adidas nmd runner pk adidas is dropping two nmd runner pk releases this weekend adidas nmd runner european release dates adidas originals nmd august 18th releases adidas nmd runner triple white adidas nmd runners releasing at pac sun nice kicks adidas nmd die tye adidas nmd runner suede adidas nmd pk runner in yellow releasing in february adidas nmd runner pk yellow camo release date packer shoes adidas nmd adidas nmd runner primeknit red camo adidas nmd runner adidas nmd runner pk adidas nmd runner white adidas nmd white red blue release date adidas nmd white red blue another look adidas nmd white more imagery adidas nmd r2 white mountaineering preview adidas nmd runner pk yellow camo

Categoria: Personale [taiji]

Il tuo müesli

Il tuo müesli non ti tradisce mai. È lì, ti aspetta dentro la credenza lilla della cucina. Ti vuole bene, ti ama, esiste per renderti felice. La mattina versi il latte freddo nella tazza, prendi il grosso cucchiaio made in Taiwan e cominci a mangiare i croccantissimi agglomerati di cereali con cioccolato fondente e nocciole. Sono ricchi di vitamine, fibre e sali minerali, ti danno tanta energia e voglia di fare. Li mangi come se non ci fosse un domani, come se la tua intera esistenza fosse racchiusa in quel sublime atto di masticazione e deglutizione, deglutizione e masticazione. Un loop infinito di piacere. Chomp chomp chomp, rapimento estatico, chomp chomp chomp.

muesli

Alcuni cereali si incastrano tra i denti, altri finiscono in fondo alla tazza. Cerchi di prenderli col cucchiaio, non ci riesci. Chomp chomp chomp, nella tua mente scorrono canzoni di Ivan Graziani e Aphex Twin. Fissi la poltiglia di latte e cereali e pensi all’ultima puntata di BoJack Horseman, alle radici osservate da Roquentin, a quella formica che hai schiacciato inavvertitamente. I cereali si gonfiano, si spaccano, si disgregano e poi tornano insieme. Assumono forme strane, ti guardano, ti deridono. Li colpisci col cucchiaio, cerchi di annegarli ma sono immortali. Prendi la tazza con entrambe le mani e la spacchi contro il muro con tutta la forza che hai. La tazza esplode come una supernova e i frammenti finiscono ovunque: sulla tovaglia ricamata, tra le dita dei piedi e soprattutto lì, in cielo. Liberi e felici frammenti di tazza fluttuanti nel blu. Il tuo müesli ribolle e poi evapora. Vai a fare una doccia calda.

Margarita 1:1:1

[33% tequila] Martin Mystère, Sherlock Holmes, il capitano Nemo, Phileas Fogg. Intelligenza, scaltrezza, cultura, arguzia, senso dell’umorismo. Viaggi in giro per il mondo alla scoperta di antichissimi resti di ominidi, ricerche genetiche sensazionali, riflessioni filosofiche rivoluzionarie, rinvenimenti incredibili, barba incolta, capelli brizzolati, giacca di tweed, convegni alla Columbia University, avventure, libri, mappe, donne, una borraccia piena di vino caldo. Peli, barba, ossa sporgenti, pomo d’adamo, testosterone, aggressività. Sfida.

Tequila

[33% Triple Sec] Charlie’s Angels, Diana Lombard, Lamù, Yu. Profondità, bellezza, meraviglia, disegni sulla schiena con le dita. MacBook bianco, gelato alla panna, pubblicità colorata dell’Ikea, marshmallow, il vestito rosso sulla pelle nuda. Brividi anche se fa caldo, forme smussate, libertà di fare quello che si vuole, mancanza di obiettivi specifici, matite colorate, maglioni sformati, rotolarsi sul prato, Amélie che fa le linguacce allo specchio, una tazza di tè al cardamomo. Erotismo, piacere, sinuosità, serenità, comprensione, pace. Raccoglimento.

Triple Sec

[33% lime] L’immarcescibile speranza di capirci qualcosa. Stupidi cliché e strani simboli intrecciati, pulsioni e astrazioni mescolate. La consapevolezza che tequila e Triple Sec non esistono. Il visconte dimezzato in realtà è un cavaliere inesistente. Non ci sono Yin e Yang per te in questa prateria, bambina. Non giocare a indiani e cowboy, lascia perdere la battaglia di Little Bighorn fra Es e Super-Io. Tanto sai già come finirà la guerra. O no? Corri, è l’unica cosa che puoi fare.

Lime

[Preparazione] Mettere tutto in uno shaker con ghiaccio, scuotere energicamente, versare nel bicchiere. Fissare per un tempo indeterminato. Immaginare il sapore. Non bere.

Semiosi illimitata

Nulla esiste per essere solo quello che è. Le rughe sul volto di quella sconosciuta hanno lo stesso sapore della carta screpolata dei vecchi giornalini, sono gli anni ’70 e i film con Elliott Gould. I tuoi occhi mi fanno pensare alle querce, alla costellazione di Orione, ai biscotti con la marmellata di more. I segnali stradali diventano cerchi colorati sulle confezioni dei cereali. Sento i granelli di zucchero sotto la lingua e penso a quel giorno di giugno sull’Etna, la bocca rossa di gelsi e il muretto in pietra lavica sotto i polpastrelli. Leggo Tropico del Cancro e rivedo quella foto in bianco e nero, quella che non è mai stata scattata.

non si spiega

Mentre corro mi sento sott’acqua, scendo in profondità e mi manca il fiato. Le curve dei tuoi fianchi assomigliano a Pink Moon di Nick Drake, quella mela invece ha il sapore di Janis Joplin. Il salotto è una giungla e i tappeti bianchi sparsi sul pavimento sono le isole Molucche; ho il pigiama a rombi e i calzini troppo larghi, la penna multicolor è la fiocina con cui affronto gli squali. I baci che mi dai sono la granita di mandorle, il sole che brucia, le spalle su un muro scrostato e gli occhi verso il mare. Ed è come essere sull’Empire State Building e osservare Central Park. Ogni cosa è incomprensibile, ogni cosa è qualcos’altro.

Krisis

Sono in crisi, come sempre. Non preoccupatevi, non sto male. Siete carini a preoccuparvi per me. Mi sento tanto amato, davvero. Non sto neanche bene, certo, ma il mio non stare bene non dipende dall’essere in crisi. Chiaro, no?

No?

Per spiegarvi cosa intendo potrei dirvi che in cinese c’è una parola, wēijī, che significa al tempo stesso “crisi” e “opportunità”. Lo farei, se fosse vero, ma non lo è. Vi dico invece che krisis in greco antico significa “scelta”. L’etimologia della parola non è peregrina, ma ne contiene l’essenza semantica: chi è in crisi soffre, ma nel momento stesso in cui soffre sa già che a un certo punto avrà la possibilità di uscire dallo stato di sofferenza. Come? Compiendo delle scelte che gli consentiranno di attraversare e superare la crisi (che è, per l’appunto, il momento delle scelte). Non solo: la crisi, di solito, giunge quando siamo pienamente consapevoli della drammaticità delle decisioni da prendere, quando sappiamo di trovarci di fronte a un bivio (o a molti bivi) e ci rendiamo conto che una volta imboccata una strada difficilmente avremo la possibilità di tornare sui nostri passi.

“Sto vivendo una crisi e una crisi c’è sempre ogni volta che qualcosa non va”, cantavano i compianti Bluvertigo. Ma c’è sempre qualcosa che non va. Sempre. “Molto spesso una crisi è tutt’altro che folle, è un eccesso di lucidità”. Già, si è in crisi perché consapevoli della problematicità della propria condizione, dei rischi potenziali da affrontare, delle possibili disillusioni e dei probabili disinganni. A condurre alla crisi è la percezione chiara delle cose. Essere in crisi, in altre parole, significa sapere di avere in mano solo un pezzo di un puzzle da diecimila pezzi trovato dentro un pacchetto di patatine gusto pizza. Per mettere insieme tutti i pezzi dovremmo passare la vita mangiando patatine gusto pizza; il che, ne converrete, non è fattibile (anche perché le patatine gusto pizza non fanno bene all’organismo). Ed ecco il paradosso: a volte la crisi diventa insuperabile (come il tonno) e il momento delle scelte si dilata a dismisura, sino a coprire l’arco di un’intera esistenza. È un cul de sac, un loop infinito, un uroboro, un cane che si morde la coda, un pinguino che scivola sul ghiaccio (no, che c’entra il pinguino?)

Io, dicevo, sono in crisi perenne (che culo), ma esistono anche esseri umani che non lo sono quasi mai. Potrei sbagliarmi, ma secondo me sono la fottuta maggioranza. Il mondo è pieno di gente che sceglie senza scegliere, agisce d’impulso e fa quello che sente senza porsi alcun problema. Queste persone vanno avanti come bulldozer e travolgono tutto con la carica del loro istinto: riescono a essere felici in un modo spontaneo e primordiale, un modo che a me è precluso. Per loro non c’è alcuna differenza fra pensare e agire: fanno quello che pensano e agiscono di conseguenza, senza soluzione di continuità. Se sentono di dover fare una determinata cosa (per star bene, per non soffrire), la fanno e basta, fregandosene di tutti i se e di tutti i ma. La loro è una vita fatta di gesti e azioni: una vita senza crisi. Un po’ li invidio, un po’ no. Che senso ha leggere una poesia, se non sai andare oltre le parole?

In quel preciso momento l’uomo si disse:
che cosa non darei per la gioia
di stare al tuo fianco in Islanda
sotto il gran giorno immobile
e condividere l’adesso
come si condivide la musica
o il sapore di un frutto.
In quel preciso momento
l’uomo stava accanto a lei in Islanda.

Jorge Luis Borges

Stanza n. 003

Ieri ho compiuto cinque anni. Cinque anni, cioè pollice indice medio anulare mignolo. Una mano intera. Riempire una mano è un passo importante, mi sento quasi grande. Per l’occasione zio Tano mi ha regalato un triciclo nero e blu. Ora sono con mamma e papà in un grande albergo, si chiama Overlook Hotel. È un posto enorme, pieno di corridoi dove posso girare indisturbato col mio triciclo. L’albergo è deserto, non ci sono turisti hostess cuochi camerieri. Non c’è nessuno, solo io mamma e papà. Mi piace girare indisturbato col mio triciclo lungo i corridoi dell’hotel. C’è un silenzio irreale, sento solo il mio respiro e il rumore ovattato delle ruote sulla moquette. Ogni tanto mi fermo e provo a entrare in una stanza a caso, ma trovo sempre la porta chiusa a chiave. L’unico ad avere le chiavi è papà. E papà non vuole essere disturbato, sta scrivendo un romanzo e passa tutte le sue giornate chiuso nella hall.

Overlook Sissa

Stamattina faccio il mio solito giro, respiro ruote respiro ruote respiro ruote STOP. Mi fermo, per un attimo smetto di respirare. La porta della stanza n. 003 è socchiusa. Ho paura, lo ammetto, ma passa subito. Io sono un bambino coraggioso, da grande sarò come Sherlock Holmes Indiana Jones Phileas Fogg Arsenio Lupin. Forse se avessi ancora quattro anni scapperei via, ma ormai ne ho cinque. È finita l’epoca in cui piangere scappare rifugiarsi tra le braccia della mamma. Così apro la porta. Entro.

Triciclo

La stanza è enorme. Ci sono tanti grandi che mi danno le spalle. Sono seduti su poltroncine colorate. Nessuno parla, fanno tutti “tic tic” sulle tastiere di computer vecchissimi. Immagino sia un gioco, sono così concentrati che nessuno si accorge di me. A volte i grandi mi fanno un po’ paura. No, in realtà mi fanno paura sempre. La stanza è una stanza/classe, sembra di essere a scuola. Ho un fratello, sapete? Si chiama Samuele e ha nove anni, l’anno prossimo ne farà dieci e riempirà tutte e due le mani. Va in quarta elementare, una volta sono andato con mamma a prenderlo dopo aver fatto la spesa al Despar e ho visto la classe i banchi i compagni la maestra le penne le cartine alle pareti. Questa stanza assomiglia alla sua stanza/classe: ci sono i banchi i compagni la maestra le penne. Mancano solo le cartine alle pareti e in più ci sono un sacco di computer.

Classe

So contare molto bene, me l’ha insegnato zio Tano, così una volta dentro conto tutto quello che vedo. Ci sono quattro file di banchi e una cattedra, venti persone dietro i banchi e una dietro la cattedra. Sul soffitto non c’è un lampadario, ma quattro otto dodici quadrati di luce bianca. In fondo alla stanza c’è uno schermo enorme tutto blu, cerco di toccarlo ma non è touch screen. Nessuno si accorge di me, nessuno mi vede, stanno tutti zitti e fanno “tic tic” sulle tastiere. La cattedra ha una forma strana, sembra sia stata morsa da un topo gigante. Dietro la cattedra c’è una maestra: ha i capelli corti, somiglia alla maestra Ernesta ma ha gli occhiali.  Non capisco cosa fa. Scrivono tutti, lei no. La maestra Ernesta è la mia maestra dell’asilo, le voglio bene come se fosse la mamma. È tutto enorme, c’è una finestra altissima e io mi sento Alice nel Paese delle Meraviglie. Davanti alla finestra c’è una tenda rossa e spessa, sembra quella del Cinema Teatro dove l’anno scorso mamma mi ha portato a vedere Red e Toby nemiciamici.

Gli altri signori seduti sono stranissimi. Stanno tutti zitti e fanno “tic tic” sulle tastiere: nessuno guarda gli altri, nessuno si accorge di me. Le poltroncine sono colorate (verdi rosse blu) e hanno le rotelle come quelle dei pattini di mia cugina Giordana. Attaccati dietro alle poltroncine ci sono dei tappi neri, sembrano quelli delle bottiglie del succo di frutta Derby che bevo a merenda. A che servono? Ci sono cinque signori maschi e quindici signore femmine. Tre signore hanno i capelli biondi, le altre li hanno castani o neri. Cerco di contare ricce lisce ondulate, mi confondo. Qual è la linea di confine tra lisce e ondulate? E la differenza tra ondulate e ricce? Non è una cosa chiara, lascio perdere. Provo a fare la linguaccia a una signora coi capelli biondi ricciondulati e lei non si accorge di me. Un signore con la barba seduto in ultima fila attira la mia attenzione. Usa la sua sedia come se fosse il mio triciclo: non sta fermo, fa avanti e indietro respiro ruote respiro ruote respiro ruote respiro ruote respiro. Non scrive come gli altri, si ferma ogni cinque secondi (uno due tre quattro cinque), poi riprende, poi si ferma (uno due tre quattro cinque) e cancella tutto. Mi sembra nervoso, secondo me non ha capito come si gioca. Lo guardo bene, somiglia a papà. Anzi no, a mamma. No, no: somiglia a me, solo che è grande e grosso e ha la barba. Lo guardo. Lui guarda verso di me, sembra spaventato, non mi vede. Perché nessuno mi vede? Sono diventato invisibile? Ho paura, sempre più paura. Ho cinque anni, sono piccolo. Ho paura, tantissima paura. Scappo via. Pedalo più forte che posso: respiro ruote ruote respiro respiro ruote ruote respiro respiro respiro respiro ruote ruote ruote ruote ruote ruote ruote respiro respiro respiro respiro ruote ruote ruote ruote ruote ruote ruote respiro respiro respiro respiro respiro respiro respiro STOP.

Sveglia

Che ora è?

I Malkut

  • Reality is whatever refuses to go away when I stop believing in it. Philip K. Dick

Twitter

Archivi

Follow

Get every new post on this blog delivered to your Inbox.

Join other followers: