- CATEGORIA / Pappette logorroiche
- Critica della ragion mura
A volte capita che dopo aver sbattuto la testa contro un muro mille e mille volte cercando invano di abbatterlo con la forza del pensiero, in un momento sgurz venga voglia di disegnarci sopra qualche bel graffito con lo spray, oppure di scavalcarlo o romperlo a picconate. Esempio: io odio il muro pena di morte e sono sicuro di essere nel giusto nel considerarla una cosa aberrante sempre e comunque, in linea di principio. Se un giorno qualcuno dovesse accusarmi di essere intollerante nei confronti delle persone che invece sono a favore della pena di morte, non potrei che dargli ragione. Non tollero e considero profondamente imbecille *a prescindere*, qualsiasi presa di posizione, discorso, tesi, teoria a favore della pena di morte (e se a fare un discorso del genere fosse un padre a cui hanno ammazzato il figlio, potrei comprenderlo a livello puramente emotivo e non mi accanirei contro di lui, però non potrei di certo dargli ragione). (Per inciso, non censurerei mai, però, nessuna presa di posizione, discorso, tesi, teoria a favore della pena di morte, neppure la più stupida o ignobile. Questo perché nei confronti della censura, in qualsiasi modo si voglia declinare questo termine e qualunque significato o valore si decida di attribuirgli, ho la stessa identica forma di intolleranza. La considero sbagliata oggettivamente, in tutti i sensi.)

Ora, capita a volte che ci siano persone che fanno capire subito il loro modo di (s)ragionare. In quel caso, tentare di discutere ragionevolmente con loro è – come sempre – cosa giusta e sacrosanta, ma l’unico esito ottenibile sarà con ogni probabilità una accelerazione dell’entropia e nient’altro. Certo, è possibile che accada il miracolo. Magari il muro alla milionesima testata potrebbe cominciare a sgretolarsi, ma life is short e quasi mai ne vale la pena. E allora, quando ci si trova di fronte a un muro Bondi o a un muro Er Pecora, si può direttamente lasciar perdere ed evitare di perder tempo cercando di ragionare, oppure se proprio non si riesce a resistere si può seguire la sempreverde legge di Truman: “if you cannot convince them, confuse them”. Un bel graffito per cancellare il grigiore della loro murezza. È ovvio che anche in questo caso si perde tempo e non si ottiene nulla, ma almeno ci si diverte di più. Quand’ero piccolo tutto mi appariva strano e complicato. Mi ponevo e facevo agli altri mille domande, ma nessuna risposta era soddisfacente. Credevo che da grande tutto sarebbe stato più chiaro e semplice. “I grandi sanno, i grandi conoscono le regole del gioco, i grandi hanno le chiavi per aprire tutte le porte. Quando sarò grande conoscerò la verità”. Ora sono grande e so che i grandi non sanno niente.Tutto è estremamente complicato, contorto, labirintico. Ogni cosa è intrecciata a tutte le altre e noi siamo immersi in questo oceano di semiosi illimitata. Semiosi illimitata, ovvero segni che rimandano ad altri segni che a loro volta rimandano a segni. E la realtà dietro le parole nel frattempo è partita per le Bahamas. Un circolo vizioso da cui non possiamo uscire. E allora forse ha ragione chi dice che tutte le teorie – per quanto brillanti e intelligenti – sono inutili e vacue, perché comunque continueremo a sbattere perpetuamente contro il muro dell’incomunicabilità umana. Impossibile comprendersi *sul serio*, in maniera totale e compiuta. E questo in tutti gli ambiti.

Essi vivono. Sono tanti, tantissimi. Sono presidenti, commendatori, massaie, studenti, calciatori, dottoresse, poliziotti, impiegati, commercialisti, ballerine, professori, opinionisti, re, regine e venditori ambulanti. Sono la fottuta maggioranza. Chi ragiona si rende conto della estrema complessità delle cose e capisce che in mancanza di risposte definitive l’unica via praticabile, la via più “giusta” e “saggia” è quella della ragione. La ragione e il pensiero antidogmatico, quelle cose calpestate e dimenticate da cui derivano la libertà, il rispetto, la comprensione, l’accettazione eccetera eccetera. Il guaio è che della ragione non frega niente a nessuno (o quasi). Son tutti convinti di avere la Risposta Definitiva e di poter dettare legge, mettere paletti e stabilire regole e divieti. E così, siccome non la (s)pensi come loro, ti dicono che sei un “agnello cieco con gli occhi iniettati di sangue illuminista” (sic) e buonanotte al secchio.

Il vero atteggiamento socratico, ovvero quello dell’apertura all’altro, della consapevolezza della propria ignoranza, del dialogo e della capacità (anzi, del *desiderio*) di ammettere i propri errori e le proprie mancanze è rarissimo. Di qualunque cosa si parli, l’atteggiamento più diffuso è sempre quello della sfida, della guerra, del cercare di far prevalere le proprie idee (anche e soprattutto se sono solo pseudoidee prive di valore). L’argomento può essere la fecondazione assistita, la pena di morte, il revisionismo storico, la libertà individuale, il concetto di laicità dello stato, il diritto all’aborto, destra e sinistra, una partita di calcio. Fate voi. Quasi nessuno sembra interessato a capire davvero, quasi tutti si arroccano sulle loro posizioni e da lì combattono e cercano di vincere: la (non)logica della guerra. La gggente non solo non ragiona, ma mostra di non voler ragionare. Anziché la ragione usa un surrogato di ragione preconfezionato, una specie di aspartame della ragione.

- Transcodificazione in attesa di transculturazione
ATTENZIONE: Questo post è molto lungo. Si tratta forse della più logorroica tra le pappette logorroiche scritte in questo blog, ma leggerlo per intero non potrà farvi che bene.
In altre parole: leggete tutto dalla prima all’ultima riga, brutti stronzi!Intro Le recenti vicende che hanno visto come protagonista il giovane rampollo di casa FIAT sono state un’ottima occasione per toccare con mano (che schifo) l’orrido blob mediatico della nostra Italietta. Altro che Woodward e Bernstein, qui siamo al livello dei giornalini di scuola media. Pressapochismo, superficialità, ignoranza e supponenza la fanno da padroni. Per non parlare della malafede e dell’ipocrisia dei benpensanti che da una parte lanciano strali e anatemi, e dall’altra morirebbero se non avessero qualche particolare morboso e piccante con cui deliziarsi e con cui deliziare le massedi capre. Date alla gggente quel che è della gggente. La gggente vuole questo, e i mass-media sono rispettosissimi della volontà popolare. Stendiamo un velo pietoso su tutte le scempiaggini che sono state dette sull’affaire cocaina in sé, e focalizziamo la nostra attenzione sull’altro aspetto della faccenda: i transessuali. Oh, quale orribile scandalo! Lapo se la faceva col transessuale (o travestito?). Oh, ma dove andremo a finire, e che diamine qua ci vuole sicuro un po’ di moralità. E via a meravigliose “inchieste” sul perché gli uomini vanno coi trans, e battutine e doppi sensi varii, e Lapo è frocio, e la cocaina gliel’ha sicuramente data lui (il trans/travestito), e Martina Stella è molto più bella, e sbatti il mostro – con tanto di foto – in prima pagina. Carta straccia ed etere spazzatura. Una violenza reiterata alla ragione umana.
Uh, che paroloni, come sei esagerato! Dite? Vorrei vedervi nei panni di Patrizia, il transessuale/travestito di cui si è tanto parlato. A proposito, Patrizia non è un transessuale, né tantomeno un travestito. Ma come, la gggente, i giornali e la tivvì dicono così! E la gggente è stupida, i giornali sono idioti e la tivvì è imbecille. Cerchiamo di fare un po’ di ordine e proviamo ad usare ciò che dovrebbe distinguerci dai moscerini e da Calderoli: la ragione.
1. Cosa sono questi cosi strani, questi transessuali? Si fa spesso confusione tra sessualità e genere sessuale. Una persona transessuale soffre di un disagio di genere e percepisce il proprio corpo come qualcosa di sbagliato, dissonante rispetto alla propria mente (no, Berlusconi che crede di essere Dio non c’entra nulla). Sente quindi la necessità di “rimettere le cose a posto” e di poter essere anche esteriormente quel che è già interiormente. Il processo di transizione è lungo, faticoso e carico di sofferenze (credevate che bastasse un po’ d’acqua fredda, come in Ranma ½?). Doversi sottoporre a delicatissime operazioni chirurgiche e prendere ormoni per tutta la vita non è propriamente una passeggiata, ma è necessario: si tratta di una questione di vita o di morte. Chi è transessuale non potrebbe vivere in un corpo che non sente suo e che percepisce come sbagliato.
Ora, che aiuto dà la società a persone tanto sfortunate e fragili? Nessuno, assolutamente nessuno. Anzi, rincara la dose delle sofferenze attraverso l’ostracismo, il disprezzo e la messa in ridicolo. La persona transessuale è vista come un freak, un fenomeno da baraccone da guardare con curiosità morbosa ma con cui non si avrebbero mai relazioni umane (io faccio lo stesso con Borghezio, lo ammetto). La chiesa considera l’argomento una specie di tabù e si limita a dire che il transessuale è un malato mentale (sic), mentre nel frattempo la gente si crogiola nella più arrogante e ottusa ignoranza. Quando ci si riferisce ad una persona che transiziona da uomo a donna si dovrebbe dire la transessuale, non il transessuale come fanno quasi tutti: se un essere umano cambia genere sessuale e passa da M (Maschio) a F (Femmina) o si ferma ad una stazione intermedia, quella persona ha da definirsi secondo il suo genere di arrivo, quello a cui tende e sente di appartenere; ergo, se Patrizia si sente femmina, ella è femmina e se proprio volete chiamarla transessuale, dite pure che è una transessuale, non un transessuale. E non si tratta di puntigliose notazioni politically correct (come chiamare gli spazzini operatori ecologici), perché in questo caso il valore semantico che si cela dietro la sostituzione di un semplice articolo è immenso, quella lettera in più è il simbolo di una identità conquistata dopo una vita di tribolazioni. Ovunque si fa l’equazione transessuale = prostituzione, quasi come se le trans cambiassero genere per potersi prostituire, quando la triste verità è che molte trans sono costrette a prostituirsi perché non riescono a trovare un lavoro, e chi ci riesce è spesso sottopagata e costretta a subire mobbing e vessazioni di ogni tipo. Molte, non tutte. Tante altre – le più fortunate – fanno un lavoro normalissimo (sono impiegate, insegnanti, dottoresse, commercianti e via discorrendo). Perché quindi si fanno pseudoinchieste, si scrivono articoli e si straparla di “uomini che vanno coi trans” (intendendo con trans solo e unicamente le trans che si prostituiscono)? Non c’è una risposta logica. Se qualcuno facesse un’inchiesta sugli “uomini che vanno con le donne” (inglobando la categoria “donne” all’interno della categoria “prostitute”) sarebbe preso per pazzo.
Spesso si confonde il transessualismo col travestitismo (il travestito – lo dice la parola stessa – si limita a indossare gli abiti che la società comunemente associa al sesso opposto, e non fa alcuna transizione a livello fisico) o si pensa che il transessuale non sia altro che un omosessuale che cambia aspetto per poter adescare gli uomini con più facilità, oppure una sorta di checca all’ennesima potenza che ostenta “la propria sessualità scimmiottando le donne” (cit.). Niente di più sbagliato: come ho detto sopra, si fa spesso il grossolano errore di confondere la sessualità col genere sessuale. Percepire una dissonanza tra la mente e il corpo e voler adeguare il proprio aspetto al genere sessuale a cui ci si sente di appartenere non ha nulla a che vedere con le inclinazioni sessuali. Moltissime transessuali sono infatti lesbiche: si sentono donne e provano un’attrazione sessuale per le donne; allo stesso modo, moltissimi trans (ovvero coloro che transizionano da donna a uomo) sono omosessuali: si sentono uomini e sono attratti dagli uomini.Non c’è nulla di terribile, peccaminoso o sbagliato in tutto questo (e sfido chiunque a dimostrarmi razionalmente il contrario). La sola cosa veramente terribile è l’ignoranza di chi giudica e appiccica etichette (sbagliate), ma in realtà ha solo paura di ciò che non capisce. La psiche umana è molto più complessa e varia di quanto la nostra ignoranza e le nostre manie definitorie ci fanno immaginare. E a questo punto dovrei tirar fuori il concetto di transgender: la parola “transgender” non è stata inventata da qualche medico (al contrario del termine “transessuale”) ma è nata come liberatoria e catartica categoria anti-categorie… ma qui la faccenda si complica un po’, e per ora è meglio lasciar perdere. Preferisco invece chiudere con un esempio concreto di cattiva informazione (non prima di avervi detto di leggere Venus Envy, però: leggete Venus Envy).
2. Un caso di malainformazione Di seguito riporto alcuni brani tratti da un articolo pubblicato sul Corriere della Sera lo scorso 12 ottobre (qui è disponibile la versione online). Probabilmente l’autore dell’articolo – tal Marco Imarisio – è solitamente un ottimo cronista, ma in questo caso ha scritto proprio un pastrocchio. (Le sottolineature sono mie.) Cominciamo da titolo e sottotitolo:«Un bravo ragazzo, vi racconto la sera del dramma»
Patrizia, 53 anni: «Faccio il travestito per vivere». La conoscenza con LapoChe senso ha virgolettare frasi che non sono mai state pronunciate (nell’articolo non ve n’è traccia, e guarda caso la versione online ha un titolo diverso)? Sorvoliamo sulla prima, ma la seconda è davvero assurda. “Faccio il travestito per vivere.” Che vuol dire? È una drag queen, una collega di RuPaul? No, qui con travestito si vuole intendere solo e unicamente una cosa: puttana. Vi sembra possibile che una transessuale abbia affermato: “faccio il travestito (nel senso di puttana) per vivere”? Vabbè, questa è colpa del titolista.
Donato Broco è un uomo di 53 anni che veste da donna e parla di sé al femminile, come se lo fosse.
1. Nome e cognome in bella vista. Perché non riportare anche il codice fiscale e il numero di telefonino?
2. “Un uomo che veste da donna e parla di sé al femminile, come se lo fosse.” Va bene che sei un giornalista e non uno psicologo, ma basterebbe dare un’occhiata allo Zingarelli:transessuàle [comp. di tran(s)- e sessuale, sul modello dell'ingl. transsexual; 1972] s.m. e f. – Persona che non accetta il proprio sesso e si identifica in quello opposto cercando di assumerne gli atteggiamenti e l’aspetto esteriore – Chi, nato e registrato secondo un sesso, ha assunto, anche per mezzo di interventi chirurgici, le caratteristiche fisiologiche dell’altro sesso.
Basta dire transessuale, non “un uomo che veste da donna e parla di sé al femminile, come se lo fosse”. Sei un giornalista del Corriere della Sera e vivi nel XXI secolo, cazzo.
«Patrizia» invece si è costruito una vita all’interno di un microcosmo strano, quello dei travestiti come lei che lavorano sul marciapiede di casa
Quindi, riepilogando, Patrizia (rigorosamente tra virgolette, non sia mai che qualcuno pensi che si chiama davvero così) è un travestito-puttana che lavora sul marciapiede di casa (un microcosmo strano popolato di travestiti).
Accettarsi così, senza inibizioni, fino alla partecipazione a Miss Trans Puglia, sapendo bene che una buona parte della sua famiglia non avrebbe capito. Fare il travestito per campare, «il mio unico lavoro».
Un attimo, ma se è un “uomo che veste da donna parlando di sé al femminile come se lo fosse”, ovvero un travestito che fa la puttana sul marciapiede di casa, com’è che ha partecipato a Miss Trans Puglia? A Miss Trans dovrebbero partecipare le trans, non i travestiti. Mumble mumble… E poi, l’ha detto o non l’ha detto che fa il travestito per campare? Qui l’unica parte virgolettata è “il mio unico lavoro”.
Quella di Donato-Patrizia e di altre creature notturne che si chiamano «Fulvia», «Lidia», oppure, ultime arrivate in un gruppo avanti con l’età, «Cinzia» e «Tati», gli altri due suoi ospiti di quella serata sciagurata, è una piccola comunità.
Onde evitare che il lettore si confonda (oddio, ma si chiama Donato o Patrizia?), il bravo giornalista lo guida nella comprensione del testo, accostando elegantemente i due nomi. Scopriamo inoltre che, oltre ai licantropi, esistono altre creature notturne che nelle sere di plenilunio si riuniscono sul marciapiede di casa: i travestiti.
Lei in questi anni si è svenata per aiutare quello che in strada chiamano «suo marito», un pregiudicato da anni in carcere per rapina a mano armata e altri reati del genere.
Si è svenata? No, deciditi: o usi sempre il maschile o usi sempre il femminile. Qui non è più questione di rispetto e tolleranza, ma di grammatica elementare. Apprezzabile la nota di colore sul terribbbile marito pregiudicato, tanto per dare al tutto la giusta atmosfera da hard-boiled.
Certo, fa impressione, dice Marika, la segretaria che riscuote il suo affitto. Sentire quel vocione, vederlo, alto più di un metro e ottanta, massiccio, e sempre vestito da donna, un trucco pesante spalmato su lineamenti molto maschili.
Oddio, è un homo neanderthalensis travestito da femmina di homo sapiens! Fa impressione, dice Marika (ma che diavolo c’entra Marika, adesso?). È sempre vestito da donna e col trucco spalmato su lineamenti molto maschili. Che schifo! Come ha potuto partecipare a Miss Trans Puglia, mi chiedo? Tra l’altro l’articolo cartaceo è corredato dalla foto di una trans presa dal sito di Miss Trans Puglia, che con ogni probabilità non è Patrizia né una partecipante ma una delle due organizzatrici del concorso. Eppure la didascalia recita: “Patrizia nel 2003 durante l’elezione di Miss trans Puglia (Ansa)”.
Il travestito la rimprovera sempre quando sbaglia l’abbinamento dei vestiti, le fa vedere la sua nuova bigiotteria, parla orgogliosa dei suoi seni, rifatti nuovamente pochi mesi fa.
Mai farsi una pista di coca prima di scrivere un articolo (si tratta ovviamente di un consiglio generico, non mi riferisco a nessuno in particolare).Ennesimo riepilogo, perché ce n’è bisogno: abbiamo a che fare con un uomo massiccio e col vocione, truccato pesantemente da donna e che parla di sé al femminile, un travestito che lavora sul marciapiede di casa e ha partecipato a miss Trans, una creatura notturna che frequenta un microcosmo strano ma abbina bene i vestiti ed è orgogliosa dei seni rifatti pochi mesi fa. Più confusione che a San Siro quando c’è il derby (e stiamo parlando di una sola persona).Questa è la storia, e questo è Donato Broco, con l’imbarazzo che si porta dietro e quasi si scusa di avere causato.
Questo è il pessimo articolo di Marco Imarisio, che dovrebbe provare imbarazzo e scusarsi per l’ignoranza e la mancanza di rispetto, ma siamo certi che non lo farà.
FINE Domanda: Sim, come mai ti infervori così tanto per le trans e non per la fame nel mondo e la mafia?
Risposta: Che domanda scema. - L’anello di congiunzione tra protoscimmia e scimmia: il catanese
Su Salute di qualche settimana fa (una specie di Starbene un po’ snob stampato su carta velina, allegato tutti i giovedì a Repubblica), è stato pubblicato un interessantissimo articolo sui pisolini pomeridiani. Suddetto articolo, il cui geniale titolo è Ninna nanna, contiene preziose e utili notizie scientifiche sulle caratteristiche della pennichella (cose del tipo: «se dormiamo troppo a lungo con un pisolino troppo profondo anticipiamo il sonno notturno»), un trafiletto sui pisolini di Chirac, una piccola intervista ad Enza Sampò intitolata “Tenera è l’alba”, una mappa del pianeta con informazioni sulla siesta nel mondo (in Messico nel 1800 gli operai in sciopero dormivano lungo i muri e in Giappone il pisolino in ufficio è regolato dal contratto), e soprattutto il riquadro che riporto qui di seguito, contenente alcuni dati statistici degni di nota.
Ora, si potrebbe discettare per giorni e giorni sulle profonde motivazioni che hanno portato i redattori di Salute a scegliere di suddividere i dati in questo modo piuttosto che in un altro: perché si è scelto di dividere gli italiani in bambini, anziani, isole, centro, Lazio e Catania e non ad esempio in adolescenti, donne mature, nord est, Veneto e Bari? E perché non vengono riportate le fonti? Quale istituto di statistica se n’è occupato, e con quale metodo? Ci sarebbe molto da dire (e da ridere), ma al momento non è questo che mi interessa fare. Posto che i dati su riportati siano corretti, la cosa che balza subito all’occhio è la percentuale di persone che fanno la pennichella a Catania (il 50%), nettamente superiore alla media nazionale (14.6%), a quella del Lazio e di Roma (12.5%), delle isole (18.6%) e dei bambini (34.3%) e pari solo al dato sugli anziani. Ora, la percentuale di anziani a Catania non è superiore alla media nazionale, è anzi di poco inferiore. Com’è possibile, quindi, che metà degli abitanti di Catania facciano la pennichella? Qual è la spiegazione di un dato così fuori norma? C’è una spiegazione scientifica e, se sì, è possibile che trovandola sia possibile individuare altre caratteristiche peculiari della popolazione catanese? Non è strano il silenzio della comunità scientifica internazionale su questi dati sconcertanti?
Orbene, sono giunto alla conclusione che in questa faccenda ci sia molta più carne al fuoco di quanto si voglia far credere. Io sono nato a Catania e vivo in questa città da sempre, per cui, pur non avendo ancora condotto alcuno studio scientifico su questo problema, ho avuto modo di entrare a stretto contatto con i catanesi e, passando la mia intera esistenza con loro, di diventare in qualche modo catanese anch’io. Il problema principale di Catania, oltre alla connivenza di politica e mafia, al pizzo e al degrado urbano, è senza dubbio il traffico (‘u cciafficu). Catania è la decima città italiana per numero di abitanti. Secondo il censimento del 2001, Catania conta 313.110 abitanti, mentre nel 1971 erano più di 400.000. Ora, lo spopolamento delle maggiori città italiane è un dato di fatto, ma è comunque naturale chiedersi che fine abbiano fatto ben 100.000 catanesi, volatilizzatisi nell’arco di poche decine di anni. Sono morti tutti? Si sono trasferiti in massa a Pisa, per poter stare vicino al drpsycho, loro illustre concittadino? No, semplicemente hanno cambiato casa, ma non sono andati molto lontano. Quasi tutti si sono spostati di 5, massimo 10 chilometri, andando a vivere in uno dei tanti paesini dell’hinterland catanese. Catania è collegata, senza soluzione di continuità, ad una miriade di cittadine che, nel corso di questi ultimi anni, hanno conosciuto un vero e proprio boom demografico, trasformandosi in dei megaquartieri periferici. L’area metropolitana di Catania conta più di 700.000 abitanti, portando la città etnea al quinto posto in Italia (dopo Torino e prima di Palermo) per numero di abitanti. La stragrande maggioranza di queste persone, naturalmente, continua a lavorare a Catania e, non essendoci una rete di servizi pubblici decente, quasi tutti si riversano in massa per le strade della città con la loro automobile.
Il traffico a Catania, quindi, per ragioni strutturali, sarebbe già un bel problema. Ad aggravarlo e a renderlo una tragedia immane e un dramma infinito, però, è il modo in cui è vissuto dai catanesi. Il codice della strada – non è un luogo comune – non è molto rispettato qui nel sud Italia. Basta fare una passeggiatina a Napoli o Palermo per rendersene conto. Catania non fa affatto eccezione. Percorrere le strade asfaltate (o meglio rattoppate) di questa città è una vera e propria impresa, e bisogna essere dotati di una dose di coraggio non indifferente per affrontarla. Le macchine vengono posteggiate in terza o in quarta fila (giuro che non scherzo, qualche giorno fa stavo per tamponare una macchina posteggiata quasi al centro della carreggiata da un tizio che doveva comprare un pacchetto di sigarette) pur di lasciarle esattamente davanti al posto in cui si vuole andare. Il fatto che ci sia un posteggio libero a venti metri di distanza è assolutamente irrilevante: perché fare venti metri a piedi quando è possibile posteggiare in mezzo alla strada? Non si ha alcun senso civico, ognuno è convinto di essere il padrone e signore assoluto della strada e della città. Si sorpassa da destra, si occupano gli incroci senza motivo, si buttano tonnellate di spazzatura dal finestrino, le uniche frecce conosciute sono quelle che usano i pellerossa nei film western, stop è solo l’anagramma di spot e il senso vietato è una cosa priva di senso. Chi prende la patente e impara a guidare a Catania, potrà poi guidare in qualsiasi altra città del mondo. Si tratta di problemi a Catania particolarmente accentuati, ma che a questi livelli, come ho detto sopra, sono comuni a molte città del sud.
C’è qualcosa, però, che esiste solo a Catania. Qualcosa di unico al mondo che rende quella catanese una realtà anomala e degna di essere studiata scientificamente. Trattasi della cosiddetta taliatina. La taliatina è quel particolare tipo di sguardo, impossibile da comprendere appieno se non per esperienza diretta, tipico di molti automobilisti catanesi. Ogni linguaggio è un alfabeto di simboli il cui uso presuppone un passato che gl’interlocutori condividono; come trasmettere agli altri l’incommensurabile taliatina, che la mia timorosa memoria a stento abbraccia?* Tenterò, fallendo, di darvi una pur vaga idea di qualcosa che io stesso fatico a comprendere. La taliatina è un particolare tipo di sguardo, dicevo, caratteristico di molti automobilisti catanesi. Essa viene utilizzata dall’automobilista ogniqualvolta egli si trova nel torto. Più evidente è il torto, più potente sarà la taliatina. È uno sguardo al tempo stesso malefico, crudele, orrendo a vedersi ed animalesco, atavico, ancestrale. Fissare gli occhi di un catanese mentre è in preda alla taliatina (ché è davvero come se fosse colto da un raptus, incapace di controllarsi) significa guardare in faccia il passato del genere umano, la lotta per la sopravvivenza, le guerre spietate dei nostri progenitori in cui si vinceva solo se si era più forti e spietati di tutti gli altri. Significa viaggiare indietro nel tempo, molto indietro, prima ancora dell’hobbesiano “homo homini lupus”, in un’epoca in cui l’homo sapiens non esisteva ancora (e neppure l’homo erectus, l’homo abilis e l’australopithecus afarensis). È un’esperienza incredibile, in grado di traumatizzare e segnare per sempre anche le persone più sagge e razionali. Immaginate la scena: una persona guida tranquillamente la sua macchinina per andare in palestra o a fare la spesa, quando a un certo punto un tizio sbuca fuori a tutta velocità da un posto in seconda fila, senza mettere la freccia e costringendolo a frenare di botto. Non appena la persona prova timidamente a protestare *ZAC* scatta la taliatina, con tutto il suo carico ancestrale e animalesco di odio, possibilmente accompagnata da una forma primitiva di linguaggio sub-umano, come «mbare, ccchi spacchiu fai?”» (trad. «amico, che acciderbola fai?»). Sfido chiunque a non precipitare nella più profonda angoscia, di fronte a tutto ciò.

Ora, io sono convinto che la taliatina sia in qualche modo legata al dato percentuale che ho riportato all’inizio di questo post. All’interno dell’articolo su Salute, c’è scritto che la siesta è «il residuo del sonno diurno dell’uomo primitivo che oggi conservano i neonati e le persone molto anziane, alternando assunzione di cibo e sonno». Sono certo che se si studiassero approfonditamente le caratteristiche genetiche dei catanesi, si otterrebbero dei dati sconvolgenti. I catanesi non sono esseri umani normali, il loro DNA presenta delle anomalie di cui la taliatina e la diffusione del pisolino sono evidenti effetti. Non tutti i catanesi sono così, per fortuna. Catania, nel corso della sua storia, ha subito una quantità non indifferente di dominazioni; forse alcuni catanesi normali sono in realtà discendenti diretti degli arabi, dei normanni o dei primi colonizzatori calcidesi, mentre il DNA modificato è una caratteristica di chi ha tra i suoi progenitori le scimmie che vivevano in questa zona tanto tempo fa e che, in qualche modo, sono riuscite a riprodursi mescolandosi con gli umani. Forse le anomalie genetiche sono presenti in tutti i catanesi, solo che alcuni sono portatori sani e non sviluppano i sintomi e altri no. Non lo so. Quel che è certo è che si tratta di un problema che andrebbe studiato molto approfonditamente, perché potrebbe gettare una nuova luce sulla storia dell’evoluzione del genere umano.
*Ringrazio Jorge e mi scuso con lui.
- L’idiota consapevole
Tra tutte le tipologie umane (che sono all’incirca 921.456.212, secondo le stime dell’Australian Bureau of Statistics), quella dell’idiota consapevole è la più rara; pare che gli idioti consapevoli presenti sul pianeta siano un numero imprecisato tra 0,3 e 2. Com’è fatto un idiota consapevole? Beh, se non fossi un idiota consapevole risponderei dicendo che questa storia dell’idiota consapevole è un’emerita idiozia, che non esiste la tipologia umana dell’idiota consapevole e che se anche esistesse sarebbe comunque molto difficile da definire in poche parole. Il caso vuole, però, che io sia proprio un idiota consapevole, ragion per cui non avrò alcun problema a spiegare all’Universo Mondo cosa cavolo è l’idiota consapevole. Cominciamo dalle basi. Un idiota consapevole è un idiota: pensa idiozie, dice idiozie, scrive idiozie. Sarebbe indistinguibile da un qualsiasi idiota non consapevole, se non fosse per un piccolo particolare: egli è consapevole. Consapevole di tante cose, tra cui di essere un idiota. La consapevolezza, però, non lo rende meno idiota. L’idiota consapevole sa di dire, fare, pensare idiozie, ma non riesce a smettere. È più forte di lui. Così come la sfortuna di Paperino è infinitamente più potente della fortuna di Gastone, l’immane idiozia dell’idiota consapevole surclassa la sua pur sviluppatissima consapevolezza.
Credete che io stia celiando? Pensate che la storia dell’idiota consapevole sia una idiozia (certo che è un’idiozia, idioti!)? Ok, farò qualche esempio pratico. L’idiota consapevole è uno che, dopo 39 giorni che non scrive sul suo blog, decide di aggiornarlo scrivendo un post sull’idiota consapevole. L’idiota consapevole è uno che conta i giorni che sono passati dal suo ultimo post uno per uno sul calendario, e lo fa più volte, onde evitare di commettere errori e di scrivere 40 o 38 anziché 39. L’idiota consapevole sa che nessuno si accorgerebbe di un errore così piccolo, ma è idiota, quindi lo fa lo stesso. Il guaio è che l’idiota consapevole è consapevole, e avrebbe tantissimi post consapevolmente intelligenti da scrivere sul suo blog, ma è soprattutto idiota, e la sua idiozia è una specie di pietra filosofale in grado di trasmutare le cose intelligenti in cose idiote.
L’idiota consapevole è iscritto a una settantina di mailing list e a una ventina di forum, e periodicamente si convince del fatto che, se solo volesse, potrebbe leggere tutti i messaggi di tutte le mailing list e di tutti i forum a cui è iscritto, scrivendoci pure, e che questa cosa lo porterebbe al satori o a qualcosa del genere; comincia quindi a leggere una quantità smisurata di messaggi, perdendo in media cinque ore al giorno, senonché ogni giorno che passa i messaggi da leggere anziché diminuire aumentano, portando l’idiota consapevole alla disperazione. Egli si rende conto che l’idea di leggere tutti i messaggi di tutte le mailing list e di tutti i forum è profondamente idiota, quindi decide di lasciar perdere, facendo accumulare i messaggi senza badarci, ostentando anzi una saggia indifferenza. Punta quindi sulla lettura integrale dei 223 blog e livejournal che ha inserito nel suo RSS Aggregator, ma si rende conto che anche questa è un’idiozia, quindi fa accumulare pure i post dei blog e dei livejournal senza badarci, ostentando di nuovo una saggia indifferenza. Per un po’ la sua saggia indifferenza lo porta ad accumulare tutto l’accumulabile: centinaia di messaggi, email, post, sms, catene di Sant’Antonio, posta ordinaria, bollini Tamoil, polvere etc. etc. Essendo idiota, però, puntualmente ci ricasca, in un terrificante circolo vizioso di cui è consapevole ma da cui non riesce ad uscire, in quanto idiota.
L’idiota consapevole è talmente idiota da farsi prendere da passioni e interessi così idioti da lasciare di stucco il più idiota degli idioti non consapevoli (anche se, a onor del vero, gli idioti non consapevoli restano di stucco per qualsiasi cosa, quindi il loro ma che cavolo sto dicendo? restare di stucco è privo di valore). Ad esempio, l’idiota consapevole è uno che, pur non avendo un computer Apple e non potendo acquistarne uno, si fa prendere dalla passione per i computer Apple e passa ore ed ore leggendo migliaia di articoli, post ed email di fanatici appleisti. L’idiota consapevole arriva persino ad iscriversi all’AMUG (Apple Macintosh User Group) e, prima di rendersi conto della assoluta idiozia di quello che fa, riesce addirittura a provare una perversa forma di appagamento.

L’idiota consapevole non ne può più di essere un idiota consapevole. Si sente una specie di ibrido tra Homo sapiens e il moscerino della frutta, un’entità né carne né pesce (infatti è vegetariano, e non è mai riuscito a capire se lo è diventato perché molto consapevole o perché molto idiota), uno scherzo della natura, un quacquaracquà, un tutto chiacchiere senza distintivo. Ecco perché chiede il vostro aiuto. Ma che idiozia è mai questa? Basta, cazzo! BASTA!

L’idiota consapevole è anche un affermato interprete nonché autore di pregevoli fotoromanzi. Se volete ammirare il suo ultimo capolavoro, cliccate qui.
- Ciuffi d’isotopi in mano, nuclei pulsari, neutroni e quasari
Dendriti, assoni e sinapsi del sottoscritto risentono spesso di quello che avviene nel mondo esterno (ove per mondo esterno intendo anche il mio corpo, che per quanto sia tutt’uno con quella che viene comunemente definita mente, non riesco a non percepire come qualcosa di parzialmente alieno… ma questa è un’altra storia che vede come protagonisti Plotino, Cartesio, neuroscienziati, filosofi della mente, anime, psiche, AI e diagrammi di flusso, e che per ora è meglio mettere da parte). Quello che avviene nel mondo esterno, quello che normalmente viene da tutti deglutito, digerito, assimilato, accettato. In che senso ne risento? Ecco, accade spesso, molto spesso, ultimamente sempre più spesso – ma in verità mi succedeva anche quando avevo nove anni – che io (qualunque cosa voglia dire “io”, ma anche questa è un’altra storia) senta su di me il peso della realtà esterna. Ora, la realtà esterna, si sa, non è un peso piuma, essendo realtà esterna pressoché tutto quello che non è me (che è davvero tanto, a meno che non si decida di abbracciare il solipsismo… è necessario dire che anche questa è un’altra storia?), quindi non è difficile immaginare che, come minimo, mi faccia un po’ male la testa.
Una supernova esplode, peli sul naso di un cercopiteco, sogni di un gatto vissuto 3400 anni fa, giacche di tweed e pantaloni a zampa d’elefante, teorie matematiche e ipotetiche civiltà aliene, colonie di formiche e centinaia di miliardi di galassie, ipertesti e Critica della ragion pura, lo scheletro di Kant e la polvere cosmica, mal di pancia e onde elettromagnetiche, il sesso, fiori, pop art, big bang, spazio-tempo, volontà, il guscio delle noci. E ancora: i denti, la plastica, il passato, il sapore di un’albicocca, l’espansione dell’universo, evoluzione, involuzione, i pensieri di un delfino, la torta Sacher, antimateria, la morte, una femmina di pterodattilo e i suoi cuccioli, la biodiversità, gli orologi da polso digitali, molecole, bollicine, il brodo primordiale, sabbia finissima, fotoni e batteri, rappresentazione, DNA e Arbre Magique, motore a scoppio e vita negli abissi dell’oceano, capelli cotonati, un pipistrello e la canna di un fucile, la tastiera di questo computer, le mie mani, le unghie, lo zucchero a velo, la nascita, i fumetti, gli origami, gli scimpanzè, il cervello di Mozart e quello di un serial killer, il cinema, semiosi illimitata, strutturalismo, teorie, pratica, parole, linguaggio, dighe, inondazione, straripamento, overdose, overflow.


Nei Veda e nei Purana la realtà esterna, così come si presenta alla nostra coscienza (cosa cavolo è la coscienza?) è chiamata Velo di Maya (Schopenhauer ha poi reso famosa questa espressione). Noi non viviamo nella vera realtà, l’universo intero è illusione, apparenza. Siamo avvolti dal Velo di Maya che ci preclude la visione di ciò che è davvero reale. Ma cos’è davvero reale? È possibile squarciare il velo di Maya? In certi momenti, mentre gli altri preparano il caffè, fanno la pennichella, attaccano l’Iraq, elaborano formule matematiche o giocano a freccette; mentre sbadigliano, fanno l’amore, sorridono, uccidono, pregano, nascono, scrivono, sognano; mentre l’acqua del fiume scorre senza la minima increspatura, mi capita di percepire la presenza del Velo. Ogni cosa, ogni singola cosa di questo mondo, tutto quello che ho imparato a dare per scontato, smette di essere normale e diventa strano, pazzesco, incredibile. Tutto. Io sono un alieno. Voi siete degli alieni. Non c’è nulla che non sia alieno. Resto a bocca aperta. E se fosse tutto un gioco (una specie di The Sims su scala cosmica)? E se io fossi una cavia? Perché la gente attorno a me sembra non accorgersi di nulla? Fanno parte del gioco? Sono io la sola vittima? Qual è la verità? E però l’idea del Velo di Maya, per quanto suggestiva, è ancora troppo poco. La realtà è incredibilmente più complessa e strana di quanto una mente umana possa anche solo lontanamente concepire. Che fare, allora? Rinunciare? Morire a 79,12 anni, con ironia? Studiare la materia, le microparticelle o i versi di un poeta e lasciar perdere la vertigine della visione d’insieme? Diventare come Philip K. Dick negli ultimi anni della sua vita, impazzire cercando di capire l’impossibile? O diventare superficiali e/o cinici e rispondere a chi si pone questi problemi (quanti? ci stiamo estinguendo) dicendo che sono solo pippe mentali? (Che avete contro le pippe? Bigotti!)
Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta, diceva il buon vecchio Socrate. E Jostein Gaarder, un paio di millenni (e rotti) dopo:
Da Il mondo di Sofia:
«Immagina di passeggiare in un bosco. All’improvviso, sul sentiero davanti a te, vedi una navicella spaziale. Ne sta uscendo un minuscolo marziano che comincia a fissarti… Che cosa penseresti in una situazione del genere? Non importa, fa lo stesso. Piuttosto, non ti è mai capitato di pensare a te stessa come a un marziano?
È assai improbabile che tu ti imbatta in una creatura di un altro pianeta. In effetti, non sappiamo neanche se ci sia vita su altri pianeti. Invece è possibile che tu ti imbatta in te stessa. Un giorno ti fermi di colpo e pensi a te stessa in modo completamente nuovo. Magari può succedere proprio mentre stai facendo una passeggiata nel bosco. Sono una strana creatura, pensi, sono un animale misterioso… È come se ti svegliassi da un sonno lunghissimo che dura da anni, proprio come è successo alla Bella Addormentata nel Bosco. Chi sono io? ti chiedi. Sai che stai vagando su un pianeta dell’universo. Ma cos’è l’universo? Se ti capita di pensare a te stessa in questo modo, hai scoperto qualcosa di misterioso al pari del marziano di cui ti parlavo poc’anzi. Non hai incontrato una creatura che viene dallo spazio, ma hai guardato dentro di te e ti sei vista come una strana creatura.
[...]
Voglio fare una precisazione: anche se le domande filosofiche riguardano tutti gli esseri umani, non tutti diventano filosofi. Per motivi diversi, la maggior parte delle persone è così presa dalle cose di tutti i giorni che il pensare all’esistenza occupa l’ultimissimo posto.
Per i bambini, il mondo, con tutto ciò che offre, è qualcosa di nuovo, di stupefacente. Non è così per tutti gli adulti, la maggior parte dei quali percepisce il mondo come un fatto ordinario. I filosofi rappresentano una nobile eccezione. Un filosofo non è mai riuscito ad abituarsi del tutto al mondo che, per lui, continua ad essere assurdo, sì, enigmatico e misterioso. I filosofi e i bambini hanno in comune questa importante capacità. Potremmo ben dire che un filosofo conserva la pelle delicata di un bambino per tutta la vita. Adesso devi scegliere, cara Sofia, sei un bambino che non è ancora riuscito ad “abituarsi al mondo”? O sei un filosofo che giura di non abituarsi
mai? Se scuoti la testa e non ti senti né bambino né filosofo è perché il mondo ti è diventato così familiare che non ti stupisce più.»Cosa si prova ad essere un pipistrello? Si prova qualcosa ad essere un neurone? Si prova qualcosa ad essere qualche miliardo di neuroni dentro una scatola cranica? Due anni fa, più o meno, mentre tornavo a casa dopo aver comprato il pane, mi sono imbattutto in un cane randagio. Nella mia vita avrò incontrato decine di cani randagi. Quella volta, però, mi sono comportato in modo strano (ovvero in un modo che, nella nostra società, è solitamente etichettato come strano). Il cane ha cominciato a fissarmi, e io per tutta risposta mi sono fermato e ho fatto lo stesso. L’ho fissato. Mi sono perso negli occhi di un cane per un tempo indefinibile. Una scenetta invero piuttosto ridicola, ne convengo. Il fatto è che io cercavo di capire, fissandolo, cosa cavolo gli passasse per la testa (sì, volevo stabilire un contatto telepatico con un cane… e allora?). Probabilmente pensava qualcosa come “fame – cibo – gnam”, ma questo non lo saprò mai. Eravamo uno di fronte all’altro, ma le nostre menti erano distanti anni luce. Quel cane era come un extraterrestre, un’entità strana, incomprensibile. Che cosa prova quel singolo cane, ora (supponendo che sia ancora vivo)? Che cosa sente, percepisce, pensa in questo momento, mentre io sono comodamente seduto davanti al computer? Due anni fa, all’incirca nello stesso periodo, ho provato a guardare negli occhi anche una zanzara (sì, a Catania non è poi così strano che a dicembre ci siano le zanzare). Come si fa a guardare negli occhi una zanzara? Cos’è la vita per una zanzara? Zanzare, mosche, formiche, vermi, topi… dove vivono? In quale mondo? E quando muoiono che fine fanno? Si reincarnano in qualcos’altro? È tutta una questione di karma? Delfini, alberi, virus, microbi, uomini, dinosauri, oggetti inerti, oggetti vivi. Quale sarà la nostra prossima reincarnazione? Nessuna? L’assoluto e inconcepibile nulla? Qualcosa non quadra. In certi momenti provo a convincermi che esistono amore e libertà, che siamo circondati dal bene e che il nostro mondo è un paradiso multiforme e policromatico che ci è stato regalato da qualche divinità benevola per renderci felici. Ma non è così. Il guaio è che non è neppure un inferno mostruoso generato dal caso, una prigione nera da cui è impossibile evadere. No, non è ying e non è yang, non è nero e non è bianco. Qual è la verità? È forse una mescolanza di tutte e due? È il Tao? Non lo so. Non basta usare la fuzzy logic o trovare lo Zen per capirci qualcosa. Ripeto: la realtà è incredibilmente più complessa e strana di quanto una mente umana possa anche solo lontanamente concepire. È più strana del Tao, di Buddha e di Allah. Più strana delle formule della fisica, delle teorie filosofiche (ci sono più cose in cielo e in terra…) e del Dio dei cristiani. Ma è forse questo un buon motivo per voltare le spalle alla ricerca e guardare le sorelle Lecciso* in tv? (Sì, forse sì.)

*Cosa si prova ad essere una Lecciso?




Sim Dawdler |