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Categoria: Zetetica

Il mysterioso hobbit dell’isola di Flores

Chi segue questo blog dall’inizio (io e i miei tre lettori immaginari) ricorderà un vecchissimo post in cui parlavo della mia passione per Martin Mystère. Orbene, una strana vicenda paleoantropologica mi ha fatto tornare alla mente una bellissima storia del Buon Vecchio Zio Marty, letta secoli fa. Dovete sapere che nell’estate del 1988, per una serie di bizzarre circostanze, Martin Mystère si ritrovò a Chuslamocree, ridente paesino sperduto in un angolo remoto della verde Irlanda. Il soggiorno del nostro eroe in quell’amena località si rivelò più movimentato del previsto – tra misteriose sparizioni, accuse di rapimenti, pestaggi, incendi dolosi, suicidi, elfi, lepricani, uova cosmiche contenenti regine dei folletti, bambine sordomute parlanti e partite a croquet con gnomi malvagi. Non mi interessa in questa sede riassumere l’intera vicenda, la quale peraltro è stata mirabilmente narrata dal biografo ufficiale di Martin in un racconto della serie a fumetti che porta il suo nome (“Martin Mystère” nn. 7677, luglio-agosto 1988), ma ricordarne un singolo episodio. Poco dopo il suo arrivo nel magico territorio del Piccolo Popolo, Martin ebbe modo di partecipare al Fleadh Cheoil – spettacolo di gnomi e folletti – nel corso del quale gli venne rivelata questa sconcertante verità: “mille e mille eoni prima della nostra era, il Piccolo Popolo si sviluppò parallelamente all’Homo sapiens e all’uomo di Neanderthal”. Ebbene sì. Al di là di miti, fiabe e leggende, il nucleo della storia narrata dallo gnomo Smourph è sin troppo prosaico: il Piccolo Popolo – dopo una lunga e pacifica convivenza con i nostri antenati e i nostri cugini neanderthaliani – fu praticamente sterminato dai crudeli Sapiens, e i pochi sopravvissuti furono costretti a rifugiarsi nei boschi e a vivere nella clandestinità.

Martin Mystère 76

Torniamo al cosiddetto mondo reale. Nel 2003 un team di paleoantropologi che stava conducendo scavi all’interno di una grotta chiamata Liang Bua, sull’isola indonesiana di Flores, rinvenne i resti fossili di una strana specie di ominide, chiamato Homo floresiensis. Si trattava dello scheletro parziale di una femmina adulta, alta all’incirca un metro e vissuta 13000 anni fa, ribattezzata Little Lady of Flores o Flo. Alcune caratteristiche dello scheletro di Flo (ad esempio femore e tibia corti) apparivano molto primitive e richiamavano quelle delle scimmie antropomorfe e degli australopitechi, altre invece si rivelarono eccezionalmente moderne e indubbiamente riconducibili al genere Homo. In particolare, una tomografia computerizzata del cranio evidenziò che il cervello, pur essendo molto piccolo – 380 cm³, meno di un terzo di quello di Homo sapiens – aveva una parte della corteccia frontale estesa (l’area 10 di Brodmann, fondamentale per lo sviluppo di attività cognitive complesse). Infatti, oltre a resti fossili di altri individui appartenenti alla stessa specie, nella zona di scavo furono rinvenuti utensili e strumenti in pietra che in teoria creature con cervelli tanto piccoli non avrebbero potuto fabbricare.

Un’altra caratteristica singolare dell’Homo floresiensis era il piede: l’alluce era allineato alle altre dita, come nell’Homo sapiens, ma il piede nel suo complesso era esageratamente lungo per un essere che raggiungeva a stento il metro di altezza – oltre 20 cm, pari al 70% della lunghezza del femore. Per questo motivo, oltre che per gli altri tratti peculiari, l’Homo floresiensis è stato informalmente ribattezzato hobbit, in omaggio al personaggio inventato da J.R.R. Tolkien: piccolo, intelligente e dotato di piedoni.

Cranio di Homo floriesiensis

Alcuni scienziati hanno messo in discussione l’appartenenza di Homo floresiensis a una specie distinta, ipotizzando che i resti ritrovati siano da attribuire a comuni Sapiens affetti da nanismo microcefalico, ma numerose analisi e ricerche successive hanno smentito questa ipotesi, confermando il fatto che Homo floresiensis è una specie a sé stante – seppur difficile da collocare esattamente nell’albero filogenetico del genere Homo. L’uomo di Flores si sviluppò parallelamente all’Homo sapiens (con cui probabilmente è entrato in contatto e ha interagito) sino a tempi recentissimi: i resti ritrovati a Liang Bua risalgono a soli 13000 anni fa, quando l’uomo di Neanderthal era scomparso dalla faccia della terra già da decine di migliaia di anni (eccetto Java, chi legge Martin Mystère sa di chi parlo).

Forse lo hobbit discende da Lucy

Non solo. Geologi e paleontologi pensano che la specie possa essersi estinta 12000 anni fa a causa di una devastante eruzione vulcanica sull’isola di Flores, ma l’antropologo Gregory Forth ha avanzato l’ipotesi che Homo floresiensis sia sopravvissuto alla catastrofe e che la sua presenza sull’isola sia alla base delle leggende della popolazione locale sugli Ebu Gogo, piccole creature pelose – capaci di esprimersi attraverso un linguaggio estremamente semplice – che saccheggiavano le dispense degli abitanti dell’isola, razziavano i campi e rapivano i bambini. Pare che fossero ancora presenti sull’isola quando arrivarono le prime navi portoghesi e olandesi, nel corso del XVI secolo, e secondo una delle storie tramandate furono arsi vivi alla fine del XIX secolo dagli abitanti di Flores, i Nage, che appiccarono il fuoco dopo averli riuniti al centro della foresta promettendo loro fibre di palma con cui realizzare indumenti. La leggenda vuole che una coppia di Ebu Gogo riuscì a fuggire, salvando così la specie dall’estinzione. Il paleontologo Henry Gee, su “Nature”, ha ipotizzato che Homo floresiensis possa ancora esistere in alcune zone inesplorate della foresta indonesiana e che vada messo in relazione con un’altra creatura leggendaria che da anni affascina i criptozoologi di mezzo mondo: l’Orang Pendek, il piccolo uomo di Sumatra.

A migliaia di chilometri dall’Irlanda – tassello dopo tassello – si ricompone la vera storia del Piccolo Popolo, e un tremendo sospetto comincia a insinuarsi nelle nostre menti: forse lo gnomo Smourph aveva ragione.

Dialogo enzimatico

Forse cerco sempre di infilarmi in situazioni stranianti per ricordare a me stesso che la realtà è straniante, per non abituarmi troppo alle cose e non anestetizzarmi. Così soffro, ma dietro la sofferenza si cela un piacere sottile. È come se avessi con me un armadio tascabile per accedere a Narnia o un binario 9¾ da polsino per catapultarmi a Hogwarts (mentre i babbani conducono le loro vite ignari delle mille dimensioni parallele che li circondano).

Io a un certo punto ho iniziato a pensare: se questa situazione mi sembra così straniante e anormale, cosa invece potrebbe essere normale e rassicurante? E la risposta è stata: niente.

Perché ti manca l’enzima di accettazione dell’assurdo. La gente non vede l’assurdo perché ha l’enzima, come quelli dentro Matrix che non si rendono conto di essere dentro Matrix. A me, a te e a pochi altri eletti manca questo enzima (in realtà non è un enzima, probabilmente sarà l’effetto di una configurazione particolare dei neuroni nella corteccia prefrontale dorsolaterale). Siamo come Neo.

Ok, ma dopo che capisci che non c’è nient’altro che questo, lo prendi come un grottesco oggettivo e non come un grottesco minaccioso.

Sempre grottesco è.

Certo, ma potrebbe anche essere divertente e in ogni caso se tutto è grottesco e io faccio parte del tutto anche io sono grottesco, quindi il problema non si pone. 😀 

Sicuramente può essere anche divertente, spesso lo è, ma per me il problema si pone eccome, a maggior ragione perché ne faccio parte. Le cose sono problema, io sono problema, tutto è PROBLEMA.

Problema rispetto a cosa? A un flusso senza intoppi? 

Problema nel senso di cosa non chiara, come essere una mosca dentro una bottiglia o un pesce dentro una boccia di vetro senza sapere il perché. Non puoi sapere il perché e non puoi accedere alla soluzione, ma questo non implica che il problema non ci sia. Il problema c’è, e ricordarlo aiuta a essere mosche e pesci consapevoli.

E quindi cosa conti di fare?

Boh.

Posso dì una cosa?

Seh.

Mi sembra una convinzione un po’ rigida questa che tutto è confusione e tutto è problema, cioè tipo che tiri su la sabbia dal fondale e poi dici che non si vede niente. Nel senso, avere tutto chiaro e cristallino, lo sappiamo bene entrambi a cosa porta.

Maledetto, hai l’enzima anche tu! 😀 Seriamente, se sei curioso ti abbassi per analizzare la sabbia e poi ti muovi per capire dove ti trovi. L’unico modo per non tirare su la sabbia dal fondale è stare fermi.

Non prendere troppo alla lettera le metafore però. 😛 

L'enzima lilla scuro dell'accettazione

Ganz Andere Reloaded (Episode I)

Gli studi fenomenologici sull’esperienza religiosa hanno subìto una svolta nel 1917, anno di pubblicazione de Il sacro1, celebre saggio di Rudolf Otto. Alla base di tutte le religioni vi è per Otto l’incontro dell’uomo con il sacro, intenso nel senso di numinoso (da numen): la percezione del divino come qualcosa di incomprensibile, estraneo, radicalmente diverso e superiore, non definibile razionalmente. Il numinoso avvolge l’essere umano in modo assoluto e provoca in lui un sentimento di finitudine e dipendenza creaturale; il dio ineffabile e inaccessibile si configura come mysterium tremendum et fascinans: un’entità che atterrisce e lascia sgomenti per la sua totale alterità, ma da cui ci si sente al contempo terribilmente e irresistibilmente attratti. L’uomo non può definire né spiegare in alcun modo ciò che travalica la sua limitata ragione, può solo esperire per via irrazionale ed emotiva la presenza del totalmente Altro (il ganz Andere) e provare un sentimento infinito di timore e venerazione.

Rudolf Otto (con occhiaie numinose)

Otto in realtà non scopre nulla di nuovo, ma approfondisce e chiarifica un concetto molto vecchio (la cui origine si può far risalire all’Uno plotiniano e il cui culmine è stato raggiunto nel Medioevo a partire dalla traduzione eriugeniana del Corpus Dyonisianum), e cioè l’idea che non si possa dire alcunché di positivo sul divino e che si possa parlare di Dio solo per via negationis:si comprehendis non est Deus”, diceva Agostino2. La teologia apofatica di Meister Eckhart e Nicola Cusano si fondava proprio su questo presupposto: Dio è inconoscibile, incomprensibile, inspiegabile; anzi Dio non è, nel senso che si pone al di là del concetto di essere (qui si potrebbe aprire una parentesi infinita su Parmenide, Tommaso d’Aquino e  l’ἀλήθεια come “disvelamento” in Heidegger, ma la fuffa prenderebbe il sopravvento) e noi non possiamo far altro che arrenderci di fronte alla nostra limitatezza. Vi è solo un modo per avvicinarci all’inavvicinabile: abbandonare la ragione e seguire un percorso mistico di elevazione, quello che Plotino e Proclo chiamavano ἐπιστροφή, ossia il processo di riavvicinamento e ricongiunzione all’Uno; processo che può avvenire seguendo la strada ascetica dell’eremita e dell’anacoreta, oppure attraverso l’assunzione di sostanze psicotrope, o ancora – se si è particolarmente pazzi coraggiosi – in entrambi i modi contemporaneamente (qui ci starebbe un’altra enorme parentesi sul misticismo nell’ebraismo, nel sufismo, nello sciamanesimo e nel buddhismo, ma andrei fuori tema).

Il bello è che dopo aver raggiunto l'Uno ci si può pure giocare

Prendendo le mosse dagli studi di Rudolf Otto sul numinoso, Mircea Eliade ha evidenziato l’importanza della ierofania nel rapporto dell’essere umano col sacro3; ogni cosa può, in qualsiasi momento, essere una manifestazione del sacro ed acquisire gli attributi di mysterium tremendum et fascinans: tutto ciò che ci circonda – esseri viventi, oggetti animati e inanimati, persino noi stessi – può essere portatore di quello che i Maori e altre popolazioni del Sud Pacifico chiamano mana – la presenza di una forza sconosciuta e inconoscibile – e trasformarsi in un elemento ierofanico capace di spalancare le porte al numinoso, al totalmente Altro, al ganz Andere.

Lui è al di là del ganz Andere

Orbene, a questo punto sorge una domanda: si può espungere l’elemento divino dall’incontro col ganz Andere? Si può sganciare il numinoso dall’esperienza religiosa? La risposta è sì, e quando questo accade la cosa ha effetti devastanti. Perché ciò avvenga servono tre presupposti fondamentali: 1. il senso di meraviglia di cui parla Aristotele nella Metafisica4, da lui giustamente posto al principio di ogni filosofare; 2. un forte scetticismo simile a quello delle scuole dell’antica Grecia, intriso di spirito zetetico; 3. la tendenza a fidarsi solo della propria ragione, con la consapevolezza che si tratta di uno strumento molto limitato5, ma che è l’unico di cui disponiamo. Questi tre elementi sono indispensabili, ma da soli non bastano; c’è un quarto presupposto, forse il più importante di tutti (di certo il più difficile da definire): la mancanza di quella sorta di meccanismo psicologico di autodifesa che permette alla stragrande maggioranza degli uomini di vivere, riprodursi e morire accettando il mondo per quello che è (meccanismo che si può porre alla base della fede – che conforta e consente appunto di dare una giustificazione alle cose – ma che è presente anche in chi non crede). È come se alcuni esseri umani nascessero privi di questo meccanismo, come se mancasse loro un enzima essenziale per vivere come gli altri. Sia chiaro, queste persone riescono comunque a condurre un’esistenza “normale”, ma dentro di loro c’è qualcosa che brucia costantemente, qualcosa che li fa sentire come pesci rossi consapevoli di trovarsi dentro un acquario; una specie di mantra silenzioso, un’ossessione, un tormento, qualcosa che non li fa dormire la notte, che li fa sudare freddo. E questo qualcosa è il sentimento del numinoso; un numinoso privato però dell’esperienza del divino, un numinoso desacralizzato e per questo motivo ancora più intenso e sconvolgente. Quando ci si trova in questa condizione tutto diviene ganz Andere, ma non nel senso in cui usano questo termine Otto o Eliade. Non c’è alcuna percezione di alcunché di superiore, non c’è nessun Deus absconditus, non c’è alcun senso di dipendenza creaturale, non ci sono manaierofanie. C’è solo la consapevolezza profonda di essere immersi in qualcosa di assolutamente incomprensibile, assurdo, incredibile, inconcepibile. E questo qualcosa non è il Dio della teologia apofatica, non è un Ente che sta al di là del concetto stesso di “ente”, ma è la realtà nella sua totalità. La realtà non è solo strana e complicata: è oscura e misteriosa. L’universo nel suo complesso – dalle particelle subatomiche alle supernovae, passando  per i venti amminoacidi che compongono le proteine – è un mysterium tremendum et fascinans, ancora più tremendum e infinitamente più fascinans di quanto non sarebbe se si percepisse la presenza di qualsivoglia divinità. Ogni cosa è parte di un enigma scritto in un codice indecifrabile, ma che non si può non cercare di decifrare. Non c’è alcun percorso mistico che possa portare là dove non possiamo andare, non c’è nessuna scorciatoia; ci siamo solo noi col nostro intelletto e i nostri miseri e imprecisi strumenti. A questo punto la ricerca diventa essenziale, è anzi l’unico scopo che ci si possa umanamente prefiggere. In principio si tratta di una ricerca puramente filosofica – la filosofia è la scintilla immaginifica da cui tutto ha inizio – ma arriva il momento in cui la filosofia non basta più, e si sente l’esigenza di rompere il giocattolo utilizzando lo strumento più raffinato di cui disponiamo al momento: la scienza6. La scienza ci permette di addentrarci sul serio nel ganz Andere, è un tuffo nell’oceano-puzzle multidimensionale in cui ci troviamo. Ogni singola scoperta è un tassello microscopico del grande mosaico; e più tasselli si accumulano, più il senso del numinoso – spogliato delle sue connotazioni religiose – si acuisce. Ovviamente è possibile fare scienza (e filosofia) senza possedere questo speciale senso del numinoso – direi anzi che quasi tutti gli scienziati (e i filosofi) ne sono totalmente sprovvisti – ma non è la stessa cosa7.

Tu sei qui, io sono da un'altra parte

Nell’Episode II (che non ho la più pallida idea di quando sarà pubblicato) parlerò di come un certo tipo di letteratura possa far penetrare il numinoso nella mente di soggetti predisposti lo ammetto, in realtà parlo sempre e solo di me. Affronterò di sfuggita il ganz Andere declinato in chiave fantastica (in Edgar Allan Poe e Howard Phillips Lovecraft), comica (in Kurt Vonnegut e Douglas Adams), e fantascientifica (in Stanislaw Lem e Philip K. Dick), ma mi concentrerò soprattutto su un autore i cui racconti costituiscono la via d’accesso privilegiata per entrare in contatto col totalmente Altro: Jorge Luis Borges8.

  1. Das Heilige. Über das Irrationale in der Idee des Göttlichen und sein Verhältnis zum Rationalen, 1917, 1936; trad. it.  Il sacro. L’irrazionale nell’idea del divino e la sua relazione al razionale, Feltrinelli, Milano, 1966. []
  2. Sermo 52, 16: PL 38, 360. []
  3. Cfr. in particolare Traité d’histoire des religions, Payot, Paris, 1948; trad. it. Trattato di storia delle religioni, Bollati Boringhieri, Torino, 1976. Le Sacré et le profane, Gallimard, Paris, 1965; trad. it. Il sacro e il profano, Torino, Bollati Boringhieri, 1984. Images et symbols. Essai sur le symbolisme magic-religieux, Gallimard, Paris, 1982; trad. it. Immagini e simboli. Saggi sul simbolismo magico-religioso, Jaka Book, Milano, 1984. Histoires des croyances et des ideés religieuses, vol. 3, Payot, Paris, 1983; trad. it. Storia delle credenze e delle idee religiose. Da Maometto all’età delle Riforme, Sansoni, Firenze, 1990. []
  4. Metafisica, I, 2, 982b. []
  5. A tal proposito potrebbe essere utile leggere o rileggere questa parte della Critica della ragion pura. []
  6. In verità, in verità vi dico: è questo l’unico motivo per cui, dopo la laurea in Filosofia, mi sono iscritto in Biologia. []
  7. Prendete il celebre aforisma di Einstein: “la scienza senza la religione è zoppa; la religione senza la scienza è cieca” (in Pensieri degli anni difficili, p. 135) e mettete “senso del numinoso” al posto di “religione”. Ecco quel che intendo. Come dice Carl Sagan, in realtà la nebulosa di Andromeda è infinitamente più ‘numinosa’ della resurrezione (Contact, p. 144). Consiglio anche la visione di questo video (il tizio che parla è Richard Feynman). Altri filosofi e scienziati contemporanei, tra cui Daniel Dennett e Richard Dawkins, hanno espresso l’esigenza di separare il numinoso dal soprannaturale. []
  8. Resti tra noi, ma io penso che ci sia molta più filosofia in Borges e negli altri autori citati piuttosto che – giusto per fare un nome – in tutta l’opera di Hegel. E comunque la filosofia è solo un ramo della letteratura fantastica (indovinate chi l’ha detto). []

[Riflessione postelettorale] Le unghie

Il Popolo della Libertà ha stravinto le elezioni e Silvio Berlusconi si appresta a diventare per la terza volta presidente del consiglio. La Lega ha fatto boom, superando l’8% su scala nazionale e andando addirittura oltre il 30% in diverse cittadine del profondo nord. Il Partito Democratico non ha sfondato e la Sinistra Arcobaleno ha fatto harakiri ed è quasi scomparsa. Tutto questo mi spinge a pormi un paio di domande e a fare alcune considerazioni.

Cosa sono le unghie? Per lo Zingarelli l’unghia è una «produzione cornea lamellare, caratteristica dei Vertebrati terrestri, che riveste l’estremità distale del dito e ha compiti di protezione, appoggio, difesa od offesa, a seconda della specie animale che si considera»; il De Mauro ricorre ad una definizione più sintetica: «struttura cornea presente sull’estremità delle dita dell’uomo e di altri animali»; su Wikipedia, infine, l’unghia è definita «una lamina cornea semitrasparente che ricopre l’estremità delle dita di alcune specie animali», il cui scopo è quello di «facilitare la prensione». Sempre su Wikipedia, inoltre, sono riportati i nomi delle singole parti dell’unghia umana:

  • la lamina o corpo ungueale, che è la parte cornea, composta per la maggior parte da cheratina
  • la radice ungueale, situata al di sotto del corpo
  • il letto ungueale o iponichio, dove la lamina si inserisce nel solco periungueale o perinichio
  • la lunula, estremità biancastra alla base della radice che è la matrice responsabile della crescita
  • la pellicola ungueale, che ricopre parte della lamina all’estremità inferiore

A cosa servono le unghie umane? Come abbiamo visto, pare che il loro scopo sia quello di facilitare la prensione e di proteggere le dita; su un altro sito è possibile leggere che le unghie «contribuiscono in misura sostanziale alla precisione manipolativa della mano» e che esse «conferiscono alla punta delle dita una maggiore sensibilità, grazie alla ricca innervazione del letto ungueale». Le unghie inoltre sono utilizzate dagli umani per grattare oggetti di qualsivoglia natura o parti del corpo, e sono spesso pittate con smalti colorati per rendere più gradevole l’aspetto dei piedi e delle mani.

La parte posteriore della radice ungueale è chiamata matrice ed è formata da cellule che si moltiplicano molto velocemente, producendo una crescita continuativa del corpo ungueale. Le unghie infatti  – sì come i capelli  – crescono costantemente, a dispetto della nostra volontà; se non fossero accorciate regolarmente con tagliaunghie e forbicine (o attraverso la pratica dell’onicofagia), crescerebbero a dismisura e perderebbero completamente la loro utilità, divenendo anzi un impedimento per l’espletamento della maggior parte delle attività quotidiane umane, come allacciarsi le scarpe o mettersi le dita nel naso. L’affascinante signora della foto qui sotto ha avuto l’onore di entrare nell’edizione 2007 del Guinness dei primati per l’incredibile lunghezza delle sue unghie (sette metri e mezzo, nuovo record mondiale).

Vieni che ti faccio un grattino

Noi siamo abituati sin dalla nascita ad avere le unghie, ci conviviamo e siamo circondati da altri esseri dotati di unghie. Questo ci porta a ritenerle una cosa assolutamente normale, parte integrante di quella macchina perfetta che è l’uomo, microcosmo che racchiude in sé le meraviglie dell’universo. Se proviamo ad allontanarci per un attimo dalle sovrastrutture culturali in cui siamo immersi sin dalla nascita, però, possiamo renderci conto che le cose stanno in modo completamente diverso. Le unghie dimostrano inequivocabilmente che noi non siamo altro che animali  – frutto di milioni di anni di alchimie genetiche casuali  – e inoltre rendono evidente la nostra stupida sicumera e parzialità nel ritenerci creature dotate di armonia e bellezza.

La vita intelligente si è sviluppata in un certo modo e ha assunto determinate forme nel nostro Sistema di Riferimento (il pianeta Terra), ma potrebbe aver seguito strade completamente diverse in altre parti dell’universo. Gli scarafaggi non sono abbastanza evoluti per poterci dire che il nostro aspetto li ripugna, ma un giorno – come sostiene Fredric Brown nel mirabile racconto Sentinella – potrebbe capitarci di avere a che fare con extraterrestri disgustati da creature «con solo due braccia e due gambe, quella pelle d’un bianco nauseante, e senza squame». Siamo dei mostri, né più né meno di quanto lo siano esseri con cinquanta occhi e cento tentacoli, solo che non ce ne accorgiamo perché siamo circondati da sempre da altre creature mostruose come noi.

Di fronte all’impossibile libro di sabbia, il protagonista del racconto di Borges afferma quanto segue: « […] capii che il libro era mostruoso. A nulla valse considerare che non meno mostruoso ero io, che lo percepivo con occhi e lo palpavo con dieci dita provviste di unghie». La mostruosa assurdità del nostro corpo, e in particolare di quelle lamine cheratinose poste sulle ultime falangi delle nostre dita, torna spesso nei racconti e nelle poesie di Borges. Di seguito, per concludere, riporto il decimo dei diciassette haiku contenuti all’interno de La cifra:

El hombre ha muerto.
La barba no lo sabe.
Crecen las uñas.

L’uomo è morto.
La barba non lo sa.
Crescono le unghie.

Borges e le unghie della sua mano destra

(Nella prossima puntata: George W. Bush e la deriva dei continenti.)

Critica della ragion mura

A volte capita che dopo aver sbattuto la testa contro un muro mille e mille volte cercando invano di abbatterlo con la forza del pensiero, in un momento sgurz venga voglia di disegnarci sopra qualche bel graffito con lo spray, oppure di scavalcarlo o romperlo a picconate. Esempio: io odio il muro pena di morte e sono sicuro di essere nel giusto nel considerarla una cosa aberrante sempre e comunque, in linea di principio. Se un giorno qualcuno dovesse accusarmi di essere intollerante nei confronti delle persone che invece sono a favore della pena di morte, non potrei che dargli ragione. Non tollero e considero profondamente imbecille *a prescindere*, qualsiasi presa di posizione, discorso, tesi, teoria a favore della pena di morte (e se a fare un discorso del genere fosse un padre a cui hanno ammazzato il figlio, potrei comprenderlo a livello puramente emotivo e non mi accanirei contro di lui, però non potrei di certo dargli ragione). (Per inciso, non censurerei mai, però, nessuna presa di posizione, discorso, tesi, teoria a favore della pena di morte, neppure la più stupida o ignobile. Questo perché nei confronti della censura, in qualsiasi modo si voglia declinare questo termine e qualunque significato o valore si decida di attribuirgli, ho la stessa identica forma di intolleranza. La considero sbagliata oggettivamente, in tutti i sensi.)

Muro

Ora, capita a volte che ci siano persone che fanno capire subito il loro modo di (s)ragionare. In quel caso, tentare di discutere ragionevolmente con loro è – come sempre – cosa giusta e sacrosanta, ma l’unico esito ottenibile sarà con ogni probabilità una accelerazione dell’entropia e nient’altro. Certo, è possibile che accada il miracolo. Magari il muro alla milionesima testata potrebbe cominciare a sgretolarsi, ma life is short e quasi mai ne vale la pena. E allora, quando ci si trova di fronte a un muro Bondi o a un muro Er Pecora, si può direttamente lasciar perdere ed evitare di perder tempo cercando di ragionare, oppure se proprio non si riesce a resistere si può seguire la sempreverde legge di Truman: “if you cannot convince them, confuse them”. Un bel graffito per cancellare il grigiore della loro murezza. È ovvio che anche in questo caso si perde tempo e non si ottiene nulla, ma almeno ci si diverte di più. Quand’ero piccolo tutto mi appariva strano e complicato. Mi ponevo e facevo agli altri mille domande, ma nessuna risposta era soddisfacente. Credevo che da grande tutto sarebbe stato più chiaro e semplice. “I grandi sanno, i grandi conoscono le regole del gioco, i grandi hanno le chiavi per aprire tutte le porte. Quando sarò grande conoscerò la verità”. Ora sono grande e so che i grandi non sanno niente.Tutto è estremamente complicato, contorto, labirintico. Ogni cosa è intrecciata a tutte le altre e noi siamo immersi in questo oceano di semiosi illimitata. Semiosi illimitata, ovvero segni che rimandano ad altri segni che a loro volta rimandano a segni. E la realtà dietro le parole nel frattempo è partita per le Bahamas. Un circolo vizioso da cui non possiamo uscire. E allora forse ha ragione chi dice che tutte le teorie – per quanto brillanti e intelligenti – sono inutili e vacue, perché comunque continueremo a sbattere perpetuamente contro il muro dell’incomunicabilità umana. Impossibile comprendersi *sul serio*, in maniera totale e compiuta. E questo in tutti gli ambiti.

Cartolina della realtà.

Essi vivono. Sono tanti, tantissimi. Sono presidenti, commendatori, massaie, studenti, calciatori, dottoresse, poliziotti, impiegati, commercialisti, ballerine, professori, opinionisti, re, regine e venditori ambulanti. Sono la fottuta maggioranza. Chi ragiona si rende conto della estrema complessità delle cose e capisce che in mancanza di risposte definitive l’unica via praticabile, la via più “giusta” e “saggia” è quella della ragione. La ragione e il pensiero antidogmatico, quelle cose calpestate e dimenticate da cui derivano la libertà, il rispetto, la comprensione, l’accettazione eccetera eccetera. Il guaio è che della ragione non frega niente a nessuno (o quasi). Son tutti convinti di avere la Risposta Definitiva e di poter dettare legge, mettere paletti e stabilire regole e divieti. E così, siccome non la (s)pensi come loro, ti dicono che sei un “agnello cieco con gli occhi iniettati di sangue illuminista” (sic) e buonanotte al secchio.

Sì, proprio così.

Il vero atteggiamento socratico, ovvero quello dell’apertura all’altro, della consapevolezza della propria ignoranza, del dialogo e della capacità (anzi, del *desiderio*) di ammettere i propri errori e le proprie mancanze è rarissimo. Di qualunque cosa si parli, l’atteggiamento più diffuso è sempre quello della sfida, della guerra, del cercare di far prevalere le proprie idee (anche e soprattutto se sono solo pseudoidee prive di valore). L’argomento può essere la fecondazione assistita, la pena di morte, il revisionismo storico, la libertà individuale, il concetto di laicità dello stato, il diritto all’aborto, destra e sinistra, una partita di calcio. Fate voi. Quasi nessuno sembra interessato a capire davvero, quasi tutti si arroccano sulle loro posizioni e da lì combattono e cercano di vincere: la (non)logica della guerra. La gggente non solo non ragiona, ma mostra di non voler ragionare. Anziché la ragione usa un surrogato di ragione preconfezionato, una specie di aspartame della ragione.

Ecco perché preferisco lo zucchero di canna.
 

I Malkut

  • So it goes. Kurt Vonnegut

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