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- Aprire un weblog
Un mio amico mi ha consigliato di aprire un weblog, ovvero una sorta di diario online. Un weblog è come un sito, solo che non è fatto con FrontPage o Mozilla Composer. In pratica potete scrivere quel che vi pare utilizzando un programma che assomiglia a Eudora; i vostri articoli non raggiungeranno le caselle di posta elettronica degli amici e non compariranno all’interno del vostro newsgroup preferito, ma saranno pubblicati in ordine cronologico discendente sul vostro weblog (la cosa straordinaria è che chiunque potrà collegarsi e commentare quel che scrivete). Orbene, sono scisso: da una parte l’idea di aprire un weblog mi entusiasma e vorrei seguire il consiglio del mio amico, dall’altra ho paura che il tutto possa rivelarsi un’inutile perdita di tempo. Ho un articolo in testa da più di un anno e mi piacerebbe pubblicarlo sul mio weblog, ma è pur vero che non ho tempo per far nulla e aprire un weblog proprio adesso potrebbe essere una cattiva idea. Voi che ne pensate?
- I miei 101 amici
Io ho 101 amici, vi rendete conto? Ho 101 amici e il cuore ricolmo di orgoglio e gratitudine. È bello avere tanti amici, ma ancor più bello averne proprio 101. 101 è un numero magico e palindromo. Ok, pure 202 e 303 sono palindromi, ma non hanno nulla della magia del 101. 101 è magico perché negli anni ’80 c’era una bibita fichissima che si chiamava così (in realtà si chiamava One-O-One, ma è uguale), con quel gusto un po’ speciale che sembrava quello della Coca-Cola ma era tutta un’altra cosa; 101 è magico perché è la somma di cinque numeri primi consecutivi (13 + 17 + 19 + 23 + 29) e perché la statua della libertà è alta 101 piedi dalla base alla torcia; 101 è magico perché i gatti saran pure 44 in fila per 6 col resto di 2, ma i cani della carica sono 101 e non si discute; 101 è magico perché è fatto coi numeri del codice binario e perché è il nome di un’emittente radiofonica che trasmette le canzoni che amiamo degli anni ’80, ’90 e di oggi (e scusate se è poco). Insomma, 101 è magico e ora io ho 101 amici e questa è una cosa stupenda. Sono proprio tanto felice, e in preda all’euforia ho deciso di fare due conti su questi miei 101 amici.

Ordunque, cominciamo col dire che nove dei miei centouno amici (l’8.9%) sono dei perfetti sconosciuti, nel senso che non ho proprio la più pallida idea di chi siano: due ragazze sono diventate mie amiche per via dello stesso cognome (una vive addirittura in Argentina, che bello), un altro paio perché siamo nati lo stesso giorno, mese e anno (eh, il destino), due tizi di New York per motivi oscuri che non ricordo, un ragazzo turco perché condividiamo il film preferito (Fuori orario) e un altro newyorkese perché ha la linea simiana come me. E siamo a otto. Il modo in cui sono diventato amico della nona sconosciuta è il più bello di tutti e merita d’esser sottolineato. Un paio di settimane fa ho ricevuto una richiesta d’amicizia da parte di una simpatica signora di sessantatre anni; incuriosito, le ho scritto questo:
Ci conosciamo?
E lei ha risposto così:
Professeur de mathématiques retraitée de Belgique, je vis maintenant à Agde (Hérault,France), et continue mes bénévolats commencés en Belgique ; déléguée de l’ADMD ( Association pour le Droit de Mourir dans la Dignité), je suis aussi libre penseur, administrateur des Crématistes, et vais souvent à Paris, pour suivre des formations organisées par le CISS (collectif interassociatif sur la santé), car je suis représentante des usagers dans les hôpitaux. J’ai beaucoup d’affinités avec l’Italie, puisque j’ai une petie maison dans le centre historique d’Apricale ( Liguria)….Bises. Micheline
Potevo ignorare la sua richiesta d’amicizia? Ovviamente no. Altri sei dei miei centouno amici (il 5.9%) non sono umani, nel senso che non hanno un cervello e sono sprovvisti di autocoscienza (no, non sono amico di Borghezio): uno ad esempio è un pupazzo rosa peloso, un altro è un sito studentesco, un altro ancora è un CCC (Centro Culture Contemporanee). Suppongo invece che altri otto amici (il 7.9%) siano umani, ma non posso esserne certo perché non li ho mai conosciuti di persona né ci ho mai parlato al telefono, ma solo attraverso internet (alcuni li frequento da anni attraverso chat e blog, e in tutto questo tempo ho avuto modo di entrare in contatto con le loro manie, idiosincrasie e tribolazioni sentimentali, ma non ho mai visto in faccia nessuno di loro). Dodici (l’11.8%) li ho incontrati una sola volta in tutta la mia vita; in alcuni casi si è trattato di incontri lunghi e significativi, in altri di apparizioni fugaci ma intense, in altri ancora il tutto si è risolto in un “Ciao, come ti chiami? Posso aggiungerti su Facebook?”. Quattro (il 3.9%) erano miei compagnetti alle scuole elementari e non li vedo da circa vent’anni, mentre altri otto (il 7.9%) erano miei amichetti ai tempi del liceo e il nostro ultimo incontro risale a poco tempo fa (da un minimo di due a un massimo di undici anni, praticamente nulla su scala cosmica); i compagni delle medie invece sono zero (lo 0.0%), perché tutti morti, in carcere, rapiti dagli alieni o risucchiati da un buco nero. Ben ventiquattro (il 23.7%) li ho conosciuti all’università e proprio con ventiquattro non mi vedo da almeno un anno (ma non sono necessariamente le stesse persone). Due (l’1.9%) sono miei parenti (il che invero è piuttosto singolare, considerato il fatto che ho nove zii e ventiquattro cugini di primo grado). Con cinque (il 4.9%) mi sono scambiato dolci baci e languide carezze, ma se volete sapere chi sono state freschi (ok, cliccando qui potrete scoprire l’identità di una di loro). Oh, uno (lo 0.9%) è un teologo benedettino, autore del De Corpore et Sanguine Domini. Potrei finire elencando i debosciati con cui mi frequento con maggiore assiduità, ma quelli non ho voglia di contarli (eccone uno, giusto a titolo esemplificativo). Bene, direi che è tutto. Prima di salutarvi, però, ci tengo a ribadire che ho 101 amici e il cuore ricolmo di orgoglio e gratitudine. Di seguito riporto la frase che ho scritto a caratteri cubitali sulla mia Smemo rosa. Arrivederci e grazie per la cortese attenzione.

- Breakfast of Mockeries
State a sentire: recentemente sono stato a Londra e avrei un sacco di cose da dire su questa città e su quello che mi è capitato mentre ero lì. Ne parlerò approfonditamente in un romanzo che sarà pubblicato tra qualche anno, il cui titolo provvisorio è Gravity’s Rainbow 2.0. Poco prima di partire per Londra ho letto due romanzi di Kurt Vonnegut, La colazione dei campioni e Ghiaccio-nove; di Ghiaccio-nove parlerò prossimamente in un post il cui titolo provvisorio è Le foma di Bokonon salveranno il mondo, mentre in questo post vorrei dilungarmi su La colazione dei campioni. Vorrei, ma un singolo post non riuscirebbe a contenere tutte le cose che ho da dire, così ho deciso che parlerò approfonditamente de La colazione dei campioni in un romanzo che sarà pubblicato tra qualche anno, il cui titolo provvisorio è Gravity’s Rainbow 2.0. In questo post mi limiterò a far finta di parlare di Londra e de La colazione dei campioni, e cercherò di farlo nel modo più vonnegutiano possibile, per rendere omaggio al compianto Kurt. Ecco perché il post comincia con “state a sentire” ed è pieno di disegnini, “ecc.” e frasi strane. Se ci pensate è una cosa piuttosto
cretinaoriginale: correggetemi se sbaglio, ma mi pare che nella storia dell’umanità nessuno prima di me abbia avuto l’idea di scrivere un post in stile vonnegutiano in cui finge di parlare di Londra e de La colazione dei campioni. Solitamente le idee originali (anche quelle cretine) sono rappresentate graficamente dal disegno di una lampadina accesa. Una lampadina è un piccolo oggetto che serve a illuminare artificialmente un posto buio. Esistono lampadine a incandescenza, a fluorescenza, a raggi UVA, ecc. Una lampadina a incandescenza è fatta più o meno così:
Su Wikipedia c’è scritto che La colazione dei campioni è un romanzo di fantascienza, ma non è vero. Io ho letto un sacco di romanzi di fantascienza e vi posso assicurare che quello di Vonnegut è tutto fuorché un romanzo di fantascienza. Ci sono dentro un sacco di idee fantascientifiche, è vero, ma nessuna di queste è sviluppata in modo fantascientifico. Ad esempio, uno dei protagonisti è un tizio – tale Dwayne Hoover – che dopo aver letto un romanzo di fantascienza di Kilgore Trout (Kilgore Trout è una specie di alter-ego di Vonnegut, uno scrittore di fantascienza sfigato che compare in diversi suoi romanzi) si convince del fatto che tutti gli esseri umani eccetto lui sono macchine prive di coscienza e di libero arbitrio; questa se ci pensate è un’ottima idea fantascientifica (oltre che filosofica), e leggendo la quarta di copertina pare che l’intero romanzo ruoti intorno a questa idea. Per inciso, gli esseri umani sono davvero macchine. Forse essi sono dotati di coscienza e libero arbitrio, forse no, ma di sicuro sono macchine. Macchine dalla forma stranissima e piene di protuberanze e buchi da cui escono ed entrano cose in continuazione. Le macchine umane sono dotate inoltre di una sostanza molliccia e grigiastra posta all’interno della loro testa in un contenitore chiamato “scatola cranica”. La sostanza molliccia si chiama “cervello” e serve a regolare i movimenti e le azioni delle protuberanze e dei buchi. Tantissime macchine umane sono pazze e fanno cose brutte (tipo guerre, stragi, torture e televendite) perché il loro cervello è pieno di sostanze chimiche cattive. Un cervello umano medio pesa all’incirca un chilo e trecento grammi ed è fatto più o meno così:

Londra è la città ideale per chi vuole convincersi della fondatezza di questa idea, perché pullula di esseri umani di tutte le forme, dimensioni, religioni, colori, sessi, età, ecc. Sembra una gigantesca vetrina di umani che camminano, corrono, parlano e cose del genere. Gli abitanti di Londra si dividono fondamentalmente in due categorie: la prima categoria comprende coloro che parlano un inglese perfetto, ancor più perfetto di quello della regina Elisabetta II e del mitico Francis Matthews dei corsi d’inglese della BBC; nella seconda categoria invece rientrano quelli che parlano una lingua incomprensibile, che solo vagamente ricorda l’inglese. Quelli della prima categoria pensano di dire “Hi! How are you?” e dicono proprio “Hi! How are you?”: la sostanza molliccia dentro la loro scatola cranica è ben tarata. Quelli della seconda categoria, invece, pensano di dire “Hi! How are you?” e dicono “auiu?”: la sostanza molliccia dentro la loro scatola cranica è tarata male. Della prima categoria fanno parte i membri delle comunità pakistane, cingalesi, indiane, senegalesi, ecc.: Londra è una megalopoli multietnica e ci vivono persone provenienti dai quattro angoli del globo (incidentalmente, questo è solo un modo di dire: il globo è di forma sferica e non ha quattro angoli). Della seconda categoria fanno parte i londinesi cockney. Londra è davvero grande, sapete? È grande quasi quanto la provincia di Ragusa (ho appena controllato), solo che nella provincia di Ragusa vivono 308.103 persone, mentre Londra ha 7.512.400 abitanti, che di certo staranno un po’ più stretti dei ragusani. Londra si trova in Gran Bretagna. La Gran Bretagna è un’isola separata dal resto del mondo da un pezzettino di mare. Il mare è una grande massa d’acqua salata, e l’acqua è una sostanza liquida composta da due atomi di idrogeno e uno di ossigeno. Il mare è fatto più o meno così:

Nel suo La colazione dei campioni Vonnegut parla di un sacco di cose. Non è un romanzo di fantascienza, dicevo, ma è pieno di formidabili idee fantascientifiche (con interessanti implicazioni filosofiche). Vonnegut le inserisce sotto forma di riassuntini di romanzi e racconti di Kilgore Trout, lo scrittore di fantascienza sfigato suo alter-ego. Ecco un esempio:
Kilgore Trout una volta aveva scritto un racconto che era costituito da un dialogo tra due cellule di lievito. Le due discutevano dei possibili scopi della vita intanto che mangiavano zucchero e soffocavano nei propri escrementi. A causa della loro limitata intelligenza non sospettavano neppure che stavano fabbricando champagne.
Londra è stata invasa dagli italiani. Ci sono ristoranti, caffetterie e negozi italiani dappertutto, e la National Gallery è piena di quadri di artisti italiani. Ovunque è possibile mangiare un piatto di ottime “lasagne with salad or chips”, “penne all arabiata” o “fettucine carbonara” e bere un delizioso Espresso Double Shot che sa di Coca-Cola. La Coca-Cola è una bibita famosa in tutto il mondo, fatta col caramello e resa effervescente mediante l’aggiunta di anidride carbonica sotto pressione. Su Wikipedia c’è scritto che la Coca-Cola fu inventata dal farmacista statunitense John Stith Pemberton l’8 maggio 1886 ad Atlanta, inizialmente come rimedio per il mal di testa. Tornando al discorso di prima, le strade di Londra sono piene di gente che parla la nostra lingua. Questo lo so perché la sostanza molliccia che si trova dentro la mia scatola cranica è stata tarata per decodificare con facilità le onde sonore provenienti dagli orifizi orali degli italiani. Gli italiani sono gli abitanti dell’Italia, e l’Italia è una penisola la cui forma ricorda vagamente quella di uno stivale da donna. Uno stivale è una calzatura di cuoio o di gomma che arriva sino al ginocchio o alla coscia, ed è fatto più o meno così:

Uno dei simboli di Londra è il Big Ben, la torre dell’orologio del palazzo di Westminster. Quand’ero piccolo ero convinto – come tanti altri piccoli umani – che il Big Ben si chiamasse Big Bang. Il Big Bang in realtà è una specie di grande esplosione che ha dato origine all’intero universo. Prima non c’era niente, ma proprio niente di niente, e poi di colpo – boom! – una quindicina di miliardi di anni fa c’è stato questo grande botto che ha dato origine a spazio-tempo, stelle, galassie, pianeti, vita, dinosauri, zanzare, fiori, biodiversità, uomini, donne, romanzi di Vonnegut, scatole craniche, cervelli, Berlusconi, mafia, ecc.: tutto quanto, ma proprio tutto tutto. Il giorno in cui ho lasciato Londra e sono tornato in Italia un gruppo di scienziati del CERN di Ginevra ha dato il via ad un esperimento con l’LHC, il più grande acceleratore di particelle del mondo. Un acceleratore di particelle è un aggeggio che fa accelerare le particelle. Sui giornali c’era scritto che lo scopo dell’esperimento era quello di ricreare le condizioni dell’universo subito dopo il Big Bang (in realtà non era proprio questo, ma molti giornalisti sono scrittori di fantascienza mancati e hanno una fervida fantasia) e scoprire se esiste il fantomatico bosone di Higgs. Wikipedia dice che il bosone di Higgs è una ipotetica particella elementare, massiva, scalare, prevista dal modello standard della fisica delle particelle. E io mi fido. Secondo alcuni scienziati pazzi (anche loro scrittori di fantascienza mancati), l’esperimento del CERN avrebbe prodotto, come effetto collaterale, la nascita di un piccolo buco nero che avrebbe risucchiato la Terra nel giro di quattro anni. Proprio nelle ore in cui gli scienziati del CERN stavano dando il via all’esperimento io mi trovavo sull’aereo Londra-Milano, esattamente sopra Ginevra. Una parte di me sapeva che non c’era alcun rischio concreto, ma un’altra temeva e al contempo sperava che gli scienziati pazzi avessero ragione. Sarò sincero, ero eccitato all’idea di essere risucchiato da un buco nero e curiosissimo di scoprire cosa si prova ad essere smaterializzati e a rimaterializzarsi in un universo parallelo. Sì, perché i buchi neri in realtà sono dei varchi che danno accesso a tunnel spazio-temporali attraverso i quali si possono raggiungere altri universi. Un buco nero è fatto più o meno così:

La colazione dei campioni, dicevo, non è un romanzo di fantascienza. Secondo alcuni è un romanzo postmoderno. “Postmoderno” è una parola che non significa niente, ma suona bene ed è utilizzata spesso per definire le cose che non si capiscono. In realtà il romanzo di Vonnegut non è postmoderno. Non sono neppure sicuro che sia un romanzo. A me sembra più una gigantesca e magnifica presa per il culo. Londra pure – a ben vedere – è una gigantesca e magnifica presa per il culo a forma di città. Ad essere sincero credo che tutto quanto in questo mondo sia una gigantesca e magnifica presa per il culo; anche questo post, nel suo piccolo, lo è. La colazione dei campioni è pieno di disegni realizzati dallo stesso Vonnegut. Tra gli altri, guarda caso, c’è proprio quello di un buco di culo. Vonnegut lo disegna più o meno così:

N.B. Tutti i disegni di questo post sono stati realizzati dal sottoscritto utilizzando unicamente mouse e Photoshop. Di ciò vado oltremodo orgoglioso.
- Orgoglio e castigo
Ho letto Delitto e castigo nel luglio del 2001, perduto tra gli scaffali di una piccola biblioteca di quartiere. Quell’anno facevo l’obiettore di coscienza e fuori c’erano 40 gradi, l’erba secca, il sole a picco e un po’ di cervelli umani fritti alla fermata del’autobus; dentro invece c’erano ombra, silenzio, frescura, solitudine e lo struggimento di un giovane pazzo che faceva suoi i tormenti di Raskol’nìkov. La mia lettura di Orgoglio e pregiudizio risale invece a molto tempo prima (non ricordo con esattezza, ma credo fosse il 1996 o giù di lì). Nel corso di questi lunghi anni la trama del libro è quasi del tutto svaporata dalla mia mente, ma ho ancora contezza della profonda antipatia nutrita nei confronti della signora Bennet e di quasi tutti i personaggi, eccezion fatta forse per Jane; ricordo poi che Ragione e sentimento – letto pochi giorni prima – m’era piaciuto molto di più. Ora, sono certo che molti tra i miei affezionatissimi lettori
(a proposito, chi diavolo siete?)si staranno chiedendo quale oscuro legame intercorra tra il romanzo dello scrittore russo e quello della scrittrice inglese. La risposta è semplice: nessuno. Il fatto è che, poco più di 24 ore fa, partecipando ad un consesso di filosofi nietzscheani, ho proferito distrattamente le seguenti parole: «secondo me il miglior romanzo di Dostoevskij è senza dubbio Orgoglio e pregiudizio». Banale lapsus di cui mi sono subito accorto, correggendomi pochi istanti dopo. E però l’idea che gli altri convitati possano aver pensato – seppur per un fugace istante – che io fossi portatore di una sì abissale ignoranza, provoca in me un profondo dolore non solo spirituale ma anche fisico (vi basti sapere che in questo momento il mio povero corpo è scosso da brividi di freddo e convulsioni febbrili che rendono difficoltosa la stesura di questo post). Mi chiedo dunque, e chiedo a voi cari lettori(ma chi cavolo siete?), perché reagisco in modo così esagerato ad un evento tanto insignificante? Cosa c’è di sbagliato in me? Sono forse eccessivamente severo con me stesso e terribilmente insicuro riguardo la percezione che gli altri hanno di me, oppure in realtà sono tanto orgoglioso da ritenermi la sola persona al mondo in grado di distinguere semplici errori di distrazione da vere manifestazioni di ignoranza? È così? Temo inconsciamente che gli altri esseri umani non abbiano la mia stessa capacità di discernere il grano dal loglio, e il mio Über-Ich mi punisce infliggendomi il castigo di interminabili tribolazioni e sofferenze? A voi, miei piccoli lettori(ma chi stradiavolo siete?), l’ardua sentenza.
- Being Rosy Bindi
In un commento al mio ultimo post, il buon vecchio Yanez afferma (in riferimento alle persone che cambiano genere sessuale):
[...] se il sesso non fosse un dato fisico, chi non si sente certo del proprio non tenterebbe (di solito alquanto goffamente) di modificare il proprio aspetto, si limiterebbe a dire “io sono feschio” o “io sono màmmina” (crasi pericolosa) come noi diciamo “io sono conservatore” o “io sono interista”. I segni esteriori verrano poi, se verranno, ma non sono essenziali. Ma uno che deve tagliuzzarsi e imbottirsi per sembrare ciò che, evidentemente, non è, a me pare una cosa diversa. Un uomo che crede di essere uno scoiattolo è pazzo. Un uomo che crede di essere una donna (o qualche animale intermedio inesistente in natura), se non è pazzo ci somiglia.
Non chiedetemi come si sia arrivati a parlare di questo argomento partendo da una normalissima riflessione postelettorale sulle unghie; se siete interessati, leggete tutti i commenti e la vostra curiosità sarà soddisfatta. Ora, non potevo non reagire ai titillamenti di Yanez, ma essendo
mostruosamente pigropieno di impegni ho deciso di farlo riciclando una cosa scritta molto tempo fa in un altro luogo. Buona lettura.Immagina se un mattino, al risveglio da sogni inquieti, ti trovassi trasformato in Rosy Bindi. Riemergi alla coscienza dal limbo dei sogni, ti stropicci gli occhi e ti stiracchi per bene. Vai in bagno a fare pipì, di fronte al water fai il gesto automatico di tirar fuori il pisellino e ti rendi conto di non averlo più. Niente, nisba, nada, zero, zut. Inutile frugare tra le mutande. Sei inesorabilmente, inequivocabilmente, maledettamente senza pisello. No, non stai ancora sognando, non è uno strafottutissimo incubo. È tutto vero. Vai a sciacquarti la faccia con l’acqua gelida e di fronte allo specchio vedi LEI. Rosy Bindi. Ro-Sy Bin-Di. Rosy Bindi dall’altra parte dello specchio che ti guarda col viso paonazzo e un’espressione sconvolta e disgustata. Lei sei tu. Tu sei LEI. Ti spogli completamente e cominci a tastarti ovunque, con la segreta speranza che almeno un centimetro quadrato del tuo corpo possa essere sfuggito all’orribile metamorfosi. Niente da fare. Il tuo corpo adesso è quello di Rosy Bindi. Al posto dei tuoi splendidi pettorali scolpiti nel granito hai dei grossi seni flaccidi, e il culo a mandolino è scomparso per lasciar posto a un sedere cascante grande quanto un tavolo da ping-pong. Niente barbetta finto-incolta, capelli da mohicano e occhio ceruleo da playboy. Solo due guanciotte glabre da chipmunk depilato e un po’ di capelli grigi da impiegato del catasto. Sei imprigionato nel corpo di Rosy Bindi. Tu, proprio tu. Senza pisello, con due tettone e la faccia di Rosy Bindi. Come ti sentiresti? Quanto sarebbe intenso il desiderio di poter riavere il tuo corpo? Cosa saresti disposto a fare pur di poter riallineare il tuo aspetto esteriore alla tua mente, alla tua essenza più profonda, alla tua vera natura?

Ecco, ora immagina di trovarti in questa situazione da sempre. Immagina di avere cinque anni e di sentire, percepire, sapere intimamente che tu sei una bambina. E però hai un corpo da maschietto porcamiseria, hai il pisellino e tutti ti chiamano Ugo. I tuoi compagnetti giocano a Ken il guerriero e tu sei costretto a giocare con loro, quando invece vorresti con tutta te stessa (quando pensi fra te e te usi il femminile, ti viene naturale) avere la tua Barbie da mostrare alle amichette. Tutte le sere quando vai a letto stringi gli occhi ed esprimi lo stesso desiderio: non avere più il pisellino, risvegliarti bambina, poter essere finalmente te stessa. Poi cresci, arriva la pubertà e le cose peggiorano. Giorno dopo giorno il tuo corpo cambia, si trasforma. Ma non nel modo sperato. La voce s’ingrossa, ti spuntano peli dappertutto e il pisellino non scompare per nulla. A scuola studi biologia e ti rendi conto che non c’è niente da fare. È tutto scritto nei tuoi cromosomi XY: sei un maschio e un maschio resterai per sempre. Scopri che essere maschio o femmina dipende dal DNA, ma sai anche che uomo e donna sono dati culturali, non genetici. E però anche di questo non ti frega nulla. Tu sai che sei sempre stata una femmina. Sempre. E non te ne frega un accidente dei tuoi cromosomi. Potresti avere il DNA di un triceratopo o di un marziano e non cambierebbe niente. Non cambierebbero i tuoi desideri, le tue sensazioni, le tue emozioni, i tuoi pensieri. Tu sei una donna e niente e nessuno potrà mai farti cambiare idea. Non ci riesce la mamma, non ce la fa il parroco del paese e pure lo strizzacervelli fallisce miseramente. Sei disposta a superare anche gli ostacoli più insormontabili e le sofferenze più atroci pur di poter mettere le cose a posto, pur di poter allineare il tuo corpo al tuo Io, alla tua vera identità, alla tua natura più intima e autentica. Tu odi profondamente quel corpo, quell’estraneo che ti guarda tutte le volte che passi davanti a uno specchio o a una vetrina. Non lo riconosci, non sei tu. Sei disposta ad affrontare l’incomprensione della tua famiglia, l’ostracismo e il disprezzo della società, l’idiozia imperante che ti circonda pur di poter distruggere la corazza maschile che ti imprigiona. E ti sottoporrai a sedute estenuanti di elettrocoagulazione, prenderai pasticche di ormoni e infine arriverai all’operazione di riassegnazione chirurgica di sesso. E a 20, 40 o magari a 60 anni (dopo una vita passata nascondendoti e negando persino a te stessa la tua vera identità), finalmente guardandoti allo specchio ti riconoscerai. Finalmente potrai cominciare a vivere. E ti verrà da ridere (o da piangere), quando qualcuno ti dirà che sei pazzo, che hai fatto qualcosa “contro natura” o che prendendo ormoni ti sei divertito a giocare al piccolo alchimista e hai voluto disfare quel che Dio, la Natura, il Logos o il Flyng Spaghetti Monster aveva stabilito e deciso per te.
Sim Dawdler |