- CATEGORIA / Hokmah Binah
- L’idiota consapevole
Tra tutte le tipologie umane (che sono all’incirca 921.456.212, secondo le stime dell’Australian Bureau of Statistics), quella dell’idiota consapevole è la più rara; pare che gli idioti consapevoli presenti sul pianeta siano un numero imprecisato tra 0,3 e 2. Com’è fatto un idiota consapevole? Beh, se non fossi un idiota consapevole risponderei dicendo che questa storia dell’idiota consapevole è un’emerita idiozia, che non esiste la tipologia umana dell’idiota consapevole e che se anche esistesse sarebbe comunque molto difficile da definire in poche parole. Il caso vuole, però, che io sia proprio un idiota consapevole, ragion per cui non avrò alcun problema a spiegare all’Universo Mondo cosa cavolo è l’idiota consapevole. Cominciamo dalle basi. Un idiota consapevole è un idiota: pensa idiozie, dice idiozie, scrive idiozie. Sarebbe indistinguibile da un qualsiasi idiota non consapevole, se non fosse per un piccolo particolare: egli è consapevole. Consapevole di tante cose, tra cui di essere un idiota. La consapevolezza, però, non lo rende meno idiota. L’idiota consapevole sa di dire, fare, pensare idiozie, ma non riesce a smettere. È più forte di lui. Così come la sfortuna di Paperino è infinitamente più potente della fortuna di Gastone, l’immane idiozia dell’idiota consapevole surclassa la sua pur sviluppatissima consapevolezza.
Credete che io stia celiando? Pensate che la storia dell’idiota consapevole sia una idiozia (certo che è un’idiozia, idioti!)? Ok, farò qualche esempio pratico. L’idiota consapevole è uno che, dopo 39 giorni che non scrive sul suo blog, decide di aggiornarlo scrivendo un post sull’idiota consapevole. L’idiota consapevole è uno che conta i giorni che sono passati dal suo ultimo post uno per uno sul calendario, e lo fa più volte, onde evitare di commettere errori e di scrivere 40 o 38 anziché 39. L’idiota consapevole sa che nessuno si accorgerebbe di un errore così piccolo, ma è idiota, quindi lo fa lo stesso. Il guaio è che l’idiota consapevole è consapevole, e avrebbe tantissimi post consapevolmente intelligenti da scrivere sul suo blog, ma è soprattutto idiota, e la sua idiozia è una specie di pietra filosofale in grado di trasmutare le cose intelligenti in cose idiote.
L’idiota consapevole è iscritto a una settantina di mailing list e a una ventina di forum, e periodicamente si convince del fatto che, se solo volesse, potrebbe leggere tutti i messaggi di tutte le mailing list e di tutti i forum a cui è iscritto, scrivendoci pure, e che questa cosa lo porterebbe al satori o a qualcosa del genere; comincia quindi a leggere una quantità smisurata di messaggi, perdendo in media cinque ore al giorno, senonché ogni giorno che passa i messaggi da leggere anziché diminuire aumentano, portando l’idiota consapevole alla disperazione. Egli si rende conto che l’idea di leggere tutti i messaggi di tutte le mailing list e di tutti i forum è profondamente idiota, quindi decide di lasciar perdere, facendo accumulare i messaggi senza badarci, ostentando anzi una saggia indifferenza. Punta quindi sulla lettura integrale dei 223 blog e livejournal che ha inserito nel suo RSS Aggregator, ma si rende conto che anche questa è un’idiozia, quindi fa accumulare pure i post dei blog e dei livejournal senza badarci, ostentando di nuovo una saggia indifferenza. Per un po’ la sua saggia indifferenza lo porta ad accumulare tutto l’accumulabile: centinaia di messaggi, email, post, sms, catene di Sant’Antonio, posta ordinaria, bollini Tamoil, polvere etc. etc. Essendo idiota, però, puntualmente ci ricasca, in un terrificante circolo vizioso di cui è consapevole ma da cui non riesce ad uscire, in quanto idiota.
L’idiota consapevole è talmente idiota da farsi prendere da passioni e interessi così idioti da lasciare di stucco il più idiota degli idioti non consapevoli (anche se, a onor del vero, gli idioti non consapevoli restano di stucco per qualsiasi cosa, quindi il loro ma che cavolo sto dicendo? restare di stucco è privo di valore). Ad esempio, l’idiota consapevole è uno che, pur non avendo un computer Apple e non potendo acquistarne uno, si fa prendere dalla passione per i computer Apple e passa ore ed ore leggendo migliaia di articoli, post ed email di fanatici appleisti. L’idiota consapevole arriva persino ad iscriversi all’AMUG (Apple Macintosh User Group) e, prima di rendersi conto della assoluta idiozia di quello che fa, riesce addirittura a provare una perversa forma di appagamento.

L’idiota consapevole non ne può più di essere un idiota consapevole. Si sente una specie di ibrido tra Homo sapiens e il moscerino della frutta, un’entità né carne né pesce (infatti è vegetariano, e non è mai riuscito a capire se lo è diventato perché molto consapevole o perché molto idiota), uno scherzo della natura, un quacquaracquà, un tutto chiacchiere senza distintivo. Ecco perché chiede il vostro aiuto. Ma che idiozia è mai questa? Basta, cazzo! BASTA!

L’idiota consapevole è anche un affermato interprete nonché autore di pregevoli fotoromanzi. Se volete ammirare il suo ultimo capolavoro, cliccate qui.
- Ciuffi d’isotopi in mano, nuclei pulsari, neutroni e quasari
Dendriti, assoni e sinapsi del sottoscritto risentono spesso di quello che avviene nel mondo esterno (ove per mondo esterno intendo anche il mio corpo, che per quanto sia tutt’uno con quella che viene comunemente definita mente, non riesco a non percepire come qualcosa di parzialmente alieno… ma questa è un’altra storia che vede come protagonisti Plotino, Cartesio, neuroscienziati, filosofi della mente, anime, psiche, AI e diagrammi di flusso, e che per ora è meglio mettere da parte). Quello che avviene nel mondo esterno, quello che normalmente viene da tutti deglutito, digerito, assimilato, accettato. In che senso ne risento? Ecco, accade spesso, molto spesso, ultimamente sempre più spesso – ma in verità mi succedeva anche quando avevo nove anni – che io (qualunque cosa voglia dire “io”, ma anche questa è un’altra storia) senta su di me il peso della realtà esterna. Ora, la realtà esterna, si sa, non è un peso piuma, essendo realtà esterna pressoché tutto quello che non è me (che è davvero tanto, a meno che non si decida di abbracciare il solipsismo… è necessario dire che anche questa è un’altra storia?), quindi non è difficile immaginare che, come minimo, mi faccia un po’ male la testa.
Una supernova esplode, peli sul naso di un cercopiteco, sogni di un gatto vissuto 3400 anni fa, giacche di tweed e pantaloni a zampa d’elefante, teorie matematiche e ipotetiche civiltà aliene, colonie di formiche e centinaia di miliardi di galassie, ipertesti e Critica della ragion pura, lo scheletro di Kant e la polvere cosmica, mal di pancia e onde elettromagnetiche, il sesso, fiori, pop art, big bang, spazio-tempo, volontà, il guscio delle noci. E ancora: i denti, la plastica, il passato, il sapore di un’albicocca, l’espansione dell’universo, evoluzione, involuzione, i pensieri di un delfino, la torta Sacher, antimateria, la morte, una femmina di pterodattilo e i suoi cuccioli, la biodiversità, gli orologi da polso digitali, molecole, bollicine, il brodo primordiale, sabbia finissima, fotoni e batteri, rappresentazione, DNA e Arbre Magique, motore a scoppio e vita negli abissi dell’oceano, capelli cotonati, un pipistrello e la canna di un fucile, la tastiera di questo computer, le mie mani, le unghie, lo zucchero a velo, la nascita, i fumetti, gli origami, gli scimpanzè, il cervello di Mozart e quello di un serial killer, il cinema, semiosi illimitata, strutturalismo, teorie, pratica, parole, linguaggio, dighe, inondazione, straripamento, overdose, overflow.


Nei Veda e nei Purana la realtà esterna, così come si presenta alla nostra coscienza (cosa cavolo è la coscienza?) è chiamata Velo di Maya (Schopenhauer ha poi reso famosa questa espressione). Noi non viviamo nella vera realtà, l’universo intero è illusione, apparenza. Siamo avvolti dal Velo di Maya che ci preclude la visione di ciò che è davvero reale. Ma cos’è davvero reale? È possibile squarciare il velo di Maya? In certi momenti, mentre gli altri preparano il caffè, fanno la pennichella, attaccano l’Iraq, elaborano formule matematiche o giocano a freccette; mentre sbadigliano, fanno l’amore, sorridono, uccidono, pregano, nascono, scrivono, sognano; mentre l’acqua del fiume scorre senza la minima increspatura, mi capita di percepire la presenza del Velo. Ogni cosa, ogni singola cosa di questo mondo, tutto quello che ho imparato a dare per scontato, smette di essere normale e diventa strano, pazzesco, incredibile. Tutto. Io sono un alieno. Voi siete degli alieni. Non c’è nulla che non sia alieno. Resto a bocca aperta. E se fosse tutto un gioco (una specie di The Sims su scala cosmica)? E se io fossi una cavia? Perché la gente attorno a me sembra non accorgersi di nulla? Fanno parte del gioco? Sono io la sola vittima? Qual è la verità? E però l’idea del Velo di Maya, per quanto suggestiva, è ancora troppo poco. La realtà è incredibilmente più complessa e strana di quanto una mente umana possa anche solo lontanamente concepire. Che fare, allora? Rinunciare? Morire a 79,12 anni, con ironia? Studiare la materia, le microparticelle o i versi di un poeta e lasciar perdere la vertigine della visione d’insieme? Diventare come Philip K. Dick negli ultimi anni della sua vita, impazzire cercando di capire l’impossibile? O diventare superficiali e/o cinici e rispondere a chi si pone questi problemi (quanti? ci stiamo estinguendo) dicendo che sono solo pippe mentali? (Che avete contro le pippe? Bigotti!)
Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta, diceva il buon vecchio Socrate. E Jostein Gaarder, un paio di millenni (e rotti) dopo:
Da Il mondo di Sofia:
«Immagina di passeggiare in un bosco. All’improvviso, sul sentiero davanti a te, vedi una navicella spaziale. Ne sta uscendo un minuscolo marziano che comincia a fissarti… Che cosa penseresti in una situazione del genere? Non importa, fa lo stesso. Piuttosto, non ti è mai capitato di pensare a te stessa come a un marziano?
È assai improbabile che tu ti imbatta in una creatura di un altro pianeta. In effetti, non sappiamo neanche se ci sia vita su altri pianeti. Invece è possibile che tu ti imbatta in te stessa. Un giorno ti fermi di colpo e pensi a te stessa in modo completamente nuovo. Magari può succedere proprio mentre stai facendo una passeggiata nel bosco. Sono una strana creatura, pensi, sono un animale misterioso… È come se ti svegliassi da un sonno lunghissimo che dura da anni, proprio come è successo alla Bella Addormentata nel Bosco. Chi sono io? ti chiedi. Sai che stai vagando su un pianeta dell’universo. Ma cos’è l’universo? Se ti capita di pensare a te stessa in questo modo, hai scoperto qualcosa di misterioso al pari del marziano di cui ti parlavo poc’anzi. Non hai incontrato una creatura che viene dallo spazio, ma hai guardato dentro di te e ti sei vista come una strana creatura.
[...]
Voglio fare una precisazione: anche se le domande filosofiche riguardano tutti gli esseri umani, non tutti diventano filosofi. Per motivi diversi, la maggior parte delle persone è così presa dalle cose di tutti i giorni che il pensare all’esistenza occupa l’ultimissimo posto.
Per i bambini, il mondo, con tutto ciò che offre, è qualcosa di nuovo, di stupefacente. Non è così per tutti gli adulti, la maggior parte dei quali percepisce il mondo come un fatto ordinario. I filosofi rappresentano una nobile eccezione. Un filosofo non è mai riuscito ad abituarsi del tutto al mondo che, per lui, continua ad essere assurdo, sì, enigmatico e misterioso. I filosofi e i bambini hanno in comune questa importante capacità. Potremmo ben dire che un filosofo conserva la pelle delicata di un bambino per tutta la vita. Adesso devi scegliere, cara Sofia, sei un bambino che non è ancora riuscito ad “abituarsi al mondo”? O sei un filosofo che giura di non abituarsi
mai? Se scuoti la testa e non ti senti né bambino né filosofo è perché il mondo ti è diventato così familiare che non ti stupisce più.»Cosa si prova ad essere un pipistrello? Si prova qualcosa ad essere un neurone? Si prova qualcosa ad essere qualche miliardo di neuroni dentro una scatola cranica? Due anni fa, più o meno, mentre tornavo a casa dopo aver comprato il pane, mi sono imbattutto in un cane randagio. Nella mia vita avrò incontrato decine di cani randagi. Quella volta, però, mi sono comportato in modo strano (ovvero in un modo che, nella nostra società, è solitamente etichettato come strano). Il cane ha cominciato a fissarmi, e io per tutta risposta mi sono fermato e ho fatto lo stesso. L’ho fissato. Mi sono perso negli occhi di un cane per un tempo indefinibile. Una scenetta invero piuttosto ridicola, ne convengo. Il fatto è che io cercavo di capire, fissandolo, cosa cavolo gli passasse per la testa (sì, volevo stabilire un contatto telepatico con un cane… e allora?). Probabilmente pensava qualcosa come “fame – cibo – gnam”, ma questo non lo saprò mai. Eravamo uno di fronte all’altro, ma le nostre menti erano distanti anni luce. Quel cane era come un extraterrestre, un’entità strana, incomprensibile. Che cosa prova quel singolo cane, ora (supponendo che sia ancora vivo)? Che cosa sente, percepisce, pensa in questo momento, mentre io sono comodamente seduto davanti al computer? Due anni fa, all’incirca nello stesso periodo, ho provato a guardare negli occhi anche una zanzara (sì, a Catania non è poi così strano che a dicembre ci siano le zanzare). Come si fa a guardare negli occhi una zanzara? Cos’è la vita per una zanzara? Zanzare, mosche, formiche, vermi, topi… dove vivono? In quale mondo? E quando muoiono che fine fanno? Si reincarnano in qualcos’altro? È tutta una questione di karma? Delfini, alberi, virus, microbi, uomini, dinosauri, oggetti inerti, oggetti vivi. Quale sarà la nostra prossima reincarnazione? Nessuna? L’assoluto e inconcepibile nulla? Qualcosa non quadra. In certi momenti provo a convincermi che esistono amore e libertà, che siamo circondati dal bene e che il nostro mondo è un paradiso multiforme e policromatico che ci è stato regalato da qualche divinità benevola per renderci felici. Ma non è così. Il guaio è che non è neppure un inferno mostruoso generato dal caso, una prigione nera da cui è impossibile evadere. No, non è ying e non è yang, non è nero e non è bianco. Qual è la verità? È forse una mescolanza di tutte e due? È il Tao? Non lo so. Non basta usare la fuzzy logic o trovare lo Zen per capirci qualcosa. Ripeto: la realtà è incredibilmente più complessa e strana di quanto una mente umana possa anche solo lontanamente concepire. È più strana del Tao, di Buddha e di Allah. Più strana delle formule della fisica, delle teorie filosofiche (ci sono più cose in cielo e in terra…) e del Dio dei cristiani. Ma è forse questo un buon motivo per voltare le spalle alla ricerca e guardare le sorelle Lecciso* in tv? (Sì, forse sì.)

*Cosa si prova ad essere una Lecciso?
- The Last Temptation of Sim
Ieri sera hanno inaugurato l’Arena Argentina con la proiezione gratuita de L’ultima tentazione di Cristo, di Martin Scorsese (a parere di chi scrive, il più grade regista vivente). Contro: la pessima qualità delle immagini (hanno proiettato una vecchia VHS mangiucchiata da un topolino e in tutte le scene buie c’era un orrido alone verdastro), le sedie scomodissime (questa è l’unica Arena al mondo al cui ingresso non ci sia un vecchio signore sdentato che distribuisce cuscini per venti centesimi), il vento gelido (il vento gelido è il vento gelido, non c’è nulla da aggiungere tra parentesi). Pro: il film. Un grande film. Non il capolavoro di Scorsese, ma forse il suo film più personale e visionario, quello in cui ha riversato in modo più intenso tutto il suo tormentato e contraddittorio rapporto col cattolicesimo, o meglio col cattolicesimo della Little Italy della sua infanzia. Un film, soprattutto, che merita di esser visto dalla prima all’ultima scena e che può esser capito solo dopo che accade quello che nessuno si aspetta che accada, l’incredibile last temptation. Quella che ha provocato, per intenderci, la stupida condanna per blasfemia da parte della chiesa.
Ci sarebbe tantissimo da dire su questo film, ma preferisco non farlo, non è questa la ragione che mi ha spinto a scrivere questo post. Il fatto è che ieri con me c’era Oblomov. Il suddetto ha cominciato a vedere il film con la consapevolezza che si sarebbe perso gli ultimi tre quarti d’ora, perché lo aspettava una lezione di tango. Alla fine del primo tempo, l’aveva già bollato come una cazzatona (testuali parole) e, alla fine del secondo tempo (il film dura quasi tre ore), se n’è andato con la granitica certezza che l’ultima parte del film non meritava d’esser vista. Giudizio definitivo e assoluto (confermato in un post che ha scritto stamattina). Ora, dovete sapere che, benché ad alcuni possa apparire impossibile, esistono a questo mondo alcune persone in grado di incutere nel sottoscritto una certa soggezione. Oblomov è uno di questi. Quando parlo con lui, il mio eloquio, di solito sciolto e brillante, si spezzetta e viene frullato sino a diventare una specie di pappetta balbettata e informe. Non solo. Tutta la mia insicurezza, quasi sempre tenuta ben nascosta (scorre come un fiume carsico tra le pieghe della mia mente), straripa e mi travolge, portandomi ad aver paura di sbagliare. La paura di sbagliare, ovviamente, fa andare il mio povero cervello in panne e mi fa sbagliare davvero. In queste situazioni faccio gaffes e strafalcioni che non farebbe nemmeno Mike Bongiorno sotto acido (una volta, subito dopo aver confuso il finnico col fiammingo, dissi che Mein Kampf si scrive Mein Keimpf), e dimentico cose che conosco bene come le mie stesse tasche. Le mie tasche le conosco piuttosto bene, credetemi (anche perché indosso sempre gli stessi jeans). Ecco, ieri ho cercato di far capire a Oblomov che quello che stava guardando è un grande film, e che per essere capito e apprezzato dev’essere visto fino all’ultima scena, ma sono riuscito solo a biascicare quattro parole insulse su deserti che meritano di essere attraversati perché possono nascondere giardini di delizie e a balbettare ripetutamente un “sono senza parole” che suonava come una resa incondizionata di fronte all’algida sicurezza del giudizio oblomoviano (è una cazzatona).

Niente da fare, ho capito che non c’è verso, con Oblomov incespico sulle parole, mi impappino, mi blocco. Probabilmente sapere che si è laureato a 11 anni, parla 14 lingue e balla il tango mi porta a rosicare e ottenebra la mia mente. Non lo so. Quello che so è che non riesco ad accettare il fatto che qualcuno possa giudicare L’ultima tentazione di Cristo una cazzatona, senza neppure averlo visto per intero. Dovrei resistere alla tentazione e tacere, ma non ci riesco. Probabilmente questa sarà l’ultima tentazione a cui cedo, prima di essere crocifisso da Oblomov. I gusti son gusti, dice il Saggio, ma a me il fottutissimo Saggio sta un po’ sulle balle, direbbe zia Molly. Ecco perché chiedo aiuto a voi (ove con voi intendo i quattro poveri disperati che leggono questo blog). Suppongo che tra di voi ci sia qualcuno che ha visto L’ultima tentazione di Cristo e che l’ha trovato bellissimo, o anche solo interessante. Ora, non vi chiedo di scrivere una recensione idolatrante ed entusiastica o cose del genere (su internet ce ne sono già un’infinità). Vi chiedo solo di scrivere qualcosa, anche due righe, per convincere Oblomov che questo film, come tutti (ma più di molti altri) merita di esser visto sino alla fine. Potete inserire il vostro contributo tra i commenti a questo post, oppure inviarmi una email. Ah, vi ricordo che Oblomov è un genio della matematica, si è laureato a 11 anni, parla 14 lingue e balla il tango (quindi non vi basterà scrivere “ehi, guardalo tutto… c’è quel fico di David Bowie che fa Ponzio Pilato!”). Consapevole che questa mia richiesta disperata non sarà presa in considerazione da nessuno (o quasi), e che questo post susciterà unicamente l’ira funesta di Oblomov (ss-ccu-cu-sa Oo-bb-looo-mmm-oovv, st-sta-v-vo so-s-so-lo scher-zzz-zzz-zzz-zzz-ando), nell’attesa di esser crocifisso, saluto tutti cordialmente.

Non c’entra nulla.
Ieri, in garage, ho trovato un vecchio accappatoio giallo. Sto per entrare nel club (e se non sono soddisfazioni queste…). - Confessions of a mysterious mind
Non ho tempo per far nulla, o meglio, ho il tempo necessario per fare un certo qual ragionevole numero di cose, ma io non voglio fare un certo qual ragionevole numero di cose. Voglio fare un enorme, immenso, smisurato numero di cose. Ecco perché, tanto per cambiare, non faccio assolutamente nulla. Chi mi conosce sa che, ogniqualvolta ne ho la possibilità, inserisco all’interno dei miei discorsi-fiume da logorroico impenitente la suddetta questione del tempo che manca. “Ho troppe cose da fare e troppo poco tempo per farle”, dico spesso con gli occhi iniettati di sangue e la bava alla bocca. Prescindendo da tutti i possibili discorsi filosofici sullo statuto ontologico del tempo, sulla inutilità e l’insensatezza di ogni cosa dovuta alla nostra mortalità e su mille altre questioni filosofiche estremamente complesse e affascinanti ma non affrontabili in maniera decente all’interno di un post, il modo in cui il sottoscritto vive il problema è facilmente riassumibile. Basta leggere una vecchia storia di Martin Mystère, Tempo Zero.
Prima Piccola Parentesi: Io e Martin Mystère:
Ho conosciuto il Buon Vecchio Zio Marty grazie al “TV sorrisi e canzoni” (allora mia madre lo comprava tutte le settimane, io adesso preferisco Film TV, sia chiaro), che nell’estate del 1992, quando avevo 13 anni, pubblicò dei mini-inserti staccabili con una serie di racconti a colori dei vari personaggi della Bonelli. Tra questi c’era anche una storia del BVZM, “Il viaggiatore del tempo”. Fu una folgorazione. Cominciai ad acquistare l’albo mensile e recuperai tutti i vecchi numeri. Le storie erano fantastiche ed appassionanti (ultimamente la qualità ha subito un notevole calo, tanto preoccupante quanto prevedibile, ma questa è un’altra storia) e, soprattutto, più veniva approfondita la caratterizzazione psicologica di Martin, più mi riconoscevo in lui. Ancora oggi non riesco a considerare Martin Mystere un semplice personaggio dei fumetti (ed in effetti non lo è, come ha più volte esplicitamente ammesso il suo umile biografo, Alfredo Castelli). I nostri caratteri non sono identici, ma quasi. Le nostre weltanschauungen non coincidono al 100%, ma al 99,9 forse sì. Anch’io come lui sono un ritardatario cronico, anch’io sono un divoratore di libri e ne acquisto un numero impressionante (molti di più di quanti riesca a leggerne), anch’io mi ritengo un entusiastico curioso che possiede il “senso del meraviglioso” (ogni cosa, da una piramide perduta nella foresta dello Yucatan a una fontanella nel vicolo dietro l’angolo di casa, può costituire oggetto di stupore, di riflessione, di stimolo), anch’io ho la naturale tendenza a divagare e ad aprire continuamente parentesi su parentesi all’interno dei miei discorsi (e più in generale in tutto ciò che faccio, scrivo, dico, penso), anch’io ho una particolare propensione a cincischiare in progetti e operazioni che fanno perdere tempo e non rendono denaro (la maggior parte dei cincischiamenti avvengono quando sono talmente in ritardo che non so più da che parte cominciare, cosicché, per non fare torto a nessuno, non comincio affatto). Ci sono un bel po’ di altre cose che mi accomunano a Marty (e in parte, credo, anche al suo umile biografo), ma non vorrei tediarvi oltremodo elencandole tutte. Ovviamente c’è anche qualcosa che mi differenzia dal Buon Vecchio Zio. Ad esempio, non conduco nessuna trasmissione televisiva, non abito in un elegante appartamento a pochi passi da Washington Square a New York, non ho la possibilità di girare continuamente il mondo per salvare le sorti dell’umanità, non ho nessun uomo di Neanderthal per amico, non sono sposato con nessuna donna di nome Diana, non ho nemici-amici del calibro di Sergej Orloff, al momento la mia mente non è stata riversata in nessuno strano marchingegno, etc. Però, in compenso, credo di avere il terzo occhio e ho la linea del Buddha (che lui non ha). (Rielaborazione di una email inviata dal sottoscritto alla BVZM-List nel gennaio 2002.)
Avete letto quel che c’è scritto nella prima piccola parentesi? Sì? Bravi (se non l’avete fatto non siete mica cattivi, solo un po’ meno bravi, sia chiaro). Credo di aver cominciato a riconoscermi nel BVZM proprio dopo la lettura di Tempo Zero. Nelle prime pagine si vede il povero Martin in crisi perché in ritardo sui tempi di consegna di un lavoro. Deve scrivere un libro in quindici giorni e non ha fatto praticamente nulla. Diana e Java si accorgono che c’è qualcosa che non va (Martin ha un’aria corrucciata ed è stranamente silenzioso) e riescono a fargli ritrovare tutta la sua logorrea. Martin confessa le sue debolezze e la sua incapacità di cambiare. Io confesso le mie debolezze e la mia incapacità di cambiare.
Altre 2 vignette e una amara riflessione esistenziale:
Ho paura di tutto, non so fare altro che rimuginare su sciocchezze come un ossesso, sono troppo legato agli altri, mi comporto come se fossi al centro del mondo, come se alla gente importasse tantissimo quello che faccio e quello che dico (mentre in realtà a 99,5 persone su 100 non frega assolutamente nulla) e questo mi porta ad aver paura di “sbagliare”. In realtà sono proprio io lo sbaglio. La mia vita è impostata in modo sbagliato, il mio carattere, i miei comportamenti, tutto in me è costruito male. Si può sempre cambiare, direte voi, miei piccoli lettori, non è mai troppo tardi. Ok, sono d’accordo, infatti è per questo che ancora resisto e sopravvivo, ma dentro di me ho la percezione netta che non cambierò, o quantomeno che non riuscirò mai a cambiare da solo, con le mie sole forze. Ci vorrebbe qualcuno (babbo natale o una fatina buona, l’importante è che non sia l’antipaticissima fata turchina) oppure dovrebbe succedere qualcosa, un evento esterno forte e rigenerante come il bagnoschiuma. (Rielaborazione di una email inviata dal sottoscritto ad una sua amica nel giugno 2003.)

Avete letto quel che c’è scritto nella seconda piccola parentesi? Sì? Bravi (se non l’avete fatto non siete mica cattivi, solo un po’ scemi). L’unica soluzione sarebbe quella di avere più tempo. Se il diavolo o chi per lui mi offrisse un mese di tempo extra, potrei cercare di rimettermi in pari.
Nella storia succedono un’infinità di altre cose (si parla di lussuosi hotel per miliardari, strani casi di combustione umana spontanea, psicanalisi selvaggia and so on), ma non vi racconterò nulla per non tediarvi ulteriormente e per non togliervi la sorpresa nel caso in cui decideste di leggerla. Vi basti sapere che un losco figuro molto simile al diavolo fa davvero
al sottoscrittoa Martin la proposta che avete appena letto nella vignetta qui sopra. Ma non è questo il punto. Non volevo parlare né di Tempo Zero, né di Martin Mystere. Cosa volevo dire, allora? Qual è il punto? Non so, credo di averlo perso. Mi basterebbe anche un punto e virgola, e pure con una semplice virgola riuscirei ad arrangiarmi. Al momento, però, ho solo tre miseri puntini di sospensione…Terza Piccola Parentesi: Tutto è Troppo:
Da sempre, sono mosso al desiderio di capire. Devo capire tutto, devo conoscere tutto, è più forte di me. A volte questo mio desiderio mi porta ad agire persino contro i miei stessi interessi o i sentimenti delle persone a cui tengo. Pessoa sosteneva che la letteratura, come tutta l’arte, è la dimostrazione che la vita non basta. Per me TUTTO è TROPPO e non basterebbero nemmeno milioni di vite per fare quello che vorrei fare e per riuscire a capirci qualcosa. Sono travolto dalle infinite cose da fare, dalle innumerevoli cose che chiedono di essere capite. Il tempo non è poco, è ancora di meno. E’ così poco che a volte mi sento mancare il terreno da sotto i piedi e mi fermo.
Dovrei operare delle scelte, ma mi sembra di essere all’interno de Il giardino dei sentieri che si biforcano di Borges, ogni possibile scelta è origine di infinite diramazioni. E allora mi fermo, non faccio nulla, ‘perdo tempo’, risucchiato dal labirinto della mia mente, nel tentativo di capire qual è la direzione giusta. Alla ricerca di un filo d’Arianna da usare lungo la via della conoscenza (e di tutto il resto), smarrisco il tempo e non faccio nemmeno quello che avrei voglia di fare. Sopravvivo nel tentativo di trovare il tempo per rimettermi in pari col caos della mia mente.(Rielaborazione di un commento inserito nel blog di Elfo Bruno nel maggio 2004.)Avete letto quel che c’è scritto nella terza piccola parentesi? Sì? Bravi (se non l’avete fatto non siete mica cattivi, solo un po’ stronzi). Quindi, riepilogando: sono un caso disperato. Ho le capacità intellettive per vincere il premio nobel, l’oscar e Miss Italia (soprattutto Miss Italia), ma mi trovo in uno stato di impasse a causa della mia incapacità di gestire il poco tempo che gli dei mi hanno gentilmente concesso. Che fare, quindi? Avrei bisogno di qualcuno che mi facesse rigare dritto, un manager o, ancora meglio, un consigliere spirituale (c’è stato un periodo in cui ho creduto che il buon Oblomov e la cara Grace potessero diventarlo, ma dopo averli visti ballare il tango ubriachi ho cambiato idea). Lancio un appello. Le sorti dell’umanità dipendono da me, è ovvio, quindi aiutatemi. Sono pronto a fare tutto quello che volete che io faccia per aiutarvi ad aiutarmi (suona bene, vero?). Per ora, all’interno della quarta parentesi, mi limito a stilare un elenco delle cose che vorrei fare a breve e medio termine, in modo da darvi un’idea concreta della mia situazione.
Quarta Piccola Parentesi: Breve Elenco
- Sostenere i X (censuro il numero esatto per la privacy) esami che mi mancano, scrivere la tesi e laurearmi.
- Diventare immortale.
- Trovare una risposta alle grandi domande (chi siamo? da dove veniamo? perché esistiamo? perché sono stati inventati gli orologi da polso digitali?).
- Perfezionare la mia conoscenza dell’inglese ed imparare altre cinque lingue (spagnolo, portoghese, tedesco, cinese e giapponese).
- Leggere i cinquanta libri di fantascienza e fantasy in lista d’attesa.
- Leggere i cinquanta libri mainstream di narrativa straniera in lista d’attesa.
- Leggere i cinquanta libri mainstream di narrativa italiana in lista d’attesa.
- Leggere i cinquanta libri di saggistica in lista d’attesa.
- Leggere le cinquanta riviste in lista d’attesa.
- Andare al cinema almeno tre volte la settimana.
- Diventare ricco sfondato.
- Capirne di più di informatica, fisica, chimica, matematica, uncinetto.
- Risolvere i miei innumerevoli problemi psicologici.
- Vedere i cinquanta film in VHS in lista d’attesa.
- Vedere i cinquanta film in DVD in lista d’attesa.
- Vedere i cinquanta film in DivX in lista d’attesa.
- Praticare lo Zen.
- Imparare il Kung-Fu.
- Trasferirmi a New York.
- Capirne di più di astrofisica, biologia molecolare, greco antico, punto-croce.
- Viaggiare senza posa in giro per il mondo.
- Coltivare le mie amicizie.
- Coltivare le mie relazioni sentimentali.
- Aggiornare spesso il mio blog.
- Leggere i cinquanta fumetti italiani in lista d’attesa.
- Leggere i cinquanta fumetti giapponesi in lista d’attesa.
- Leggere i cinquanta fumetti americani in lista d’attesa.
- Fare una foto della mia pancia e mandarla ad Elfo.
- Mettere online le foto fatte da Dnl e continuare ad essere il suo guru.
- Scrivere il più grande libro di filosofia della mente della storia.
- Scrivere il più grande libro di ermeneutica filosofica della storia.
- Scrivere il più grande libro di metafilosofia della storia.
- Diventare come Umberto Eco.
- Diventare come Phoebe Cates.
- Diventare come Indiana Jones.
- Diventare come Amanda Lear.
- Varie ed eventuali.
Avete letto quel che c’è scritto nella quarta piccola parentesi? Sì? Bravi (se non l’avete fatto non siete mica cattivi, ma vaffanculo). Ora avete un quadro decentemente completo (in realtà non è così, ma è bello far finta che lo sia) della mia situazione. Tenete conto del fatto che la speranza di vita per un essere umano di sesso maschile, qui in Sicilia, è di 73,7 anni (contro i 78,8 della donna, ecco uno dei motivi principali per cui voglio cambiare sesso). Ho quasi 25 anni, quindi ipotizzando che io viva una ventina d’anni in più rispetto alla media (mi pare il minimo) dovrebbero restarmi all’incirca 68,7 anni. Ovviamente, se riuscirò a realizzare il secondo obiettivo dell’elenco la questione non si porrà. Mi affido a voi (chiunque voi siate). Arrivederci e grazie per la cortese attenzione.
- Chi è zia Molly?
Un giorno, quando la procrastinazione destrutturata che mi contraddistingue mi concederà un attimo di tregua, tradurrò il testo di John Perry sulla procrastinazione strutturata (vi scongiuro, non fatelo voi prima di me, ne va della mia già miserrima autostima, e poi è una questione di principio, ma soprattutto questa parentesi sta diventando troppo lunga ed è meglio che mi fermi qui). Nel frattempo, la pigrizia, l’accidia, l’indolenza, l’ozio e il dolce cincischiare apatico caratterizzano pressoché tutte le mie giornate. Il guaio è che ho troppe cose da fare, troppe, ma davvero troppe, troppe che più troppe non si può (ma che diavolo di parola è troppe?) e di fronte all’impossibilità di farle tutte, per non far torto a nessuna e non sentirmi in colpa, non faccio un beneamato niente. Da non trascurare, poi, nel quadro generale della mia disastrata esistenza, la Legge di Murphy con tutti i suoi corollari (fottutissimi corollari del cazzo, direbbe zia Molly). Insomma. Ecco.
Ieri mi sono svegliato alle 7.31. E’ stata una fatica immane svegliarmi così presto, cavolo, uno sforzo indicibile (un fottutissimo sforzo del cazzo, direbbe zia Molly). Mi sono svegliato alle 7.31, mi sono alzato alle 7.32 e ho vissuto l’ennesima giornata assurda e sopra le righe e surreale e stupida e monotona al tempo stesso. Una giornata caratterizzata da annichilimenti continui dovuti allo stupore scemo che mi accompagna costantemente quando mi trovo di fronte alle innumerevoli facce cangianti di questo bizzarro e incomprensibile pianeta disperso in un ancor più bizzarro e incomprensibile universo (un fottuto pianeta del cazzo in un cazzo di fottuto universo cazzoso, direbbe zia Molly). Insomma, ecco, nell’elegante nonché fica forma dell’elenco puntato, le cose che ho fatto il 22 aprile del 2004, all’età di 24 anni, 10 mesi e 5 giorni (fottuta età del cazzo, direbbe ormai sapete chi):
• Ore 8.10: posteggio, compro una scheda valida per un’ora di parcheggio alla modica cifra di 52 centesimi. Dovrebbe esserci una lezione dalle 8 alle 10, di solito la professoressa arriva alle 8.15. Entro in aula alle 8.16. La professoressa non c’è. Faccio il cretino con una ragazza di cui non ricordo il nome, con un ragazzo di cui non ricordo il nome e con un’altra ragazza di cui non ricordo il nome (ma ricordo che è di Vittoria e che va spesso a fare shopping nel negozio della zia della mia ragazza).
• Ore 9: Entra un signore anziano dallo sguardo vacuo, il passo strascicato e la cravatta arancione (in realtà non ricordo il colore della cravatta ma ricordo benissimo di esser rimasto colpito dall’ardito accostamento cromatico giacca-cravatta) il quale afferma solennemente: “niente lezione oggi, figliuoli“.
• Ore 10-11: Incontro, nell’ordine: Luca, Mara, Danilo, Tea, Floriana, Valentina. Faccio il cretino logorroico con tutti, alternando momenti di buffa demenzialità ad attimi di insulsa demenza. Sternutisco (preferisco sternutire a starnutire perché una volta lessi sternutire in una storia di Topolino e io amo Topolino e ci sono affezionato e ne ho più di 1000 a casa e poi sternutire è più colto e basta). In realtà non sternutisco mai ma mi soffio il naso in continuazione. Parlo di depilazione e pena di morte e di un faretto che sembra uno specchio e di tante sciocchezze variegate con Floriana, mentre Valentina fa un esame. Comincio ad essere lievemente stressato.
• Ore 11.30: Mi ricordo della macchina posteggiata con la scheda scaduta da oltre un’ora e corro in piazza Dante con Floriana e Valentina per sostituire la scheda ma trovo due signore orride grasse sfatte, con la bava alla bocca, gli occhi iniettati di sangue, i canini sporgenti e uno schifosissimo cappello da baseball blu sulla testa, loschi scherani della Sostare Mafia Enterprise che con un ghigno malefico mi mostrano il lurido pezzo di carta con la contravvenzione di euro 19,90. Vaffanculo, penso, vaffanculo. Poi ci ripenso e penso vaffanculo, finché un altro profondissimo pensiero attraversa di nuovo la mia mente: vaffanculo.
• Ore 11.50: Mi dirigo con Valentina e Floriana verso un piccolo bar che ha il carinissimo nome di Baretto (che cazzo di nome minchione del cazzo, direbbe zia Molly). Mi lamento un po’ perché qui in Italia nessuno conosce Northern Exposure (il più bel telefilm di tutti i tempi) ed a causa di questa ignoranza le signore grasse col cappello da baseball blu fanno la multa ai poveri Sim Dawdler che posteggiano in piazza Dante. Fottuto stress in aumento.
• Ore 12-13: Passo il mio tempo seduto al tavolinetto del Baretto con Valentina, Floriana e un tizio di nome Rocco. Il suddetto tizio non sopporta il fatto che io mi comporti come un cretino logorroico, ha un cerottone sulla fronte bianco-bianco e un paio di occhiali da sole neri-neri e scrive per Tribenet che pronuncia così come è scritto e parla di musica con Floriana ed è insofferente al sottoscritto e dice che questo per lui non è un bel periodo e mi insulta bonariamente in modo da farmi credere di non essere davvero insofferente. Poi arriva Laura, con gli occhiali da sole anni ’70 e la maglietta arancione e verde e faccio il cretino anche con lei, faccio il cretino con tutti e sternutisco e mi siedo e mi rialzo. Vado a prendere una limonata e sono sovrappensiero e fisso con lo sguardo torvo un bambino. Suo papà gli dice “non aver paura del signore che ti guarda male” e io allora mi sento in colpa e chiedo scusa e dico che ero sovrappensiero e faccio il cretino anche col bambino e col papà e con la tipa dietro il bancone e con Floriana e Valentina e Laura e Rocco che è sempre più insofferente. Faccio il cretino con tutti, Laura dice che sono una primadonna, ho i capelli che sembrano sporchi perché li ho lavati con lo shampoo per capelli secchi anziché con quello per capelli grassi. Sternutisco (in realtà non sternutisco… mi piace scrivere sternutisco, sternuto, sternutire e varianti, ma mi limito semplicemente a soffiarmi il naso), rubo i fazzoletti a Floriana, lei se ne va, compro un pacchetto di fazzoletti, faccio il cretino, sternutisco. E’ tardi, ciao ciao noi andiamo a mangiare arrivederci e grazie.
• Ore 13-15: Arrivo a casa, sono solo. Mangio le Insalatissime Rio Mare con vaschetta ed isy-pil, tanto tonno e verdurine da gustare come vuoi. Cerco di addormentarmi e invece guardo un documentario sui serpenti e rimango annichilito nonché basito nonché esterrefatto di fronte all’immagine di un serpentello giallo su un fiore rosa che fagocita un uccellino simile ad un colibrì e penso alla biodiversità e alla stranezza di tutto a Philip Dick e al gatto ammazzato di cui parla in Valis, agli Gnostici, a questioni ontologiche, al solito Velo di Maya e poi cambio canale e c’è un documentario su Dean Martin e Jerry Lewis e povero Jerry Lewis è invecchiato tantissimo, sta male, ma soprattutto è gonfio da far paura, sembra la caricatura di se stesso, sta scoppiando per via di una malattia e mi addormento, e succedono tante altre cose ma non mi va di continuare. Fottuta giornata del fottutissimo cazzo, direbbe zia Molly (ma chi è?).






Sim Dawdler |