto che il suo libro è diventato un best seller ed ha venduto 57.000 copie nel giro di tre settimane (alcuni sostengono che questo incredibile successo sia dovuto al cosiddetto effetto Melissa P., ma questa è un’altra storia).

Che dire?

Mercoledì scorso, dopo giorni e giorni di lunga ed estenuante attesa, sono finalmente riuscito a vedere la seconda parte di Kill Bill, la scatola colorata di cereali al gusto di celluloide (slurp) fatta esplodere da Tarantino qualche mese fa. Che dire? Alcuni miei amichetti me ne avevano parlato male, in rete avevo letto molte recensioni negative o così cosà. Molti l’avevano trovato noioso, molti altri inutilmente pretenzioso e/o presuntuoso. E invece no. Non solo Kill Bill Vol. 2 è all’altezza del Vol. 1 (ebbene sì, ho linkato per la milionesima volta la mia recensioncina, sono davvero una faccia di bronzo), ma sotto molti aspetti gli è superiore, fermo restando che non si tratta affatto di due film, ma di due parti di un’opera unica (in realtà sono due film, ma messi insieme fanno un solo film. Anzi no, anzi sì. Oh, ma che volete da me?). In Vol. 2 Tarantino dà libero sfogo alla sua fantasia espansa da divoratore di cinema di genere, ogni singola scena trasuda amore puro per un certo tipo di Cinema, per una certa idea di Cinema, ma per capirlo bisogna essere sulla sua stessa lunghezza d’onda, svestire i panni di fruitori del film ed entrare dentro la sua mente ipercinetica.

Per apprezzare Vol. 1 bastava sedersi sulla poltroncina del cinema dopo essersi iniettati una doppia dose di sospensione dell’incredulità, staccare la spina e godersi il frullato impazzito al gusto di LSD, ipercitazionistico e (apparentemente) bidimensionale. In Vol. 2 Tarantino cambia registro, decide di trasformare il patchwork multicolor di serie b in un raffinato tappeto persiano (un fottuto tappeto persiano da 50.000 fottutissimi dollari del cazzo, direbbe zia Molly), solo che non lo mostra in maniera esplicita, non dice a chiare lettere che il suo film non è un semplice giocattolino. No, il prezioso tappeto persiano è mascherato da tappeto finto-persiano da quattro soldi (è come il Vol. 1, solo un po’ più lento e sfilacciato e con dialoghetti pseudofilosofici messi per allungare il brodo, ha detto qualcuno). Guardando più attentamente, però, ci si accorge che il tappeto è fatto troppo bene per essere finto.

Quentin dà spessore ai suoi personaggi, trasforma le vignette del fumetto pulp bidimensionale in squarci a tre dimensioni della sua fantasia, delle sue idee, della sua Idea di Storia e di Trama, della sua Concezione di Cinema. E il bello è che questo mutamento di registro ha effetto retroattivo, ci permette di vedere con occhi diversi anche la prima parte, ci dà gli strumenti per capire cosa si celava dietro gli infiniti ammiccamenti e le innumerevoli strizzatine d’occhio citazionistiche. No, non si tratta di semplici citazioni, né di omaggi (né tantomeno di plagi, come qualche sciocchino ha osato sostenere) al kung-fu movie, all’italian-giallo (come lo chiama lui), allo spaghetti western e a chissà cos’altro. Non si tratta nemmeno di un divertissement, un pastiche potmoderno confezionato da Quentin per far divertire gli spettatori ma soprattutto se stesso. No. Kill Bill, nella sua interezza, è una costruzione mitopoietica. Perfetta, senza sbavature. E’ la costruzione di un Mondo, o meglio la costruzione della Visione di un Mondo, un Mondo in cui ogni pezzo pare giustapporsi agli altri in modo casuale ed invece è giusto che sia lì e lì soltanto. E’ tutto quello che… vabbè, adesso sto esagerando. In parole povere: Kill Bill è bellissimo e se non vi è piaciuto siete dei frollocconi.

I Malkut

  • We are all puppets, Laurie. I’m just the puppet who can see the strings. Jon Osterman

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