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Categoria: Fase Ipnagogica

Perna de Pau

Forse mi succede perché amo la fantascienza, le ucronie, la teoria del Multiverso, Philip K. Dick e Rick and Morty. Forse perché erano anni che non trascorrevo più di una settimana all’estero (l’ultima volta è stato in occasione del mitico Interrail post maturità, eoni fa). Forse perché il Portogallo è diverso dall’Italia, ma in fondo non così tanto. Forse perché sono pazzo, semplicemente.

Fatto sta che da quando vivo a Lisbona (ben dieci giorni) ho la sensazione di trovarmi in un universo parallelo. Ed è bellissimo. La gente parla una lingua strana, esotica e incomprensibile, che però assomiglia vagamente alla mia. Alcune parole sono uguali, ma hanno un significato completamente diverso. Morbido significa morboso e birra vuol dire capriccio. Se voglio un gelato dell’Algida (che qui si chiama Olá), posso prendere Cornetto, Calippo, Magnum e Solero senza problemi, ma non il Cucciolone. Non esiste. In compenso c’è il PERNA DE PAU (“trampolo”), un bizzarro mix fra Cremino e Fior di fragola. Per strada incappo nel poster pubblicitario della nuova stagione di “A Guerra dos Tronos” e al cinema fanno “Amigos amigos, telemóveis a parte” (ovvero “Perfetti sconosciuti”, siamo ai livelli di “Se mi lasci ti cancello”).

Insomma, sembra la stessa dimensione spazio-temporale, ma non lo è. Provo una specie di Mandela Effect potenziato con doppio salto mortale carpiato. A proposito, anch’io sono lo stesso eppure sono un altro. Mi guardo allo specchio e ho la sensazione di avere i capelli più lunghi e la carnagione più scura. Dite che è dovuto al tempo che scorre e al sole che abbronza? Naaah, troppo banale. La mia mente è finita nel corpo del mio doppelgänger di questo universo, è evidente.

(Sì, sono pazzo. E pure un po’ morbido.)

Il tuo müesli

Il tuo müesli non ti tradisce mai. È lì, ti aspetta dentro la credenza lilla della cucina. Ti vuole bene, ti ama, esiste per renderti felice. La mattina versi il latte freddo nella tazza, prendi il grosso cucchiaio made in Taiwan e cominci a mangiare i croccantissimi agglomerati di cereali con cioccolato fondente e nocciole. Sono ricchi di vitamine, fibre e sali minerali, ti danno tanta energia e voglia di fare. Li mangi come se non ci fosse un domani, come se la tua intera esistenza fosse racchiusa in quel sublime atto di masticazione e deglutizione, deglutizione e masticazione. Un loop infinito di piacere. Chomp chomp chomp, rapimento estatico, chomp chomp chomp.

muesli

Alcuni cereali si incastrano tra i denti, altri finiscono in fondo alla tazza. Cerchi di prenderli col cucchiaio, non ci riesci. Chomp chomp chomp, nella tua mente scorrono canzoni di Ivan Graziani e Aphex Twin. Fissi la poltiglia di latte e cereali e pensi all’ultima puntata di BoJack Horseman, alle radici osservate da Roquentin, a quella formica che hai schiacciato inavvertitamente. I cereali si gonfiano, si spaccano, si disgregano e poi tornano insieme. Assumono forme strane, ti guardano, ti deridono. Li colpisci col cucchiaio, cerchi di annegarli ma sono immortali. Prendi la tazza con entrambe le mani e la spacchi contro il muro con tutta la forza che hai. La tazza esplode come una supernova e i frammenti finiscono ovunque: sulla tovaglia ricamata, tra le dita dei piedi e soprattutto lì, in cielo. Liberi e felici frammenti di tazza fluttuanti nel blu. Il tuo müesli ribolle e poi evapora. Vai a fare una doccia calda.

Stanza n. 003

Ieri ho compiuto cinque anni. Cinque anni, cioè pollice indice medio anulare mignolo. Una mano intera. Riempire una mano è un passo importante, mi sento quasi grande. Per l’occasione zio Tano mi ha regalato un triciclo nero e blu. Ora sono con mamma e papà in un grande albergo, si chiama Overlook Hotel. È un posto enorme, pieno di corridoi dove posso girare indisturbato col mio triciclo. L’albergo è deserto, non ci sono turisti hostess cuochi camerieri. Non c’è nessuno, solo io mamma e papà. Mi piace girare indisturbato col mio triciclo lungo i corridoi dell’hotel. C’è un silenzio irreale, sento solo il mio respiro e il rumore ovattato delle ruote sulla moquette. Ogni tanto mi fermo e provo a entrare in una stanza a caso, ma trovo sempre la porta chiusa a chiave. L’unico ad avere le chiavi è papà. E papà non vuole essere disturbato, sta scrivendo un romanzo e passa tutte le sue giornate chiuso nella hall.

Overlook Sissa

Stamattina faccio il mio solito giro, respiro ruote respiro ruote respiro ruote STOP. Mi fermo, per un attimo smetto di respirare. La porta della stanza n. 003 è socchiusa. Ho paura, lo ammetto, ma passa subito. Io sono un bambino coraggioso, da grande sarò come Sherlock Holmes Indiana Jones Phileas Fogg Arsenio Lupin. Forse se avessi ancora quattro anni scapperei via, ma ormai ne ho cinque. È finita l’epoca in cui piangere scappare rifugiarsi tra le braccia della mamma. Così apro la porta. Entro.

Triciclo

La stanza è enorme. Ci sono tanti grandi che mi danno le spalle. Sono seduti su poltroncine colorate. Nessuno parla, fanno tutti “tic tic” sulle tastiere di computer vecchissimi. Immagino sia un gioco, sono così concentrati che nessuno si accorge di me. A volte i grandi mi fanno un po’ paura. No, in realtà mi fanno paura sempre. La stanza è una stanza/classe, sembra di essere a scuola. Ho un fratello, sapete? Si chiama Samuele e ha nove anni, l’anno prossimo ne farà dieci e riempirà tutte e due le mani. Va in quarta elementare, una volta sono andato con mamma a prenderlo dopo aver fatto la spesa al Despar e ho visto la classe i banchi i compagni la maestra le penne le cartine alle pareti. Questa stanza assomiglia alla sua stanza/classe: ci sono i banchi i compagni la maestra le penne. Mancano solo le cartine alle pareti e in più ci sono un sacco di computer.

Classe

So contare molto bene, me l’ha insegnato zio Tano, così una volta dentro conto tutto quello che vedo. Ci sono quattro file di banchi e una cattedra, venti persone dietro i banchi e una dietro la cattedra. Sul soffitto non c’è un lampadario, ma quattro otto dodici quadrati di luce bianca. In fondo alla stanza c’è uno schermo enorme tutto blu, cerco di toccarlo ma non è touch screen. Nessuno si accorge di me, nessuno mi vede, stanno tutti zitti e fanno “tic tic” sulle tastiere. La cattedra ha una forma strana, sembra sia stata morsa da un topo gigante. Dietro la cattedra c’è una maestra: ha i capelli corti, somiglia alla maestra Ernesta ma ha gli occhiali.  Non capisco cosa fa. Scrivono tutti, lei no. La maestra Ernesta è la mia maestra dell’asilo, le voglio bene come se fosse la mamma. È tutto enorme, c’è una finestra altissima e io mi sento Alice nel Paese delle Meraviglie. Davanti alla finestra c’è una tenda rossa e spessa, sembra quella del Cinema Teatro dove l’anno scorso mamma mi ha portato a vedere Red e Toby nemiciamici.

Gli altri signori seduti sono stranissimi. Stanno tutti zitti e fanno “tic tic” sulle tastiere: nessuno guarda gli altri, nessuno si accorge di me. Le poltroncine sono colorate (verdi rosse blu) e hanno le rotelle come quelle dei pattini di mia cugina Giordana. Attaccati dietro alle poltroncine ci sono dei tappi neri, sembrano quelli delle bottiglie del succo di frutta Derby che bevo a merenda. A che servono? Ci sono cinque signori maschi e quindici signore femmine. Tre signore hanno i capelli biondi, le altre li hanno castani o neri. Cerco di contare ricce lisce ondulate, mi confondo. Qual è la linea di confine tra lisce e ondulate? E la differenza tra ondulate e ricce? Non è una cosa chiara, lascio perdere. Provo a fare la linguaccia a una signora coi capelli biondi ricciondulati e lei non si accorge di me. Un signore con la barba seduto in ultima fila attira la mia attenzione. Usa la sua sedia come se fosse il mio triciclo: non sta fermo, fa avanti e indietro respiro ruote respiro ruote respiro ruote respiro ruote respiro. Non scrive come gli altri, si ferma ogni cinque secondi (uno due tre quattro cinque), poi riprende, poi si ferma (uno due tre quattro cinque) e cancella tutto. Mi sembra nervoso, secondo me non ha capito come si gioca. Lo guardo bene, somiglia a papà. Anzi no, a mamma. No, no: somiglia a me, solo che è grande e grosso e ha la barba. Lo guardo. Lui guarda verso di me, sembra spaventato, non mi vede. Perché nessuno mi vede? Sono diventato invisibile? Ho paura, sempre più paura. Ho cinque anni, sono piccolo. Ho paura, tantissima paura. Scappo via. Pedalo più forte che posso: respiro ruote ruote respiro respiro ruote ruote respiro respiro respiro respiro ruote ruote ruote ruote ruote ruote ruote respiro respiro respiro respiro ruote ruote ruote ruote ruote ruote ruote respiro respiro respiro respiro respiro respiro respiro STOP.

Sveglia

Che ora è?

Cloud Atlas col mal di testa

Marco non dormiva da tre giorni. Era stanco, preoccupato, si mangiava le unghie e tamburellava le dita contro il tavolo in legno di rovere. Quel bel tavolo antico gli era stato regalato da zia Santina quando entrambi abitavano ancora a Matera. Era il 1988, lo stesso anno delle olimpiadi di Seul. A Seul domani pioverà. A dire il vero pioverà solo nel distretto di Gangseo-gu, dove Yoon-Ji vende il pesce. Yoon-Ji è una ragazza smilza, filiforme, molto timida e con delle strane efelidi sparse sulle gote. Sua cugina Yu-Jin, per prenderla in giro, le dice che tutti quei puntini sulla faccia dimostrano che lei non è una vera coreana. “Yoon-Ji”, le dice, “tu non sei una vera coreana, sei una fottuta irlandese!”. Yu-Jin ha una certa tendenza alla coprolalìa. Le tre parolacce che ripete più spesso sono “fottuto”, “cazzo” e “porca troia”. Una volta urlò 이런 젠장!1 dopo aver battuto il mignolo del piede destro contro lo stipite della porta del pub 사랑하고 잠, gestito da Hoàng Tích Chù. Hoàng Tích Chù è un vecchio disertore Việt Cộng trasferitosi in Corea nel 1972.

Lo swiri costa poco

N.B. Hoàng Tích Chù ama Marco, Marco ama Yoon-Ji, Yoon-Ji ama Yu-Jin, Yu-Jin ama Hoàng Tích Chù, zia Santina è morta nel 1996. La pioggia di domani devasterà il distretto di Gangseo-gu e sfonderà il tetto del baracchino dove Yoon-Ji vende il pesce. Yoon-Ji piangerà a dirotto, cercherà di consolarsi tra le braccia di Yu-Jin. Yu-Jin la insulterà. Quel giorno Hoàng Tích Chù fumerà molto oppio e sognerà di riabbracciare Marco. Due giorni dopo Marco lascerà Potenza per tornare in Corea. Prima però passerà da Matera e reciterà un haiku ad alta voce di fronte alla tomba di zia Santina.
La prima parte della vicenda si svolge a Seul tra la fine del 2001 e il 7 marzo del 2003. La seconda parte in Marocco nel 2023 (protagonisti Yoon-Ji e Abderrahim, un misterioso personaggio albino con un leggero strabismo di venere e i capelli crespi). La terza parte tra Matera e Potenza nei primi anni Ottanta del Novecento (protagonisti zia Santina e Marco). La quarta e ultima parte in Vietnam nel 1970, a Seul nel Medioevo e ad Albano di Lucania nel 2088.
  1. Porca troia! []

Uno schema

A volte sembra che ci sia uno schema. Computer, neuroni, menti e pensieri appaiono tra loro interconnessi e capaci di produrre splendide forme: una matrioska gestalter, un intreccio meraviglioso. È tutto interconnesso, ogni singolo pezzo è collegato a tutti gli altri e genera senso. Basta guardare le cose dalla giusta prospettiva per avere la visione d’insieme e capire, o quantomeno intuire, e perdersi in una trasognata contemplazione olistica dell’universo. E così gli spermatozoi fecondano gli ovuli, i fiori sbocciano, forse c’è vita su altri pianeti, tu mi dai un bacio, le stelle producono energia, in tv trasmettono un film di Alfred Hitchcock. Che bello!

Un insetto dentro un bicchiere per una notte intera, l’inconsapevolezza assoluta della propria condizione, l’inconsapevolezza del sé. Potrei liberarlo, lo ammazzo; potrei ammazzarlo, lo libero. È lo stesso. L’insensatezza. L’insensatezza di questi maledetti video che hanno invaso il mondo: le musichette che li accompagnano, i titoli di Repubblica, zelanti stagisti che curano tutto ciò in modo certosino e maniacale. Intanto tu cane mi fissi perché vuoi del cibo. E poi le foto delle vacanze su Facebook: le foto delle vacanze dei compagni delle elementari, le foto delle vacanze di lontani parenti, le foto delle vacanze di Padre Pio. A volte sembra che ci sia uno schema.

Tutto quello che lei non capisce, signor Rankin, lo attribuisce a Dio. Dio per lei è dove si spazzano via tutti i misteri del mondo, tutte le sfide alla nostra intelligenza. Lei spegne semplicemente il suo cervello e dice che l'ha fatto Dio.

I Malkut

  • Fortune and glory, kid. Fortune and glory. Henry Jones Jr.

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