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Categoria: Pappette Logorroiche

Di orizzonti, buchi e spaghetti

L’altro giorno ho chiesto ad alcuni amici immaginari cosa facesse venire loro in mente l’espressione orizzonte degli eventi. Un paio hanno risposto “una canzone”, gli altri hanno tirato in ballo il destino, il libero arbitrio e il senso della vita (lo so, nella mia testa frequento gente strana). In effetti “L’orizzonte degli eventi” è il titolo di una canzone dei Baustelle1, ma potrebbe essere anche il verso di una poesia ermetica o il concetto di un filosofo romantico del XIX secolo.

E invece il termine event horizon, utilizzato per la prima volta nel 1953 dal fisico Wolfgang Rindler, descrive la linea di confine che delimita un buco nero.
A proposito, sapete cos’è un buco nero? No, non mi riferisco al cervello di Borghezio. Subrahmanyan Chandrasekhar, premio Nobel per la Fisica nel 1983, sosteneva che i buchi neri sono gli oggetti macroscopici più semplici e perfetti dell’universo, ma il suo concetto di “semplice” probabilmente differiva dal nostro (per me non è semplice neppure pronunciare il suo nome). Un buco nero può essere definito come un corpo celeste in cui la forza di gravità è talmente forte che la massa collassa su se stessa2. In base ai principi di Star Trek della relatività generale, lo spazio-tempo viene curvato dalla presenza di una massa. Nel caso dei buchi neri, la massa raggiunge una densità spaventosa e lo spazio-tempo subisce una deformazione tale da imprigionare tutto, compresa la luce. Al centro di un buco nero si forma una singolarità gravitazionale; in altre parole, la gravità tende all’infinito e non sappiamo cosa diavolo succede.

Un'ipotesi

Pur essendo una diretta conseguenza della relatività generale, Einstein era convinto che i buchi neri non potessero esistere nella realtà. Oggi sappiamo che Einstein aveva toppato i buchi neri esistono e che ce ne sono di diversi tipi e dimensioni. Pare ad esempio che ci sia un buco nero supermassiccio al centro di ogni galassia. Per intenderci, il buco nero al centro della Via Lattea ha una massa stimata pari a 4,1 milioni di volte quella del Sole (e non è tra i più grandi). Per fortuna si trova a circa 26.000 anni luce di distanza dal Sistema Solare, per cui possiamo dormire tranquilli. A proposito di massa, non è ancora chiaro quale sia la massa minima che deve avere una stella per trasformarsi in un buco nero, ma sappiamo con certezza che corrisponde a diverse masse solari3. Questo vuol dire che alla fine del suo ciclo vitale, fra 7,8 miliardi di anni, il Sole non diventerà un buco nero ma si trasformerà in una nana bianca (annotate la data sulle vostre agende).

L’orizzonte degli eventi è la linea di confine superata la quale tutto quello che è stato inghiottito dal buco nero non può più tornare indietro. Il primo a ipotizzare un’entità del genere fu, nel 1916, un altro fisico dal nome impronunciabile: Karl Schwarzschild. Nella formulazione di Schwarzschild, ad ogni corpo è associato un raggio proporzionale alla sua massa (noto come raggio di Schwarzschild); nel caso dei buchi neri, la massa collassata si trova all’interno del raggio: a tracciarne i contorni è l’ultimo fascio di luce non intrappolato dalla singolarità. L’orizzonte degli eventi non ha delle proprietà intrinseche; è semplicemente il punto di non ritorno, l’orlo dell’abisso: se si supera non c’è più nulla da fare. Si chiama “orizzonte degli eventi” proprio perché è il punto estremo in cui ha ancora senso parlare di eventi (nell’accezione di “fenomeni osservabili”).

Invitante

Vi suggerisco quindi di non provare ad avventurarvi oltre: non solo non riuscireste a tornare per vantarvene con gli amici, ma probabilmente finireste spaghettificati. Lo so che è difficile da credere, ma spaghettificazione non è una parola inventata da me; a usare per la prima volta il termine spaghettification fu il giornalista scientifico Nigel Calder, ma il concetto è divenuto famoso perché utilizzato da Stephen Hawking nel celebre Dal big bang ai buchi neri. L’intrepido astronauta che decidesse di calarsi all’interno di un buco nero, dice Hawking, non se la passerebbe tanto bene: essendo la forza gravitazionale sempre più forte man mano che ci si avvicina al centro della singolarità, l’astronauta subirebbe un’attrazione maggiore su una parte del corpo e una decisamente inferiore sulla parte opposta, fino a trovarsi allungato e stirato come Fassino uno spaghetto, rompendosi infine in tanti pezzettini. Poi non dite che non vi avevo avvisato.

Fassino n. 5

  1. È anche il titolo di un paio di film (questo e quest’altro), di un libro e di una storia di Martin Mystère. []
  2. Dalla regia mi dicono che la natura stessa della gravità è quella di far collassare le masse su loro stesse, la discriminante è la densità che viene raggiunta. []
  3. Dalla regia (sempre la stessa) mi dicono che in realtà sappiamo qual è la massa necessaria per formare un buco nero, ma non siamo in grado di prevedere quale sarà la massa di una stella poco prima che inizi il collasso (questo perché le stelle di solito perdono materia). []

Ganz Andere Reloaded (Episode I)

Gli studi fenomenologici sull’esperienza religiosa hanno subìto una svolta nel 1917, anno di pubblicazione de Il sacro1, celebre saggio di Rudolf Otto. Alla base di tutte le religioni vi è per Otto l’incontro dell’uomo con il sacro, intenso nel senso di numinoso (da numen): la percezione del divino come qualcosa di incomprensibile, estraneo, radicalmente diverso e superiore, non definibile razionalmente. Il numinoso avvolge l’essere umano in modo assoluto e provoca in lui un sentimento di finitudine e dipendenza creaturale; il dio ineffabile e inaccessibile si configura come mysterium tremendum et fascinans: un’entità che atterrisce e lascia sgomenti per la sua totale alterità, ma da cui ci si sente al contempo terribilmente e irresistibilmente attratti. L’uomo non può definire né spiegare in alcun modo ciò che travalica la sua limitata ragione, può solo esperire per via irrazionale ed emotiva la presenza del totalmente Altro (il ganz Andere) e provare un sentimento infinito di timore e venerazione.

Rudolf Otto (con occhiaie numinose)

Otto in realtà non scopre nulla di nuovo, ma approfondisce e chiarifica un concetto molto vecchio (la cui origine si può far risalire all’Uno plotiniano e il cui culmine è stato raggiunto nel Medioevo a partire dalla traduzione eriugeniana del Corpus Dyonisianum), e cioè l’idea che non si possa dire alcunché di positivo sul divino e che si possa parlare di Dio solo per via negationis:si comprehendis non est Deus”, diceva Agostino2. La teologia apofatica di Meister Eckhart e Nicola Cusano si fondava proprio su questo presupposto: Dio è inconoscibile, incomprensibile, inspiegabile; anzi Dio non è, nel senso che si pone al di là del concetto di essere (qui si potrebbe aprire una parentesi infinita su Parmenide, Tommaso d’Aquino e  l’ἀλήθεια come “disvelamento” in Heidegger, ma la fuffa prenderebbe il sopravvento) e noi non possiamo far altro che arrenderci di fronte alla nostra limitatezza. Vi è solo un modo per avvicinarci all’inavvicinabile: abbandonare la ragione e seguire un percorso mistico di elevazione, quello che Plotino e Proclo chiamavano ἐπιστροφή, ossia il processo di riavvicinamento e ricongiunzione all’Uno; processo che può avvenire seguendo la strada ascetica dell’eremita e dell’anacoreta, oppure attraverso l’assunzione di sostanze psicotrope, o ancora – se si è particolarmente pazzi coraggiosi – in entrambi i modi contemporaneamente (qui ci starebbe un’altra enorme parentesi sul misticismo nell’ebraismo, nel sufismo, nello sciamanesimo e nel buddhismo, ma andrei fuori tema).

Il bello è che dopo aver raggiunto l'Uno ci si può pure giocare

Prendendo le mosse dagli studi di Rudolf Otto sul numinoso, Mircea Eliade ha evidenziato l’importanza della ierofania nel rapporto dell’essere umano col sacro3; ogni cosa può, in qualsiasi momento, essere una manifestazione del sacro ed acquisire gli attributi di mysterium tremendum et fascinans: tutto ciò che ci circonda – esseri viventi, oggetti animati e inanimati, persino noi stessi – può essere portatore di quello che i Maori e altre popolazioni del Sud Pacifico chiamano mana – la presenza di una forza sconosciuta e inconoscibile – e trasformarsi in un elemento ierofanico capace di spalancare le porte al numinoso, al totalmente Altro, al ganz Andere.

Lui è al di là del ganz Andere

Orbene, a questo punto sorge una domanda: si può espungere l’elemento divino dall’incontro col ganz Andere? Si può sganciare il numinoso dall’esperienza religiosa? La risposta è sì, e quando questo accade la cosa ha effetti devastanti. Perché ciò avvenga servono tre presupposti fondamentali: 1. il senso di meraviglia di cui parla Aristotele nella Metafisica4, da lui giustamente posto al principio di ogni filosofare; 2. un forte scetticismo simile a quello delle scuole dell’antica Grecia, intriso di spirito zetetico; 3. la tendenza a fidarsi solo della propria ragione, con la consapevolezza che si tratta di uno strumento molto limitato5, ma che è l’unico di cui disponiamo. Questi tre elementi sono indispensabili, ma da soli non bastano; c’è un quarto presupposto, forse il più importante di tutti (di certo il più difficile da definire): la mancanza di quella sorta di meccanismo psicologico di autodifesa che permette alla stragrande maggioranza degli uomini di vivere, riprodursi e morire accettando il mondo per quello che è (meccanismo che si può porre alla base della fede – che conforta e consente appunto di dare una giustificazione alle cose – ma che è presente anche in chi non crede). È come se alcuni esseri umani nascessero privi di questo meccanismo, come se mancasse loro un enzima essenziale per vivere come gli altri. Sia chiaro, queste persone riescono comunque a condurre un’esistenza “normale”, ma dentro di loro c’è qualcosa che brucia costantemente, qualcosa che li fa sentire come pesci rossi consapevoli di trovarsi dentro un acquario; una specie di mantra silenzioso, un’ossessione, un tormento, qualcosa che non li fa dormire la notte, che li fa sudare freddo. E questo qualcosa è il sentimento del numinoso; un numinoso privato però dell’esperienza del divino, un numinoso desacralizzato e per questo motivo ancora più intenso e sconvolgente. Quando ci si trova in questa condizione tutto diviene ganz Andere, ma non nel senso in cui usano questo termine Otto o Eliade. Non c’è alcuna percezione di alcunché di superiore, non c’è nessun Deus absconditus, non c’è alcun senso di dipendenza creaturale, non ci sono manaierofanie. C’è solo la consapevolezza profonda di essere immersi in qualcosa di assolutamente incomprensibile, assurdo, incredibile, inconcepibile. E questo qualcosa non è il Dio della teologia apofatica, non è un Ente che sta al di là del concetto stesso di “ente”, ma è la realtà nella sua totalità. La realtà non è solo strana e complicata: è oscura e misteriosa. L’universo nel suo complesso – dalle particelle subatomiche alle supernovae, passando  per i venti amminoacidi che compongono le proteine – è un mysterium tremendum et fascinans, ancora più tremendum e infinitamente più fascinans di quanto non sarebbe se si percepisse la presenza di qualsivoglia divinità. Ogni cosa è parte di un enigma scritto in un codice indecifrabile, ma che non si può non cercare di decifrare. Non c’è alcun percorso mistico che possa portare là dove non possiamo andare, non c’è nessuna scorciatoia; ci siamo solo noi col nostro intelletto e i nostri miseri e imprecisi strumenti. A questo punto la ricerca diventa essenziale, è anzi l’unico scopo che ci si possa umanamente prefiggere. In principio si tratta di una ricerca puramente filosofica – la filosofia è la scintilla immaginifica da cui tutto ha inizio – ma arriva il momento in cui la filosofia non basta più, e si sente l’esigenza di rompere il giocattolo utilizzando lo strumento più raffinato di cui disponiamo al momento: la scienza6. La scienza ci permette di addentrarci sul serio nel ganz Andere, è un tuffo nell’oceano-puzzle multidimensionale in cui ci troviamo. Ogni singola scoperta è un tassello microscopico del grande mosaico; e più tasselli si accumulano, più il senso del numinoso – spogliato delle sue connotazioni religiose – si acuisce. Ovviamente è possibile fare scienza (e filosofia) senza possedere questo speciale senso del numinoso – direi anzi che quasi tutti gli scienziati (e i filosofi) ne sono totalmente sprovvisti – ma non è la stessa cosa7.

Tu sei qui, io sono da un'altra parte

Nell’Episode II (che non ho la più pallida idea di quando sarà pubblicato) parlerò di come un certo tipo di letteratura possa far penetrare il numinoso nella mente di soggetti predisposti lo ammetto, in realtà parlo sempre e solo di me. Affronterò di sfuggita il ganz Andere declinato in chiave fantastica (in Edgar Allan Poe e Howard Phillips Lovecraft), comica (in Kurt Vonnegut e Douglas Adams), e fantascientifica (in Stanislaw Lem e Philip K. Dick), ma mi concentrerò soprattutto su un autore i cui racconti costituiscono la via d’accesso privilegiata per entrare in contatto col totalmente Altro: Jorge Luis Borges8.

  1. Das Heilige. Über das Irrationale in der Idee des Göttlichen und sein Verhältnis zum Rationalen, 1917, 1936; trad. it.  Il sacro. L’irrazionale nell’idea del divino e la sua relazione al razionale, Feltrinelli, Milano, 1966. []
  2. Sermo 52, 16: PL 38, 360. []
  3. Cfr. in particolare Traité d’histoire des religions, Payot, Paris, 1948; trad. it. Trattato di storia delle religioni, Bollati Boringhieri, Torino, 1976. Le Sacré et le profane, Gallimard, Paris, 1965; trad. it. Il sacro e il profano, Torino, Bollati Boringhieri, 1984. Images et symbols. Essai sur le symbolisme magic-religieux, Gallimard, Paris, 1982; trad. it. Immagini e simboli. Saggi sul simbolismo magico-religioso, Jaka Book, Milano, 1984. Histoires des croyances et des ideés religieuses, vol. 3, Payot, Paris, 1983; trad. it. Storia delle credenze e delle idee religiose. Da Maometto all’età delle Riforme, Sansoni, Firenze, 1990. []
  4. Metafisica, I, 2, 982b. []
  5. A tal proposito potrebbe essere utile leggere o rileggere questa parte della Critica della ragion pura. []
  6. In verità, in verità vi dico: è questo l’unico motivo per cui, dopo la laurea in Filosofia, mi sono iscritto in Biologia. []
  7. Prendete il celebre aforisma di Einstein: “la scienza senza la religione è zoppa; la religione senza la scienza è cieca” (in Pensieri degli anni difficili, p. 135) e mettete “senso del numinoso” al posto di “religione”. Ecco quel che intendo. Come dice Carl Sagan, in realtà la nebulosa di Andromeda è infinitamente più ‘numinosa’ della resurrezione (Contact, p. 144). Consiglio anche la visione di questo video (il tizio che parla è Richard Feynman). Altri filosofi e scienziati contemporanei, tra cui Daniel Dennett e Richard Dawkins, hanno espresso l’esigenza di separare il numinoso dal soprannaturale. []
  8. Resti tra noi, ma io penso che ci sia molta più filosofia in Borges e negli altri autori citati piuttosto che – giusto per fare un nome – in tutta l’opera di Hegel. E comunque la filosofia è solo un ramo della letteratura fantastica (indovinate chi l’ha detto). []

I miei 101 amici

Io ho 101 amici, vi rendete conto? Ho 101 amici e il cuore ricolmo di orgoglio e gratitudine. È bello avere tanti amici, ma ancor più bello averne proprio 101. 101 è un numero magico e palindromo. Ok, pure 202 e 303 sono palindromi, ma non hanno nulla della magia del 101. 101 è magico perché negli anni ’80 c’era una bibita fichissima che si chiamava così (in realtà si chiamava One-O-One, ma è uguale), con quel gusto un po’ speciale che sembrava quello della Coca-Cola ma era tutta un’altra cosa; 101 è magico perché è la somma di cinque numeri primi consecutivi (13 + 17 + 19 + 23 + 29) e perché la statua della libertà è alta 101 piedi dalla base alla torcia; 101 è magico perché i gatti saran pure 44 in fila per 6 col resto di 2, ma i cani della carica sono 101 e non si discute; 101 è magico perché è fatto coi numeri del codice binario e perché è il nome di un’emittente radiofonica che trasmette le canzoni che amiamo degli anni ’80, ’90 e di oggi (e scusate se è poco). Insomma, 101 è magico e ora io ho 101 amici e questa è una cosa stupenda. Sono proprio tanto felice, e in preda all’euforia ho deciso di fare due conti su questi miei 101 amici.

(La lingua d'Albione è più cool)

Ordunque, cominciamo col dire che nove dei miei centouno amici (l’8.9%) sono dei perfetti sconosciuti, nel senso che non ho proprio la più pallida idea di chi siano: due ragazze sono diventate mie amiche per via dello stesso cognome (una vive addirittura in Argentina, che bello), un altro paio perché siamo nati lo stesso giorno, mese e anno (eh, il destino), due tizi di New York per motivi oscuri che non ricordo, un ragazzo turco perché condividiamo il film preferito (Fuori orario) e un altro newyorkese perché ha la linea simiana come me. E siamo a otto. Il modo in cui sono diventato amico della nona sconosciuta è il più bello di tutti e merita d’esser sottolineato. Un paio di settimane fa ho ricevuto una richiesta d’amicizia da parte di una simpatica signora di sessantatre anni; incuriosito, le ho scritto questo:

Ci conosciamo?

E lei ha risposto così:

Professeur de mathématiques retraitée de Belgique, je vis maintenant à Agde (Hérault,France), et continue mes bénévolats commencés en Belgique ; déléguée de l’ADMD ( Association pour le Droit de Mourir dans la Dignité), je suis aussi libre penseur, administrateur des Crématistes, et vais souvent à Paris, pour suivre des formations organisées par le CISS (collectif interassociatif sur la santé), car je suis représentante des usagers dans les hôpitaux. J’ai beaucoup d’affinités avec l’Italie, puisque j’ai une petie maison dans le centre historique d’Apricale ( Liguria)….Bises. Micheline

Potevo ignorare la sua richiesta d’amicizia? Ovviamente no. Altri sei dei miei centouno amici (il 5.9%) non sono umani, nel senso che non hanno un cervello e sono sprovvisti di autocoscienza (no, non sono amico di Borghezio): uno ad esempio è un pupazzo rosa peloso, un altro è un sito studentesco, un altro ancora è un CCC (Centro Culture Contemporanee). Suppongo invece che altri otto amici (il 7.9%) siano umani, ma non posso esserne certo perché non li ho mai conosciuti di persona né ci ho mai parlato al telefono, ma solo attraverso internet (alcuni li frequento da anni attraverso chat e blog, e in tutto questo tempo ho avuto modo di entrare in contatto con le loro manie, idiosincrasie e tribolazioni sentimentali, ma non ho mai visto in faccia nessuno di loro). Dodici (l’11.8%) li ho incontrati una sola volta in tutta la mia vita; in alcuni casi si è trattato di incontri lunghi e significativi, in altri di apparizioni fugaci ma intense, in altri ancora il tutto si è risolto in un “Ciao, come ti chiami? Posso aggiungerti su Facebook?”. Quattro (il 3.9%) erano miei compagnetti alle scuole elementari e non li vedo da circa vent’anni, mentre altri otto (il 7.9%) erano miei amichetti ai tempi del liceo e il nostro ultimo incontro risale a poco tempo fa (da un minimo di due a un massimo di undici anni, praticamente nulla su scala cosmica); i compagni delle medie invece sono zero (lo 0.0%), perché tutti morti, in carcere, rapiti dagli alieni o risucchiati da un buco nero. Ben ventiquattro (il 23.7%) li ho conosciuti all’università e proprio con ventiquattro non mi vedo da almeno un anno (ma non sono necessariamente le stesse persone). Due (l’1.9%) sono miei parenti (il che invero è piuttosto singolare, considerato il fatto che ho nove zii e ventiquattro cugini di primo grado). Con cinque (il 4.9%) mi sono scambiato dolci baci e languide carezze, ma se volete sapere chi sono state freschi (ok, cliccando qui potrete scoprire l’identità di una di loro). Oh, uno (lo 0.9%) è un teologo benedettino, autore del De Corpore et Sanguine Domini. Potrei finire elencando i debosciati con cui mi frequento con maggiore assiduità, ma quelli non ho voglia di contarli (eccone uno, giusto a titolo esemplificativo). Bene, direi che è tutto. Prima di salutarvi, però, ci tengo a ribadire che ho 101 amici e il cuore ricolmo di orgoglio e gratitudine. Di seguito riporto la frase che ho scritto a caratteri cubitali sulla mia Smemo rosa. Arrivederci e grazie per la cortese attenzione.

La frase che ho scritto a caratteri cubitali sulla mia Smemo rosa

Breakfast of Mockeries

State a sentire: recentemente sono stato a Londra, e avrei un sacco di cose da dire su questa città. Ne parlerò approfonditamente in un romanzo che sarà pubblicato tra qualche anno, il cui titolo provvisorio è Gravity’s Rainbow 2.0. Poco prima di partire per Londra ho letto due romanzi di Kurt Vonnegut, La colazione dei campioni e Ghiaccio-nove; di Ghiaccio-nove parlerò prossimamente in un post il cui titolo provvisorio è Le foma di Bokonon salveranno il mondo, mentre in questo post vorrei dilungarmi su La colazione dei campioni. Vorrei, ma un singolo post non riuscirebbe a contenere tutte le cose che ho da dire, così ho deciso che parlerò approfonditamente de La colazione dei campioni in un romanzo che sarà pubblicato tra qualche anno, il cui titolo provvisorio è Gravity’s Rainbow 2.0. In questo post mi limiterò a far finta di parlare di Londra e de La colazione dei campioni, e cercherò di farlo nel modo più vonnegutiano possibile, per rendere omaggio al compianto Kurt. Ecco perché il post comincia con “state a sentire” ed è pieno di disegnini, “ecc.” e frasi strane. Se ci pensate è una cosa piuttosto cretina originale: correggetemi se sbaglio, ma mi pare che nella storia dell’umanità nessuno prima di me abbia avuto l’idea di scrivere un post in stile vonnegutiano in cui finge di parlare di Londra e de La colazione dei campioni. Solitamente le idee originali (anche quelle cretine) sono rappresentate graficamente dal disegno di una lampadina accesa. Una lampadina è un piccolo oggetto che serve a illuminare artificialmente un posto buio. Esistono lampadine a incandescenza, a fluorescenza, a raggi UVA, ecc. Una lampadina a incandescenza è fatta più o meno così:

lampadina

Su Wikipedia c’è scritto che La colazione dei campioni è un romanzo di fantascienza, ma non è vero. Io ho letto un sacco di romanzi di fantascienza e vi posso assicurare che quello di Vonnegut è tutto fuorché un romanzo di fantascienza. Ci sono dentro un sacco di idee fantascientifiche, è vero, ma nessuna di queste è sviluppata in modo fantascientifico. Ad esempio, uno dei protagonisti è un tizio – tale Dwayne Hoover – che dopo aver letto un romanzo di fantascienza di Kilgore Trout (Kilgore Trout è una specie di alter-ego di Vonnegut, uno scrittore di fantascienza sfigato che compare in diversi suoi romanzi) si convince del fatto che tutti gli esseri umani eccetto lui sono macchine prive di coscienza e di libero arbitrio; questa se ci pensate è un’ottima idea fantascientifica (oltre che filosofica), e leggendo la quarta di copertina pare che l’intero romanzo ruoti intorno a questa idea. Per inciso, gli esseri umani sono davvero macchine. Forse essi sono dotati di coscienza e libero arbitrio, forse no, ma di sicuro sono macchine. Macchine dalla forma stranissima e piene di protuberanze e buchi da cui escono ed entrano cose in continuazione. Le macchine umane sono dotate inoltre di una sostanza molliccia e grigiastra posta all’interno della loro testa in un contenitore chiamato “scatola cranica”. La sostanza molliccia si chiama “cervello” e serve a regolare i movimenti e le azioni delle protuberanze e dei buchi. Tantissime macchine umane sono pazze e fanno cose brutte (tipo guerre, stragi, torture e televendite) perché il loro cervello è pieno di sostanze chimiche cattive. Un cervello umano medio pesa all’incirca un chilo e trecento grammi ed è fatto più o meno così:

cervello umano

Londra è la città ideale per chi vuole convincersi della fondatezza di questa idea, perché pullula di esseri umani di tutte le forme, dimensioni, religioni, colori, sessi, età, ecc. Sembra una gigantesca vetrina di umani che camminano, corrono, parlano e cose del genere. Gli abitanti di Londra si dividono fondamentalmente in due categorie: la prima categoria comprende coloro che parlano un inglese perfetto, ancor più perfetto di quello della regina Elisabetta II e del mitico Francis Matthews dei corsi d’inglese della BBC; nella seconda categoria invece rientrano quelli che parlano una lingua incomprensibile, che solo vagamente ricorda l’inglese. Quelli della prima categoria pensano di dire “Hi! How are you?” e dicono proprio “Hi! How are you?”: la sostanza molliccia dentro la loro scatola cranica è ben tarata. Quelli della seconda categoria, invece, pensano di dire “Hi! How are you?” e dicono “auiu?”: la sostanza molliccia dentro la loro scatola cranica è tarata male. Della prima categoria fanno parte i membri delle comunità pakistane, cingalesi, indiane, senegalesi, ecc.: Londra è una megalopoli multietnica e ci vivono persone provenienti dai quattro angoli del globo (incidentalmente, questo è solo un modo di dire: il globo è di forma sferica e non ha quattro angoli). Della seconda categoria fanno parte i londinesi cockney. Londra è davvero grande, sapete? È grande quasi quanto la provincia di Ragusa (ho appena controllato), solo che nella provincia di Ragusa vivono 308.103 persone, mentre Londra ha 7.512.400 abitanti, che di certo staranno un po’ più stretti dei ragusani. Londra si trova in Gran Bretagna. La Gran Bretagna è un’isola separata dal resto del mondo da un pezzettino di mare. Il mare è una grande massa d’acqua salata, e l’acqua è una sostanza liquida composta da due atomi di idrogeno e uno di ossigeno. Il mare è fatto più o meno così:

mare

Nel suo La colazione dei campioni Vonnegut parla di un sacco di cose. Non è un romanzo di fantascienza, dicevo, ma è pieno di formidabili idee fantascientifiche (con interessanti implicazioni filosofiche). Vonnegut le inserisce sotto forma di riassuntini di romanzi e racconti di Kilgore Trout, lo scrittore di fantascienza sfigato suo alter-ego. Ecco un esempio:

Kilgore Trout una volta aveva scritto un racconto che era costituito da un dialogo tra due cellule di lievito. Le due discutevano dei possibili scopi della vita intanto che mangiavano zucchero e soffocavano nei propri escrementi. A causa della loro limitata intelligenza non sospettavano neppure che stavano fabbricando champagne.

Londra è stata invasa dagli italiani. Ci sono ristoranti, caffetterie e negozi italiani dappertutto, e la National Gallery è piena di quadri di artisti italiani. Ovunque è possibile mangiare un piatto di ottime “lasagne with salad or chips”, “penne all arabiata” o “fettucine carbonara” e bere un delizioso Espresso Double Shot che sa di Coca-Cola. La Coca-Cola è una bibita famosa in tutto il mondo, fatta col caramello e resa effervescente mediante l’aggiunta di anidride carbonica sotto pressione. Su Wikipedia c’è scritto che la Coca-Cola fu inventata dal farmacista statunitense John Stith Pemberton l’8 maggio 1886 ad Atlanta, inizialmente come rimedio per il mal di testa. Tornando al discorso di prima, le strade di Londra sono piene di gente che parla la nostra lingua. Questo lo so perché la sostanza molliccia che si trova dentro la mia scatola cranica è stata tarata per decodificare con facilità le onde sonore provenienti dagli orifizi orali degli italiani. Gli italiani sono gli abitanti dell’Italia, e l’Italia è una penisola la cui forma ricorda vagamente quella di uno stivale da donna. Uno stivale è una calzatura di cuoio o di gomma che arriva sino al ginocchio o alla coscia, ed è fatto più o meno così:

stivale

Uno dei simboli di Londra è il Big Ben, la torre dell’orologio del palazzo di Westminster. Quand’ero piccolo ero convinto – come tanti altri piccoli umani – che il Big Ben si chiamasse Big Bang. Il Big Bang in realtà è una specie di grande esplosione che ha dato origine all’intero universo. Prima non c’era niente, ma proprio niente di niente, e poi di colpo – boom! – una quindicina di miliardi di anni fa c’è stato questo grande botto che ha dato origine a spazio-tempo, stelle, galassie, pianeti, vita, dinosauri, zanzare, fiori, biodiversità, uomini, donne, romanzi di Vonnegut, scatole craniche, cervelli, Berlusconi, mafia, ecc.: tutto quanto, ma proprio tutto tutto. Il giorno in cui ho lasciato Londra e sono tornato in Italia un gruppo di scienziati del CERN di Ginevra ha dato il via ad un esperimento con l’LHC, il più grande acceleratore di particelle del mondo. Un acceleratore di particelle è un aggeggio che fa accelerare le particelle. Sui giornali c’era scritto che lo scopo dell’esperimento era quello di ricreare le condizioni dell’universo subito dopo il Big Bang (in realtà non era proprio questo, ma molti giornalisti sono scrittori di fantascienza mancati e hanno una fervida fantasia) e scoprire se esiste il fantomatico bosone di Higgs. Wikipedia dice che il bosone di Higgs è una ipotetica particella elementare, massiva, scalare, prevista dal modello standard della fisica delle particelle. E io mi fido. Secondo alcuni scienziati pazzi (anche loro scrittori di fantascienza mancati), l’esperimento del CERN avrebbe prodotto, come effetto collaterale, la nascita di un piccolo buco nero che avrebbe risucchiato la Terra nel giro di quattro anni. Proprio nelle ore in cui gli scienziati del CERN stavano dando il via all’esperimento io mi trovavo sull’aereo Londra-Milano, esattamente sopra Ginevra. Una parte di me sapeva che non c’era alcun rischio concreto, ma un’altra temeva e al contempo sperava che gli scienziati pazzi avessero ragione. Sarò sincero, ero eccitato all’idea di essere risucchiato da un buco nero e curiosissimo di scoprire cosa si prova ad essere smaterializzati e a rimaterializzarsi in un universo parallelo. Sì, perché i buchi neri in realtà sono dei varchi che danno accesso a tunnel spazio-temporali attraverso i quali si possono raggiungere altri universi. Un buco nero è fatto più o meno così:

buco nero

La colazione dei campioni, dicevo, non è un romanzo di fantascienza. Secondo alcuni è un romanzo postmoderno. “Postmoderno” è una parola che non significa niente, ma suona bene ed è utilizzata spesso per definire le cose che non si capiscono. In realtà il romanzo di Vonnegut non è postmoderno. Non sono neppure sicuro che sia un romanzo. A me sembra più una gigantesca e magnifica presa per il culo. Londra pure – a ben vedere – è una gigantesca e magnifica presa per il culo a forma di città. Ad essere sincero credo che tutto quanto in questo mondo sia una gigantesca e magnifica presa per il culo; anche questo post, nel suo piccolo, lo è. La colazione dei campioni è pieno di disegni realizzati dallo stesso Vonnegut. Tra gli altri, guarda caso, c’è proprio quello di un buco di culo. Vonnegut lo disegna più o meno così:

buco di culo

N.B. Tutti i disegni di questo post sono stati realizzati dal sottoscritto utilizzando unicamente mouse e Photoshop. Di ciò vado oltremodo orgoglioso.

Being Rosy Bindi

In un commento al mio ultimo post, il buon vecchio Yanez afferma (in riferimento alle persone che cambiano genere sessuale):

[…] se il sesso non fosse un dato fisico, chi non si sente certo del proprio non tenterebbe (di solito alquanto goffamente) di modificare il proprio aspetto, si limiterebbe a dire “io sono feschio” o “io sono màmmina” (crasi pericolosa) come noi diciamo “io sono conservatore” o “io sono interista”. I segni esteriori verrano poi, se verranno, ma non sono essenziali. Ma uno che deve tagliuzzarsi e imbottirsi per sembrare ciò che, evidentemente, non è, a me pare una cosa diversa. Un uomo che crede di essere uno scoiattolo è pazzo. Un uomo che crede di essere una donna (o qualche animale intermedio inesistente in natura), se non è pazzo ci somiglia.

Non chiedetemi come si sia arrivati a parlare di questo argomento partendo da una normalissima riflessione postelettorale sulle unghie; se siete interessati, leggete tutti i commenti e la vostra curiosità sarà soddisfatta. Ora, non potevo non reagire ai titillamenti di Yanez, ma essendo mostruosamente pigro pieno di impegni ho deciso di farlo riciclando una cosa scritta molto tempo fa in un altro luogo. Buona lettura.

Immagina se un mattino, al risveglio da sogni inquieti, ti trovassi trasformato in Rosy Bindi. Riemergi alla coscienza dal limbo dei sogni, ti stropicci gli occhi e ti stiracchi per bene. Vai in bagno a fare pipì, di fronte al water fai il gesto automatico di tirar fuori il pisellino e ti rendi conto di non averlo più. Niente, nisba, nada, zero, zut. Inutile frugare tra le mutande. Sei inesorabilmente, inequivocabilmente, maledettamente senza pisello. No, non stai ancora sognando, non è uno strafottutissimo incubo. È tutto vero. Vai a sciacquarti la faccia con l’acqua gelida e di fronte allo specchio vedi LEI. Rosy Bindi. Ro-Sy Bin-Di. Rosy Bindi dall’altra parte dello specchio che ti guarda col viso paonazzo e un’espressione sconvolta e disgustata. Lei sei tu. Tu sei LEI. Ti spogli completamente e cominci a tastarti ovunque, con la segreta speranza che almeno un centimetro quadrato del tuo corpo possa essere sfuggito all’orribile metamorfosi. Niente da fare. Il tuo corpo adesso è quello di Rosy Bindi. Al posto dei tuoi splendidi pettorali scolpiti nel granito hai dei grossi seni flaccidi, e il culo a mandolino è scomparso per lasciar posto a un sedere cascante grande quanto un tavolo da ping-pong. Niente barbetta finto-incolta, capelli da mohicano e occhio ceruleo da playboy. Solo due guanciotte glabre da chipmunk depilato e un po’ di capelli grigi da impiegato del catasto. Sei imprigionato nel corpo di Rosy Bindi. Tu, proprio tu. Senza pisello, con due tettone e la faccia di Rosy Bindi. Come ti sentiresti? Quanto sarebbe intenso il desiderio di poter riavere il tuo corpo? Cosa saresti disposto a fare pur di poter riallineare il tuo aspetto esteriore alla tua mente, alla tua essenza più profonda, alla tua vera natura?

Di che ti lamenti? Sarebbe molto peggio ritrovarsi nel corpo di Borghezio

Ecco, ora immagina di trovarti in questa situazione da sempre. Immagina di avere cinque anni e di sentire, percepire, sapere intimamente che tu sei una bambina. E però hai un corpo da maschietto porcamiseria, hai il pisellino e tutti ti chiamano Ugo. I tuoi compagnetti giocano a Ken il guerriero e tu sei costretto a giocare con loro, quando invece vorresti con tutta te stessa (quando pensi fra te e te usi il femminile, ti viene naturale) avere la tua Barbie da mostrare alle amichette. Tutte le sere quando vai a letto stringi gli occhi ed esprimi lo stesso desiderio: non avere più il pisellino, risvegliarti bambina, poter essere finalmente te stessa. Poi cresci, arriva la pubertà e le cose peggiorano. Giorno dopo giorno il tuo corpo cambia, si trasforma. Ma non nel modo sperato. La voce s’ingrossa, ti spuntano peli dappertutto e il pisellino non scompare per nulla. A scuola studi biologia e ti rendi conto che non c’è niente da fare. È tutto scritto nei tuoi cromosomi XY: sei un maschio e un maschio resterai per sempre. Scopri che essere maschio o femmina dipende dal DNA, ma sai anche che uomo e donna sono dati culturali, non genetici. E però anche di questo non ti frega nulla. Tu sai che sei sempre stata una femmina. Sempre. E non te ne frega un accidente dei tuoi cromosomi. Potresti avere il DNA di un triceratopo o di un marziano e non cambierebbe niente. Non cambierebbero i tuoi desideri, le tue sensazioni, le tue emozioni, i tuoi pensieri. Tu sei una donna e niente e nessuno potrà mai farti cambiare idea. Non ci riesce la mamma, non ce la fa il parroco del paese e pure lo strizzacervelli fallisce miseramente. Sei disposta a superare anche gli ostacoli più insormontabili e le sofferenze più atroci pur di poter mettere le cose a posto, pur di poter allineare il tuo corpo al tuo Io, alla tua vera identità, alla tua natura più intima e autentica. Tu odi profondamente quel corpo, quell’estraneo che ti guarda tutte le volte che passi davanti a uno specchio o a una vetrina. Non lo riconosci, non sei tu. Sei disposta ad affrontare l’incomprensione della tua famiglia, l’ostracismo e il disprezzo della società, l’idiozia imperante che ti circonda pur di poter distruggere la corazza maschile che ti imprigiona. E ti sottoporrai a sedute estenuanti di elettrocoagulazione, prenderai pasticche di ormoni e infine arriverai all’operazione di riassegnazione chirurgica di sesso. E a 20, 40 o magari a 60 anni (dopo una vita passata nascondendoti e negando persino a te stessa la tua vera identità), finalmente guardandoti allo specchio ti riconoscerai. Finalmente potrai cominciare a vivere. E ti verrà da ridere (o da piangere), quando qualcuno ti dirà che sei pazzo, che hai fatto qualcosa “contro natura” o che prendendo ormoni ti sei divertito a giocare al piccolo alchimista e hai voluto disfare quel che Dio, la Natura, il Logos o il Flyng Spaghetti Monster aveva stabilito e deciso per te.

I Malkut

  • In order to make an apple pie from scratch, you must first create the universe. Carl Sagan

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