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Categoria: Zetetica

Ganz Andere Reloaded (Episode I)

Gli studi fenomenologici sull’esperienza religiosa hanno subìto una svolta nel 1917, anno di pubblicazione de Il sacro1, celebre saggio di Rudolf Otto. Alla base di tutte le religioni vi è per Otto l’incontro dell’uomo con il sacro, intenso nel senso di numinoso (da numen): la percezione del divino come qualcosa di incomprensibile, estraneo, radicalmente diverso e superiore, non definibile razionalmente. Il numinoso avvolge l’essere umano in modo assoluto e provoca in lui un sentimento di finitudine e dipendenza creaturale; il dio ineffabile e inaccessibile si configura come mysterium tremendum et fascinans: un’entità che atterrisce e lascia sgomenti per la sua totale alterità, ma da cui ci si sente al contempo terribilmente e irresistibilmente attratti. L’uomo non può definire né spiegare in alcun modo ciò che travalica la sua limitata ragione, può solo esperire per via irrazionale ed emotiva la presenza del totalmente Altro (il ganz Andere) e provare un sentimento infinito di timore e venerazione.

Rudolf Otto (con occhiaie numinose)

Otto in realtà non scopre nulla di nuovo, ma approfondisce e chiarifica un concetto molto vecchio (la cui origine si può far risalire all’Uno plotiniano e il cui culmine è stato raggiunto nel Medioevo a partire dalla traduzione eriugeniana del Corpus Dyonisianum), e cioè l’idea che non si possa dire alcunché di positivo sul divino e che si possa parlare di Dio solo per via negationis:si comprehendis non est Deus”, diceva Agostino2. La teologia apofatica di Meister Eckhart e Nicola Cusano si fondava proprio su questo presupposto: Dio è inconoscibile, incomprensibile, inspiegabile; anzi Dio non è, nel senso che si pone al di là del concetto di essere (qui si potrebbe aprire una parentesi infinita su Parmenide, Tommaso d’Aquino e  l’ἀλήθεια come “disvelamento” in Heidegger, ma la fuffa prenderebbe il sopravvento) e noi non possiamo far altro che arrenderci di fronte alla nostra limitatezza. Vi è solo un modo per avvicinarci all’inavvicinabile: abbandonare la ragione e seguire un percorso mistico di elevazione, quello che Plotino e Proclo chiamavano ἐπιστροφή, ossia il processo di riavvicinamento e ricongiunzione all’Uno; processo che può avvenire seguendo la strada ascetica dell’eremita e dell’anacoreta, oppure attraverso l’assunzione di sostanze psicotrope, o ancora – se si è particolarmente pazzi coraggiosi – in entrambi i modi contemporaneamente (qui ci starebbe un’altra enorme parentesi sul misticismo nell’ebraismo, nel sufismo, nello sciamanesimo e nel buddhismo, ma andrei fuori tema).

Il bello è che dopo aver raggiunto l'Uno ci si può pure giocare

Prendendo le mosse dagli studi di Rudolf Otto sul numinoso, Mircea Eliade ha evidenziato l’importanza della ierofania nel rapporto dell’essere umano col sacro3; ogni cosa può, in qualsiasi momento, essere una manifestazione del sacro ed acquisire gli attributi di mysterium tremendum et fascinans: tutto ciò che ci circonda – esseri viventi, oggetti animati e inanimati, persino noi stessi – può essere portatore di quello che i Maori e altre popolazioni del Sud Pacifico chiamano mana – la presenza di una forza sconosciuta e inconoscibile – e trasformarsi in un elemento ierofanico capace di spalancare le porte al numinoso, al totalmente Altro, al ganz Andere.

Lui è al di là del ganz Andere

Orbene, a questo punto sorge una domanda: si può espungere l’elemento divino dall’incontro col ganz Andere? Si può sganciare il numinoso dall’esperienza religiosa? La risposta è sì, e quando questo accade la cosa ha effetti devastanti. Perché ciò avvenga servono tre presupposti fondamentali: 1. il senso di meraviglia di cui parla Aristotele nella Metafisica4, da lui giustamente posto al principio di ogni filosofare; 2. un forte scetticismo simile a quello delle scuole dell’antica Grecia, intriso di spirito zetetico; 3. la tendenza a fidarsi solo della propria ragione, con la consapevolezza che si tratta di uno strumento molto limitato5, ma che è l’unico di cui disponiamo. Questi tre elementi sono indispensabili, ma da soli non bastano; c’è un quarto presupposto, forse il più importante di tutti (di certo il più difficile da definire): la mancanza di quella sorta di meccanismo psicologico di autodifesa che permette alla stragrande maggioranza degli uomini di vivere, riprodursi e morire accettando il mondo per quello che è (meccanismo che si può porre alla base della fede – che conforta e consente appunto di dare una giustificazione alle cose – ma che è presente anche in chi non crede). È come se alcuni esseri umani nascessero privi di questo meccanismo, come se mancasse loro un enzima essenziale per vivere come gli altri. Sia chiaro, queste persone riescono comunque a condurre un’esistenza “normale”, ma dentro di loro c’è qualcosa che brucia costantemente, qualcosa che li fa sentire come pesci rossi consapevoli di trovarsi dentro un acquario; una specie di mantra silenzioso, un’ossessione, un tormento, qualcosa che non li fa dormire la notte, che li fa sudare freddo. E questo qualcosa è il sentimento del numinoso; un numinoso privato però dell’esperienza del divino, un numinoso desacralizzato e per questo motivo ancora più intenso e sconvolgente. Quando ci si trova in questa condizione tutto diviene ganz Andere, ma non nel senso in cui usano questo termine Otto o Eliade. Non c’è alcuna percezione di alcunché di superiore, non c’è nessun Deus absconditus, non c’è alcun senso di dipendenza creaturale, non ci sono manaierofanie. C’è solo la consapevolezza profonda di essere immersi in qualcosa di assolutamente incomprensibile, assurdo, incredibile, inconcepibile. E questo qualcosa non è il Dio della teologia apofatica, non è un Ente che sta al di là del concetto stesso di “ente”, ma è la realtà nella sua totalità. La realtà non è solo strana e complicata: è oscura e misteriosa. L’universo nel suo complesso – dalle particelle subatomiche alle supernovae, passando  per i venti amminoacidi che compongono le proteine – è un mysterium tremendum et fascinans, ancora più tremendum e infinitamente più fascinans di quanto non sarebbe se si percepisse la presenza di qualsivoglia divinità. Ogni cosa è parte di un enigma scritto in un codice indecifrabile, ma che non si può non cercare di decifrare. Non c’è alcun percorso mistico che possa portare là dove non possiamo andare, non c’è nessuna scorciatoia; ci siamo solo noi col nostro intelletto e i nostri miseri e imprecisi strumenti. A questo punto la ricerca diventa essenziale, è anzi l’unico scopo che ci si possa umanamente prefiggere. In principio si tratta di una ricerca puramente filosofica – la filosofia è la scintilla immaginifica da cui tutto ha inizio – ma arriva il momento in cui la filosofia non basta più, e si sente l’esigenza di rompere il giocattolo utilizzando lo strumento più raffinato di cui disponiamo al momento: la scienza6. La scienza ci permette di addentrarci sul serio nel ganz Andere, è un tuffo nell’oceano-puzzle multidimensionale in cui ci troviamo. Ogni singola scoperta è un tassello microscopico del grande mosaico; e più tasselli si accumulano, più il senso del numinoso – spogliato delle sue connotazioni religiose – si acuisce. Ovviamente è possibile fare scienza (e filosofia) senza possedere questo speciale senso del numinoso – direi anzi che quasi tutti gli scienziati (e i filosofi) ne sono totalmente sprovvisti – ma non è la stessa cosa7.

Tu sei qui, io sono da un'altra parte

Nell’Episode II (che non ho la più pallida idea di quando sarà pubblicato) parlerò di come un certo tipo di letteratura possa far penetrare il numinoso nella mente di soggetti predisposti lo ammetto, in realtà parlo sempre e solo di me. Affronterò di sfuggita il ganz Andere declinato in chiave fantastica (in Edgar Allan Poe e Howard Phillips Lovecraft), comica (in Kurt Vonnegut e Douglas Adams), e fantascientifica (in Stanislaw Lem e Philip K. Dick), ma mi concentrerò soprattutto su un autore i cui racconti costituiscono la via d’accesso privilegiata per entrare in contatto col totalmente Altro: Jorge Luis Borges8.

  1. Das Heilige. Über das Irrationale in der Idee des Göttlichen und sein Verhältnis zum Rationalen, 1917, 1936; trad. it.  Il sacro. L’irrazionale nell’idea del divino e la sua relazione al razionale, Feltrinelli, Milano, 1966. []
  2. Sermo 52, 16: PL 38, 360. []
  3. Cfr. in particolare Traité d’histoire des religions, Payot, Paris, 1948; trad. it. Trattato di storia delle religioni, Bollati Boringhieri, Torino, 1976. Le Sacré et le profane, Gallimard, Paris, 1965; trad. it. Il sacro e il profano, Torino, Bollati Boringhieri, 1984. Images et symbols. Essai sur le symbolisme magic-religieux, Gallimard, Paris, 1982; trad. it. Immagini e simboli. Saggi sul simbolismo magico-religioso, Jaka Book, Milano, 1984. Histoires des croyances et des ideés religieuses, vol. 3, Payot, Paris, 1983; trad. it. Storia delle credenze e delle idee religiose. Da Maometto all’età delle Riforme, Sansoni, Firenze, 1990. []
  4. Metafisica, I, 2, 982b. []
  5. A tal proposito potrebbe essere utile leggere o rileggere questa parte della Critica della ragion pura. []
  6. In verità, in verità vi dico: è questo l’unico motivo per cui, dopo la laurea in Filosofia, mi sono iscritto in Biologia. []
  7. Prendete il celebre aforisma di Einstein: “la scienza senza la religione è zoppa; la religione senza la scienza è cieca” (in Pensieri degli anni difficili, p. 135) e mettete “senso del numinoso” al posto di “religione”. Ecco quel che intendo. Come dice Carl Sagan, in realtà la nebulosa di Andromeda è infinitamente più ‘numinosa’ della resurrezione (Contact, p. 144). Consiglio anche la visione di questo video (il tizio che parla è Richard Feynman). Altri filosofi e scienziati contemporanei, tra cui Daniel Dennett e Richard Dawkins, hanno espresso l’esigenza di separare il numinoso dal soprannaturale. []
  8. Resti tra noi, ma io penso che ci sia molta più filosofia in Borges e negli altri autori citati piuttosto che – giusto per fare un nome – in tutta l’opera di Hegel. E comunque la filosofia è solo un ramo della letteratura fantastica (indovinate chi l’ha detto). []

[Riflessione postelettorale] Le unghie

Il Popolo della Libertà ha stravinto le elezioni e Silvio Berlusconi si appresta a diventare per la terza volta presidente del consiglio. La Lega ha fatto boom, superando l’8% su scala nazionale e andando addirittura oltre il 30% in diverse cittadine del profondo nord. Il Partito Democratico non ha sfondato e la Sinistra Arcobaleno ha fatto harakiri ed è quasi scomparsa. Tutto questo mi spinge a pormi un paio di domande e a fare alcune considerazioni.

Cosa sono le unghie? Per lo Zingarelli l’unghia è una «produzione cornea lamellare, caratteristica dei Vertebrati terrestri, che riveste l’estremità distale del dito e ha compiti di protezione, appoggio, difesa od offesa, a seconda della specie animale che si considera»; il De Mauro ricorre ad una definizione più sintetica: «struttura cornea presente sull’estremità delle dita dell’uomo e di altri animali»; su Wikipedia, infine, l’unghia è definita «una lamina cornea semitrasparente che ricopre l’estremità delle dita di alcune specie animali», il cui scopo è quello di «facilitare la prensione». Sempre su Wikipedia, inoltre, sono riportati i nomi delle singole parti dell’unghia umana:

  • la lamina o corpo ungueale, che è la parte cornea, composta per la maggior parte da cheratina
  • la radice ungueale, situata al di sotto del corpo
  • il letto ungueale o iponichio, dove la lamina si inserisce nel solco periungueale o perinichio
  • la lunula, estremità biancastra alla base della radice che è la matrice responsabile della crescita
  • la pellicola ungueale, che ricopre parte della lamina all’estremità inferiore

A cosa servono le unghie umane? Come abbiamo visto, pare che il loro scopo sia quello di facilitare la prensione e di proteggere le dita; su un altro sito è possibile leggere che le unghie «contribuiscono in misura sostanziale alla precisione manipolativa della mano» e che esse «conferiscono alla punta delle dita una maggiore sensibilità, grazie alla ricca innervazione del letto ungueale». Le unghie inoltre sono utilizzate dagli umani per grattare oggetti di qualsivoglia natura o parti del corpo, e sono spesso pittate con smalti colorati per rendere più gradevole l’aspetto dei piedi e delle mani.

La parte posteriore della radice ungueale è chiamata matrice ed è formata da cellule che si moltiplicano molto velocemente, producendo una crescita continuativa del corpo ungueale. Le unghie infatti  – sì come i capelli  – crescono costantemente, a dispetto della nostra volontà; se non fossero accorciate regolarmente con tagliaunghie e forbicine (o attraverso la pratica dell’onicofagia), crescerebbero a dismisura e perderebbero completamente la loro utilità, divenendo anzi un impedimento per l’espletamento della maggior parte delle attività quotidiane umane, come allacciarsi le scarpe o mettersi le dita nel naso. L’affascinante signora della foto qui sotto ha avuto l’onore di entrare nell’edizione 2007 del Guinness dei primati per l’incredibile lunghezza delle sue unghie (sette metri e mezzo, nuovo record mondiale).

Vieni che ti faccio un grattino

Noi siamo abituati sin dalla nascita ad avere le unghie, ci conviviamo e siamo circondati da altri esseri dotati di unghie. Questo ci porta a ritenerle una cosa assolutamente normale, parte integrante di quella macchina perfetta che è l’essere umano, microcosmo che racchiude in sé le meraviglie dell’universo. Se proviamo ad allontanarci per un attimo dalle sovrastrutture culturali in cui siamo immersi, però, possiamo renderci conto che le cose stanno in modo completamente diverso. Le unghie dimostrano inequivocabilmente che noi non siamo altro che animali  – frutto di milioni di anni di alchimie genetiche casuali  – e inoltre rendono evidente la nostra stupida sicumera e parzialità nel ritenerci creature dotate di armonia e bellezza.

La vita intelligente si è sviluppata in un certo modo e ha assunto determinate forme nel nostro sistema di riferimento (il pianeta Terra), ma potrebbe aver seguito strade completamente diverse in altre parti dell’universo. Gli scarafaggi non sono abbastanza evoluti per poterci dire che il nostro aspetto li ripugna, ma un giorno – come sostiene Fredric Brown nel mirabile racconto Sentinella – potrebbe capitarci di avere a che fare con extraterrestri disgustati da creature «con solo due braccia e due gambe, quella pelle d’un bianco nauseante, e senza squame». Siamo dei mostri, né più né meno di quanto lo siano esseri con cinquanta occhi e cento tentacoli, solo che non ce ne accorgiamo perché siamo circondati da sempre da altre creature mostruose come noi.

Di fronte all’impossibile libro di sabbia, il protagonista del racconto di Borges afferma quanto segue: « […] capii che il libro era mostruoso. A nulla valse considerare che non meno mostruoso ero io, che lo percepivo con occhi e lo palpavo con dieci dita provviste di unghie». La mostruosa assurdità del nostro corpo, e in particolare di quelle lamine cheratinose poste sulle ultime falangi delle nostre dita, torna spesso nei racconti e nelle poesie di Borges. Di seguito, per concludere, riporto il decimo dei diciassette haiku contenuti all’interno de La cifra:

El hombre ha muerto.
La barba no lo sabe.
Crecen las uñas.

L’uomo è morto.
La barba non lo sa.
Crescono le unghie.

Borges e le unghie della sua mano destra

(Nella prossima puntata: George W. Bush e la deriva dei continenti.)

Critica della ragion mura

A volte capita che dopo aver sbattuto la testa contro un muro mille e mille volte cercando invano di abbatterlo con la forza del pensiero, in un momento sgurz venga voglia di disegnarci sopra qualche bel graffito con lo spray, oppure di scavalcarlo o romperlo a picconate. Esempio: io odio il muro pena di morte e sono sicuro di essere nel giusto nel considerarla una cosa aberrante sempre e comunque, in linea di principio. Se un giorno qualcuno dovesse accusarmi di essere intollerante nei confronti delle persone che invece sono a favore della pena di morte, non potrei che dargli ragione. Non tollero e considero profondamente imbecille *a prescindere*, qualsiasi presa di posizione, discorso, tesi, teoria a favore della pena di morte (e se a fare un discorso del genere fosse un padre a cui hanno ammazzato il figlio, potrei comprenderlo a livello puramente emotivo e non mi accanirei contro di lui, però non potrei di certo dargli ragione). (Per inciso, non censurerei mai, però, nessuna presa di posizione, discorso, tesi, teoria a favore della pena di morte, neppure la più stupida o ignobile. Questo perché nei confronti della censura, in qualsiasi modo si voglia declinare questo termine e qualunque significato o valore si decida di attribuirgli, ho la stessa identica forma di intolleranza. La considero sbagliata oggettivamente, in tutti i sensi.)

Muro

Ora, capita a volte che ci siano persone che fanno capire subito il loro modo di (s)ragionare. In quel caso, tentare di discutere ragionevolmente con loro è – come sempre – cosa giusta e sacrosanta, ma l’unico esito ottenibile sarà con ogni probabilità una accelerazione dell’entropia e nient’altro. Certo, è possibile che accada il miracolo. Magari il muro alla milionesima testata potrebbe cominciare a sgretolarsi, ma life is short e quasi mai ne vale la pena. E allora, quando ci si trova di fronte a un muro Bondi o a un muro Er Pecora, si può direttamente lasciar perdere ed evitare di perder tempo cercando di ragionare, oppure se proprio non si riesce a resistere si può seguire la sempreverde legge di Truman: “if you cannot convince them, confuse them”. Un bel graffito per cancellare il grigiore della loro murezza. È ovvio che anche in questo caso si perde tempo e non si ottiene nulla, ma almeno ci si diverte di più. Quand’ero piccolo tutto mi appariva strano e complicato. Mi ponevo e facevo agli altri mille domande, ma nessuna risposta era soddisfacente. Credevo che da grande tutto sarebbe stato più chiaro e semplice. “I grandi sanno, i grandi conoscono le regole del gioco, i grandi hanno le chiavi per aprire tutte le porte. Quando sarò grande conoscerò la verità”. Ora sono grande e so che i grandi non sanno niente.Tutto è estremamente complicato, contorto, labirintico. Ogni cosa è intrecciata a tutte le altre e noi siamo immersi in questo oceano di semiosi illimitata. Semiosi illimitata, ovvero segni che rimandano ad altri segni che a loro volta rimandano a segni. E la realtà dietro le parole nel frattempo è partita per le Bahamas. Un circolo vizioso da cui non possiamo uscire. E allora forse ha ragione chi dice che tutte le teorie – per quanto brillanti e intelligenti – sono inutili e vacue, perché comunque continueremo a sbattere perpetuamente contro il muro dell’incomunicabilità umana. Impossibile comprendersi *sul serio*, in maniera totale e compiuta. E questo in tutti gli ambiti.

Cartolina della realtà.

Essi vivono. Sono tanti, tantissimi. Sono presidenti, commendatori, massaie, studenti, calciatori, dottoresse, poliziotti, impiegati, commercialisti, ballerine, professori, opinionisti, re, regine e venditori ambulanti. Sono la fottuta maggioranza. Chi ragiona si rende conto della estrema complessità delle cose e capisce che in mancanza di risposte definitive l’unica via praticabile, la via più “giusta” e “saggia” è quella della ragione. La ragione e il pensiero antidogmatico, quelle cose calpestate e dimenticate da cui derivano la libertà, il rispetto, la comprensione, l’accettazione eccetera eccetera. Il guaio è che della ragione non frega niente a nessuno (o quasi). Son tutti convinti di avere la Risposta Definitiva e di poter dettare legge, mettere paletti e stabilire regole e divieti. E così, siccome non la (s)pensi come loro, ti dicono che sei un “agnello cieco con gli occhi iniettati di sangue illuminista” (sic) e buonanotte al secchio.

Sì, proprio così.

Il vero atteggiamento socratico, ovvero quello dell’apertura all’altro, della consapevolezza della propria ignoranza, del dialogo e della capacità (anzi, del *desiderio*) di ammettere i propri errori e le proprie mancanze è rarissimo. Di qualunque cosa si parli, l’atteggiamento più diffuso è sempre quello della sfida, della guerra, del cercare di far prevalere le proprie idee (anche e soprattutto se sono solo pseudoidee prive di valore). L’argomento può essere la fecondazione assistita, la pena di morte, il revisionismo storico, la libertà individuale, il concetto di laicità dello stato, il diritto all’aborto, destra e sinistra, una partita di calcio. Fate voi. Quasi nessuno sembra interessato a capire davvero, quasi tutti si arroccano sulle loro posizioni e da lì combattono e cercano di vincere: la (non)logica della guerra. La gggente non solo non ragiona, ma mostra di non voler ragionare. Anziché la ragione usa un surrogato di ragione preconfezionato, una specie di aspartame della ragione.

Ecco perché preferisco lo zucchero di canna.
 

Ciuffi d’isotopi in mano, nuclei pulsari, neutroni e quasari

Dendriti, assoni e sinapsi del sottoscritto risentono spesso di quello che avviene nel mondo esterno (ove per mondo esterno intendo anche il mio corpo, che per quanto sia tutt’uno con quella che viene comunemente definita mente, non riesco a non percepire come qualcosa di parzialmente alieno… ma questa è un’altra storia che vede come protagonisti Plotino, Cartesio, neuroscienziati, filosofi della mente, anime, psiche, AI e diagrammi di flusso, e che per ora è meglio mettere da parte). Quello che avviene nel mondo esterno, quello che normalmente viene da tutti deglutito, digerito, assimilato, accettato. In che senso ne risento? Ecco, accade spesso, molto spesso, ultimamente sempre più spesso – ma in verità mi succedeva anche quando avevo nove anni – che io (qualunque cosa voglia dire “io”, ma anche questa è un’altra storia) senta su di me il peso della realtà esterna. Ora, la realtà esterna, si sa, non è un peso piuma, essendo realtà esterna pressoché tutto quello che non è me (che è davvero tanto, a meno che non si decida di abbracciare il solipsismo… è necessario dire che anche questa è un’altra storia?), quindi non è difficile immaginare che, come minimo, mi faccia un po’ male la testa.

Una supernova esplode, peli sul naso di un cercopiteco, sogni di un gatto vissuto 3400 anni fa, giacche di tweed e pantaloni a zampa d’elefante, teorie matematiche e ipotetiche civiltà aliene, colonie di formiche e centinaia di miliardi di galassie, ipertesti e Critica della ragion pura, lo scheletro di Kant e la polvere cosmica, mal di pancia e onde elettromagnetiche, il sesso, fiori, pop art, big bang, spazio-tempo, volontà, il guscio delle noci. E ancora: i denti, la plastica, il passato, il sapore di un’albicocca, l’espansione dell’universo, evoluzione, involuzione, i pensieri di un delfino, la torta Sacher, antimateria, la morte, una femmina di pterodattilo e i suoi cuccioli, la biodiversità, gli orologi da polso digitali, molecole, bollicine, il brodo primordiale, sabbia finissima, fotoni e batteri, rappresentazione, DNA e Arbre Magique, motore a scoppio e vita negli abissi dell’oceano, capelli cotonati, un pipistrello e la canna di un fucile, la tastiera di questo computer, le mie mani, le unghie, lo zucchero a velo, la nascita, i fumetti, gli origami, gli scimpanzè, il cervello di Mozart e quello di un serial killer, il cinema, semiosi illimitata, strutturalismo, teorie, pratica, parole, linguaggio, dighe, inondazione, straripamento, overdose, overflow.


Nei Veda e nei Purana la realtà esterna, così come si presenta alla nostra coscienza (cosa cavolo è la coscienza?) è chiamata Velo di Maya (Schopenhauer ha poi reso famosa questa espressione). Noi non viviamo nella vera realtà, l’universo intero è illusione, apparenza. Siamo avvolti dal Velo di Maya che ci preclude la visione di ciò che è davvero reale. Ma cos’è davvero reale? È possibile squarciare il velo di Maya? In certi momenti, mentre gli altri preparano il caffè, fanno la pennichella, attaccano l’Iraq, elaborano formule matematiche o giocano a freccette; mentre sbadigliano, fanno l’amore, sorridono, uccidono, pregano, nascono, scrivono, sognano; mentre l’acqua del fiume scorre senza la minima increspatura, mi capita di percepire la presenza del Velo. Ogni cosa, ogni singola cosa di questo mondo, tutto quello che ho imparato a dare per scontato, smette di essere normale e diventa strano, pazzesco, incredibile. Tutto. Io sono un alieno. Voi siete degli alieni. Non c’è nulla che non sia alieno. Resto a bocca aperta. E se fosse tutto un gioco (una specie di The Sims su scala cosmica)? E se io fossi una cavia? Perché la gente attorno a me sembra non accorgersi di nulla? Fanno parte del gioco? Sono io la sola vittima? Qual è la verità? E però l’idea del Velo di Maya, per quanto suggestiva, è ancora troppo poco. La realtà è incredibilmente più complessa e strana di quanto una mente umana possa anche solo lontanamente concepire. Che fare, allora? Rinunciare? Morire a 79,12 anni, con ironia? Studiare la materia, le microparticelle o i versi di un poeta e lasciar perdere la vertigine della visione d’insieme? Diventare come Philip K. Dick negli ultimi anni della sua vita, impazzire cercando di capire l’impossibile? O diventare superficiali e/o cinici e rispondere a chi si pone questi problemi (quanti? ci stiamo estinguendo) dicendo che sono solo pippe mentali? (Che avete contro le pippe? Bigotti!)

Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta, diceva il buon vecchio Socrate. E Jostein Gaarder, un paio di millenni (e rotti) dopo:

Da Il mondo di Sofia:

«Immagina di passeggiare in un bosco. All’improvviso, sul sentiero davanti a te, vedi una navicella spaziale. Ne sta uscendo un minuscolo marziano che comincia a fissarti… Che cosa penseresti in una situazione del genere? Non importa, fa lo stesso. Piuttosto, non ti è mai capitato di pensare a te stessa come a un marziano?
È assai improbabile che tu ti imbatta in una creatura di un altro pianeta. In effetti, non sappiamo neanche se ci sia vita su altri pianeti. Invece è possibile che tu ti imbatta in te stessa. Un giorno ti fermi di colpo e pensi a te stessa in modo completamente nuovo. Magari può succedere proprio mentre stai facendo una passeggiata nel bosco. Sono una strana creatura, pensi, sono un animale misterioso… È come se ti svegliassi da un sonno lunghissimo che dura da anni, proprio come è successo alla Bella Addormentata nel Bosco. Chi sono io? ti chiedi. Sai che stai vagando su un pianeta dell’universo. Ma cos’è l’universo? Se ti capita di pensare a te stessa in questo modo, hai scoperto qualcosa di misterioso al pari del marziano di cui ti parlavo poc’anzi. Non hai incontrato una creatura che viene dallo spazio, ma hai guardato dentro di te e ti sei vista come una strana creatura.
[…]
Voglio fare una precisazione: anche se le domande filosofiche riguardano tutti gli esseri umani, non tutti diventano filosofi. Per motivi diversi, la maggior parte delle persone è così presa dalle cose di tutti i giorni che il pensare all’esistenza occupa l’ultimissimo posto.
Per i bambini, il mondo, con tutto ciò che offre, è qualcosa di nuovo, di stupefacente. Non è così per tutti gli adulti, la maggior parte dei quali percepisce il mondo come un fatto ordinario. I filosofi rappresentano una nobile eccezione. Un filosofo non è mai riuscito ad abituarsi del tutto al mondo che, per lui, continua ad essere assurdo, sì, enigmatico e misterioso. I filosofi e i bambini hanno in comune questa importante capacità. Potremmo ben dire che un filosofo conserva la pelle delicata di un bambino per tutta la vita. Adesso devi scegliere, cara Sofia, sei un bambino che non è ancora riuscito ad “abituarsi al mondo”? O sei un filosofo che giura di non abituarsi
mai? Se scuoti la testa e non ti senti né bambino né filosofo è perché il mondo ti è diventato così familiare che non ti stupisce più.»

Cosa si prova ad essere un pipistrello? Si prova qualcosa ad essere un neurone? Si prova qualcosa ad essere qualche miliardo di neuroni dentro una scatola cranica? Due anni fa, più o meno, mentre tornavo a casa dopo aver comprato il pane, mi sono imbattutto in un cane randagio. Nella mia vita avrò incontrato decine di cani randagi. Quella volta, però, mi sono comportato in modo strano (ovvero in un modo che, nella nostra società, è solitamente etichettato come strano). Il cane ha cominciato a fissarmi, e io per tutta risposta mi sono fermato e ho fatto lo stesso. L’ho fissato. Mi sono perso negli occhi di un cane per un tempo indefinibile. Una scenetta invero piuttosto ridicola, ne convengo. Il fatto è che io cercavo di capire, fissandolo, cosa cavolo gli passasse per la testa (sì, volevo stabilire un contatto telepatico con un cane… e allora?). Probabilmente pensava qualcosa come “fame – cibo – gnam”, ma questo non lo saprò mai. Eravamo uno di fronte all’altro, ma le nostre menti erano distanti anni luce. Quel cane era come un extraterrestre, un’entità strana, incomprensibile. Che cosa prova quel singolo cane, ora (supponendo che sia ancora vivo)? Che cosa sente, percepisce, pensa in questo momento, mentre io sono comodamente seduto davanti al computer? Due anni fa, all’incirca nello stesso periodo, ho provato a guardare negli occhi anche una zanzara (sì, a Catania non è poi così strano che a dicembre ci siano le zanzare). Come si fa a guardare negli occhi una zanzara? Cos’è la vita per una zanzara? Zanzare, mosche, formiche, vermi, topi… dove vivono? In quale mondo? E quando muoiono che fine fanno? Si reincarnano in qualcos’altro? È tutta una questione di karma? Delfini, alberi, virus, microbi, uomini, dinosauri, oggetti inerti, oggetti vivi. Quale sarà la nostra prossima reincarnazione? Nessuna? L’assoluto e inconcepibile nulla? Qualcosa non quadra. In certi momenti provo a convincermi che esistono amore e libertà, che siamo circondati dal bene e che il nostro mondo è un paradiso multiforme e policromatico che ci è stato regalato da qualche divinità benevola per renderci felici. Ma non è così. Il guaio è che non è neppure un inferno mostruoso generato dal caso, una prigione nera da cui è impossibile evadere. No, non è ying e non è yang, non è nero e non è bianco. Qual è la verità? È forse una mescolanza di tutte e due? È il Tao? Non lo so. Non basta usare la fuzzy logic o trovare lo Zen per capirci qualcosa. Ripeto: la realtà è incredibilmente più complessa e strana di quanto una mente umana possa anche solo lontanamente concepire. È più strana del Tao, di Buddha e di Allah. Più strana delle formule della fisica, delle teorie filosofiche (ci sono più cose in cielo e in terra…) e del Dio dei cristiani. Ma è forse questo un buon motivo per voltare le spalle alla ricerca e guardare le sorelle Lecciso* in tv? (Sì, forse sì.)

*Cosa si prova ad essere una Lecciso?

Confessions of a mysterious mind

Non ho tempo per far nulla, o meglio, ho il tempo necessario per fare un certo qual ragionevole numero di cose, ma io non voglio fare un certo qual ragionevole numero di cose. Voglio fare un enorme, immenso, smisurato numero di cose. Ecco perché, tanto per cambiare, non faccio assolutamente nulla. Chi mi conosce sa che, ogniqualvolta ne ho la possibilità, inserisco all’interno dei miei discorsi-fiume da logorroico impenitente la suddetta questione del tempo che manca. “Ho troppe cose da fare e troppo poco tempo per farle”, dico spesso con gli occhi iniettati di sangue e la bava alla bocca. Prescindendo da tutti i possibili discorsi filosofici sullo statuto ontologico del tempo, sulla inutilità e l’insensatezza di ogni cosa dovuta alla nostra mortalità e su mille altre questioni filosofiche estremamente complesse e affascinanti ma non affrontabili in maniera decente all’interno di un post, il modo in cui il sottoscritto vive il problema è facilmente riassumibile. Basta leggere una vecchia storia di Martin Mystère, Tempo Zero.

Prima Piccola Parentesi: Io e Martin Mystère:

Ho conosciuto il Buon Vecchio Zio Marty grazie al “TV sorrisi e canzoni” (allora mia madre lo comprava tutte le settimane, io adesso preferisco Film TV, sia chiaro), che nell’estate del 1992, quando avevo 13 anni, pubblicò dei mini-inserti staccabili con una serie di racconti a colori dei vari personaggi della Bonelli. Tra questi c’era anche una storia del BVZM, “Il viaggiatore del tempo”. Fu una folgorazione. Cominciai ad acquistare l’albo mensile e recuperai tutti i vecchi numeri. Le storie erano fantastiche ed appassionanti (ultimamente la qualità ha subito un notevole calo, tanto preoccupante quanto prevedibile, ma questa è un’altra storia) e, soprattutto, più veniva approfondita la caratterizzazione psicologica di Martin, più mi riconoscevo in lui. Ancora oggi non riesco a considerare Martin Mystere un semplice personaggio dei fumetti (ed in effetti non lo è, come ha più volte esplicitamente ammesso il suo umile biografo, Alfredo Castelli). I nostri caratteri non sono identici, ma quasi. Le nostre weltanschauungen non coincidono al 100%, ma al 99,9 forse sì. Anch’io come lui sono un ritardatario cronico, anch’io sono un divoratore di libri e ne acquisto un numero impressionante (molti di più di quanti riesca a leggerne), anch’io mi ritengo un entusiastico curioso che possiede il “senso del meraviglioso” (ogni cosa, da una piramide perduta nella foresta dello Yucatan a una fontanella nel vicolo dietro l’angolo di casa, può costituire oggetto di stupore, di riflessione, di stimolo), anch’io ho la naturale tendenza a divagare e ad aprire continuamente parentesi su parentesi all’interno dei miei discorsi (e più in generale in tutto ciò che faccio, scrivo, dico, penso), anch’io ho una particolare propensione a cincischiare in progetti e operazioni che fanno perdere tempo e non rendono denaro (la maggior parte dei cincischiamenti avvengono quando sono talmente in ritardo che non so più da che parte cominciare, cosicché, per non fare torto a nessuno, non comincio affatto). Ci sono un bel po’ di altre cose che mi accomunano a Marty (e in parte, credo, anche al suo umile biografo), ma non vorrei tediarvi oltremodo elencandole tutte. Ovviamente c’è anche qualcosa che mi differenzia dal Buon Vecchio Zio. Ad esempio, non conduco nessuna trasmissione televisiva, non abito in un elegante appartamento a pochi passi da Washington Square a New York, non ho la possibilità di girare continuamente il mondo per salvare le sorti dell’umanità, non ho nessun uomo di Neanderthal per amico, non sono sposato con nessuna donna di nome Diana, non ho nemici-amici del calibro di Sergej Orloff, al momento la mia mente non è stata riversata in nessuno strano marchingegno, etc. Però, in compenso, credo di avere il terzo occhio e ho la linea del Buddha (che lui non ha). (Rielaborazione di una email inviata dal sottoscritto alla BVZM-List nel gennaio 2002.)

Avete letto quel che c’è scritto nella prima piccola parentesi? Sì? Bravi (se non l’avete fatto non siete mica cattivi, solo un po’ meno bravi, sia chiaro). Credo di aver cominciato a riconoscermi nel BVZM proprio dopo la lettura di Tempo Zero. Nelle prime pagine si vede il povero Martin in crisi perché in ritardo sui tempi di consegna di un lavoro. Deve scrivere un libro in quindici giorni e non ha fatto praticamente nulla. Diana e Java si accorgono che c’è qualcosa che non va (Martin ha un’aria corrucciata ed è stranamente silenzioso) e riescono a fargli ritrovare tutta la sua logorrea. Martin confessa le sue debolezze e la sua incapacità di cambiare. Io confesso le mie debolezze e la mia incapacità di cambiare.

Altre 2 vignette e una amara riflessione esistenziale:


Ho paura di tutto, non so fare altro che rimuginare su sciocchezze come un ossesso, sono troppo legato agli altri, mi comporto come se fossi al centro del mondo, come se alla gente importasse tantissimo quello che faccio e quello che dico (mentre in realtà a 99,5 persone su 100 non frega assolutamente nulla) e questo mi porta ad aver paura di “sbagliare”. In realtà sono proprio io lo sbaglio. La mia vita è impostata in modo sbagliato, il mio carattere, i miei comportamenti, tutto in me è costruito male. Si può sempre cambiare, direte voi, miei piccoli lettori, non è mai troppo tardi. Ok, sono d’accordo, infatti è per questo che ancora resisto e sopravvivo, ma dentro di me ho la percezione netta che non cambierò, o quantomeno che non riuscirò mai a cambiare da solo, con le mie sole forze. Ci vorrebbe qualcuno (babbo natale o una fatina buona, l’importante è che non sia l’antipaticissima fata turchina) oppure dovrebbe succedere qualcosa, un evento esterno forte e rigenerante come il bagnoschiuma. (Rielaborazione di una email inviata dal sottoscritto ad una sua amica nel giugno 2003.)

Avete letto quel che c’è scritto nella seconda piccola parentesi? Sì? Bravi (se non l’avete fatto non siete mica cattivi, solo un po’ scemi). L’unica soluzione sarebbe quella di avere più tempo. Se il diavolo o chi per lui mi offrisse un mese di tempo extra, potrei cercare di rimettermi in pari.

Nella storia succedono un’infinità di altre cose (si parla di lussuosi hotel per miliardari, strani casi di combustione umana spontanea, psicanalisi selvaggia and so on), ma non vi racconterò nulla per non tediarvi ulteriormente e per non togliervi la sorpresa nel caso in cui decideste di leggerla. Vi basti sapere che un losco figuro molto simile al diavolo fa davvero al sottoscritto a Martin la proposta che avete appena letto nella vignetta qui sopra. Ma non è questo il punto. Non volevo parlare né di Tempo Zero, né di Martin Mystere. Cosa volevo dire, allora? Qual è il punto? Non so, credo di averlo perso. Mi basterebbe anche un punto e virgola, e pure con una semplice virgola riuscirei ad arrangiarmi. Al momento, però, ho solo tre miseri puntini di sospensione…

Terza Piccola Parentesi: Tutto è Troppo:

Da sempre, sono mosso al desiderio di capire. Devo capire tutto, devo conoscere tutto, è più forte di me. A volte questo mio desiderio mi porta ad agire persino contro i miei stessi interessi o i sentimenti delle persone a cui tengo. Pessoa sosteneva che la letteratura, come tutta l’arte, è la dimostrazione che la vita non basta. Per me TUTTO è TROPPO e non basterebbero nemmeno milioni di vite per fare quello che vorrei fare e per riuscire a capirci qualcosa. Sono travolto dalle infinite cose da fare, dalle innumerevoli cose che chiedono di essere capite. Il tempo non è poco, è ancora di meno. E’ così poco che a volte mi sento mancare il terreno da sotto i piedi e mi fermo.
Dovrei operare delle scelte, ma mi sembra di essere all’interno de Il giardino dei sentieri che si biforcano di Borges, ogni possibile scelta è origine di infinite diramazioni. E allora mi fermo, non faccio nulla, ‘perdo tempo’, risucchiato dal labirinto della mia mente, nel tentativo di capire qual è la direzione giusta. Alla ricerca di un filo d’Arianna da usare lungo la via della conoscenza (e di tutto il resto), smarrisco il tempo e non faccio nemmeno quello che avrei voglia di fare. Sopravvivo nel tentativo di trovare il tempo per rimettermi in pari col caos della mia mente.
(Rielaborazione di un commento inserito nel blog di Elfo Bruno nel maggio 2004.)

Avete letto quel che c’è scritto nella terza piccola parentesi? Sì? Bravi (se non l’avete fatto non siete mica cattivi, solo un po’ stronzi). Quindi, riepilogando: sono un caso disperato. Ho le capacità intellettive per vincere il premio nobel, l’oscar e Miss Italia (soprattutto Miss Italia), ma mi trovo in uno stato di impasse a causa della mia incapacità di gestire il poco tempo che gli dei mi hanno gentilmente concesso. Che fare, quindi? Avrei bisogno di qualcuno che mi facesse rigare dritto, un manager o, ancora meglio, un consigliere spirituale (c’è stato un periodo in cui ho creduto che il buon Oblomov e la cara Grace potessero diventarlo, ma dopo averli visti ballare il tango ubriachi ho cambiato idea). Lancio un appello. Le sorti dell’umanità dipendono da me, è ovvio, quindi aiutatemi. Sono pronto a fare tutto quello che volete che io faccia per aiutarvi ad aiutarmi (suona bene, vero?). Per ora, all’interno della quarta parentesi, mi limito a stilare un elenco delle cose che vorrei fare a breve e medio termine, in modo da darvi un’idea concreta della mia situazione.

Quarta Piccola Parentesi: Breve Elenco

  • Sostenere i X (censuro il numero esatto per la privacy) esami che mi mancano, scrivere la tesi e laurearmi.
  • Diventare immortale.
  • Trovare una risposta alle grandi domande (chi siamo? da dove veniamo? perché esistiamo? perché sono stati inventati gli orologi da polso digitali?).
  • Perfezionare la mia conoscenza dell’inglese ed imparare altre cinque lingue (spagnolo, portoghese, tedesco, cinese e giapponese).
  • Leggere i cinquanta libri di fantascienza e fantasy in lista d’attesa.
  • Leggere i cinquanta libri mainstream di narrativa straniera in lista d’attesa.
  • Leggere i cinquanta libri mainstream di narrativa italiana in lista d’attesa.
  • Leggere i cinquanta libri di saggistica in lista d’attesa.
  • Leggere le cinquanta riviste in lista d’attesa.
  • Andare al cinema almeno tre volte la settimana.
  • Diventare ricco sfondato.
  • Capirne di più di informatica, fisica, chimica, matematica, uncinetto.
  • Risolvere i miei innumerevoli problemi psicologici.
  • Vedere i cinquanta film in VHS in lista d’attesa.
  • Vedere i cinquanta film in DVD in lista d’attesa.
  • Vedere i cinquanta film in DivX in lista d’attesa.
  • Praticare lo Zen.
  • Imparare il Kung-Fu.
  • Trasferirmi a New York.
  • Capirne di più di astrofisica, biologia molecolare, greco antico, punto-croce.
  • Viaggiare senza posa in giro per il mondo.
  • Coltivare le mie amicizie.
  • Coltivare le mie relazioni sentimentali.
  • Aggiornare spesso il mio blog.
  • Leggere i cinquanta fumetti italiani in lista d’attesa.
  • Leggere i cinquanta fumetti giapponesi in lista d’attesa.
  • Leggere i cinquanta fumetti americani in lista d’attesa.
  • Fare una foto della mia pancia e mandarla ad Elfo.
  • Mettere online le foto fatte da Dnl e continuare ad essere il suo guru.
  • Scrivere il più grande libro di filosofia della mente della storia.
  • Scrivere il più grande libro di ermeneutica filosofica della storia.
  • Scrivere il più grande libro di metafilosofia della storia.
  • Diventare come Umberto Eco.
  • Diventare come Phoebe Cates.
  • Diventare come Indiana Jones.
  • Diventare come Amanda Lear.
  • Varie ed eventuali.

Avete letto quel che c’è scritto nella quarta piccola parentesi? Sì? Bravi (se non l’avete fatto non siete mica cattivi, ma vaffanculo). Ora avete un quadro decentemente completo (in realtà non è così, ma è bello far finta che lo sia) della mia situazione. Tenete conto del fatto che la speranza di vita per un essere umano di sesso maschile, qui in Sicilia, è di 73,7 anni (contro i 78,8 della donna, ecco uno dei motivi principali per cui voglio cambiare sesso). Ho quasi 25 anni, quindi ipotizzando che io viva una ventina d’anni in più rispetto alla media (mi pare il minimo) dovrebbero restarmi all’incirca 68,7 anni. Ovviamente, se riuscirò a realizzare il secondo obiettivo dell’elenco la questione non si porrà. Mi affido a voi (chiunque voi siate). Arrivederci e grazie per la cortese attenzione.

I Malkut

  • Humor is an affirmation of dignity, a declaration of man’s superiority to all that befalls him. Romain Gary

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