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Confessions of a mysterious mind

Non ho tempo per far nulla, o meglio, ho il tempo necessario per fare un certo qual ragionevole numero di cose, ma io non voglio fare un certo qual ragionevole numero di cose. Voglio fare un enorme, immenso, smisurato numero di cose. Ecco perché, tanto per cambiare, non faccio assolutamente nulla. Chi mi conosce sa che, ogniqualvolta ne ho la possibilità, inserisco all’interno dei miei discorsi-fiume da logorroico impenitente la suddetta questione del tempo che manca. “Ho troppe cose da fare e troppo poco tempo per farle”, dico spesso con gli occhi iniettati di sangue e la bava alla bocca. Prescindendo da tutti i possibili discorsi filosofici sullo statuto ontologico del tempo, sulla inutilità e l’insensatezza di ogni cosa dovuta alla nostra mortalità e su mille altre questioni filosofiche estremamente complesse e affascinanti ma non affrontabili in maniera decente all’interno di un post, il modo in cui il sottoscritto vive il problema è facilmente riassumibile. Basta leggere una vecchia storia di Martin Mystère, Tempo Zero.

Prima Piccola Parentesi: Io e Martin Mystère:

Ho conosciuto il Buon Vecchio Zio Marty grazie al “TV sorrisi e canzoni” (allora mia madre lo comprava tutte le settimane, io adesso preferisco Film TV, sia chiaro), che nell’estate del 1992, quando avevo 13 anni, pubblicò dei mini-inserti staccabili con una serie di racconti a colori dei vari personaggi della Bonelli. Tra questi c’era anche una storia del BVZM, “Il viaggiatore del tempo”. Fu una folgorazione. Cominciai ad acquistare l’albo mensile e recuperai tutti i vecchi numeri. Le storie erano fantastiche ed appassionanti (ultimamente la qualità ha subito un notevole calo, tanto preoccupante quanto prevedibile, ma questa è un’altra storia) e, soprattutto, più veniva approfondita la caratterizzazione psicologica di Martin, più mi riconoscevo in lui. Ancora oggi non riesco a considerare Martin Mystere un semplice personaggio dei fumetti (ed in effetti non lo è, come ha più volte esplicitamente ammesso il suo umile biografo, Alfredo Castelli). I nostri caratteri non sono identici, ma quasi. Le nostre weltanschauungen non coincidono al 100%, ma al 99,9 forse sì. Anch’io come lui sono un ritardatario cronico, anch’io sono un divoratore di libri e ne acquisto un numero impressionante (molti di più di quanti riesca a leggerne), anch’io mi ritengo un entusiastico curioso che possiede il “senso del meraviglioso” (ogni cosa, da una piramide perduta nella foresta dello Yucatan a una fontanella nel vicolo dietro l’angolo di casa, può costituire oggetto di stupore, di riflessione, di stimolo), anch’io ho la naturale tendenza a divagare e ad aprire continuamente parentesi su parentesi all’interno dei miei discorsi (e più in generale in tutto ciò che faccio, scrivo, dico, penso), anch’io ho una particolare propensione a cincischiare in progetti e operazioni che fanno perdere tempo e non rendono denaro (la maggior parte dei cincischiamenti avvengono quando sono talmente in ritardo che non so più da che parte cominciare, cosicché, per non fare torto a nessuno, non comincio affatto). Ci sono un bel po’ di altre cose che mi accomunano a Marty (e in parte, credo, anche al suo umile biografo), ma non vorrei tediarvi oltremodo elencandole tutte. Ovviamente c’è anche qualcosa che mi differenzia dal Buon Vecchio Zio. Ad esempio, non conduco nessuna trasmissione televisiva, non abito in un elegante appartamento a pochi passi da Washington Square a New York, non ho la possibilità di girare continuamente il mondo per salvare le sorti dell’umanità, non ho nessun uomo di Neanderthal per amico, non sono sposato con nessuna donna di nome Diana, non ho nemici-amici del calibro di Sergej Orloff, al momento la mia mente non è stata riversata in nessuno strano marchingegno, etc. Però, in compenso, credo di avere il terzo occhio e ho la linea del Buddha (che lui non ha). (Rielaborazione di una email inviata dal sottoscritto alla BVZM-List nel gennaio 2002.)

Avete letto quel che c’è scritto nella prima piccola parentesi? Sì? Bravi (se non l’avete fatto non siete mica cattivi, solo un po’ meno bravi, sia chiaro). Credo di aver cominciato a riconoscermi nel BVZM proprio dopo la lettura di Tempo Zero. Nelle prime pagine si vede il povero Martin in crisi perché in ritardo sui tempi di consegna di un lavoro. Deve scrivere un libro in quindici giorni e non ha fatto praticamente nulla. Diana e Java si accorgono che c’è qualcosa che non va (Martin ha un’aria corrucciata ed è stranamente silenzioso) e riescono a fargli ritrovare tutta la sua logorrea. Martin confessa le sue debolezze e la sua incapacità di cambiare. Io confesso le mie debolezze e la mia incapacità di cambiare.

Altre 2 vignette e una amara riflessione esistenziale:


Ho paura di tutto, non so fare altro che rimuginare su sciocchezze come un ossesso, sono troppo legato agli altri, mi comporto come se fossi al centro del mondo, come se alla gente importasse tantissimo quello che faccio e quello che dico (mentre in realtà a 99,5 persone su 100 non frega assolutamente nulla) e questo mi porta ad aver paura di “sbagliare”. In realtà sono proprio io lo sbaglio. La mia vita è impostata in modo sbagliato, il mio carattere, i miei comportamenti, tutto in me è costruito male. Si può sempre cambiare, direte voi, miei piccoli lettori, non è mai troppo tardi. Ok, sono d’accordo, infatti è per questo che ancora resisto e sopravvivo, ma dentro di me ho la percezione netta che non cambierò, o quantomeno che non riuscirò mai a cambiare da solo, con le mie sole forze. Ci vorrebbe qualcuno (babbo natale o una fatina buona, l’importante è che non sia l’antipaticissima fata turchina) oppure dovrebbe succedere qualcosa, un evento esterno forte e rigenerante come il bagnoschiuma. (Rielaborazione di una email inviata dal sottoscritto ad una sua amica nel giugno 2003.)

Avete letto quel che c’è scritto nella seconda piccola parentesi? Sì? Bravi (se non l’avete fatto non siete mica cattivi, solo un po’ scemi). L’unica soluzione sarebbe quella di avere più tempo. Se il diavolo o chi per lui mi offrisse un mese di tempo extra, potrei cercare di rimettermi in pari.

Nella storia succedono un’infinità di altre cose (si parla di lussuosi hotel per miliardari, strani casi di combustione umana spontanea, psicanalisi selvaggia and so on), ma non vi racconterò nulla per non tediarvi ulteriormente e per non togliervi la sorpresa nel caso in cui decideste di leggerla. Vi basti sapere che un losco figuro molto simile al diavolo fa davvero al sottoscritto a Martin la proposta che avete appena letto nella vignetta qui sopra. Ma non è questo il punto. Non volevo parlare né di Tempo Zero, né di Martin Mystere. Cosa volevo dire, allora? Qual è il punto? Non so, credo di averlo perso. Mi basterebbe anche un punto e virgola, e pure con una semplice virgola riuscirei ad arrangiarmi. Al momento, però, ho solo tre miseri puntini di sospensione…

Terza Piccola Parentesi: Tutto è Troppo:

Da sempre, sono mosso al desiderio di capire. Devo capire tutto, devo conoscere tutto, è più forte di me. A volte questo mio desiderio mi porta ad agire persino contro i miei stessi interessi o i sentimenti delle persone a cui tengo. Pessoa sosteneva che la letteratura, come tutta l’arte, è la dimostrazione che la vita non basta. Per me TUTTO è TROPPO e non basterebbero nemmeno milioni di vite per fare quello che vorrei fare e per riuscire a capirci qualcosa. Sono travolto dalle infinite cose da fare, dalle innumerevoli cose che chiedono di essere capite. Il tempo non è poco, è ancora di meno. E’ così poco che a volte mi sento mancare il terreno da sotto i piedi e mi fermo.
Dovrei operare delle scelte, ma mi sembra di essere all’interno de Il giardino dei sentieri che si biforcano di Borges, ogni possibile scelta è origine di infinite diramazioni. E allora mi fermo, non faccio nulla, ‘perdo tempo’, risucchiato dal labirinto della mia mente, nel tentativo di capire qual è la direzione giusta. Alla ricerca di un filo d’Arianna da usare lungo la via della conoscenza (e di tutto il resto), smarrisco il tempo e non faccio nemmeno quello che avrei voglia di fare. Sopravvivo nel tentativo di trovare il tempo per rimettermi in pari col caos della mia mente.
(Rielaborazione di un commento inserito nel blog di Elfo Bruno nel maggio 2004.)

Avete letto quel che c’è scritto nella terza piccola parentesi? Sì? Bravi (se non l’avete fatto non siete mica cattivi, solo un po’ stronzi). Quindi, riepilogando: sono un caso disperato. Ho le capacità intellettive per vincere il premio nobel, l’oscar e Miss Italia (soprattutto Miss Italia), ma mi trovo in uno stato di impasse a causa della mia incapacità di gestire il poco tempo che gli dei mi hanno gentilmente concesso. Che fare, quindi? Avrei bisogno di qualcuno che mi facesse rigare dritto, un manager o, ancora meglio, un consigliere spirituale (c’è stato un periodo in cui ho creduto che il buon Oblomov e la cara Grace potessero diventarlo, ma dopo averli visti ballare il tango ubriachi ho cambiato idea). Lancio un appello. Le sorti dell’umanità dipendono da me, è ovvio, quindi aiutatemi. Sono pronto a fare tutto quello che volete che io faccia per aiutarvi ad aiutarmi (suona bene, vero?). Per ora, all’interno della quarta parentesi, mi limito a stilare un elenco delle cose che vorrei fare a breve e medio termine, in modo da darvi un’idea concreta della mia situazione.

Quarta Piccola Parentesi: Breve Elenco

  • Sostenere i X (censuro il numero esatto per la privacy) esami che mi mancano, scrivere la tesi e laurearmi.
  • Diventare immortale.
  • Trovare una risposta alle grandi domande (chi siamo? da dove veniamo? perché esistiamo? perché sono stati inventati gli orologi da polso digitali?).
  • Perfezionare la mia conoscenza dell’inglese ed imparare altre cinque lingue (spagnolo, portoghese, tedesco, cinese e giapponese).
  • Leggere i cinquanta libri di fantascienza e fantasy in lista d’attesa.
  • Leggere i cinquanta libri mainstream di narrativa straniera in lista d’attesa.
  • Leggere i cinquanta libri mainstream di narrativa italiana in lista d’attesa.
  • Leggere i cinquanta libri di saggistica in lista d’attesa.
  • Leggere le cinquanta riviste in lista d’attesa.
  • Andare al cinema almeno tre volte la settimana.
  • Diventare ricco sfondato.
  • Capirne di più di informatica, fisica, chimica, matematica, uncinetto.
  • Risolvere i miei innumerevoli problemi psicologici.
  • Vedere i cinquanta film in VHS in lista d’attesa.
  • Vedere i cinquanta film in DVD in lista d’attesa.
  • Vedere i cinquanta film in DivX in lista d’attesa.
  • Praticare lo Zen.
  • Imparare il Kung-Fu.
  • Trasferirmi a New York.
  • Capirne di più di astrofisica, biologia molecolare, greco antico, punto-croce.
  • Viaggiare senza posa in giro per il mondo.
  • Coltivare le mie amicizie.
  • Coltivare le mie relazioni sentimentali.
  • Aggiornare spesso il mio blog.
  • Leggere i cinquanta fumetti italiani in lista d’attesa.
  • Leggere i cinquanta fumetti giapponesi in lista d’attesa.
  • Leggere i cinquanta fumetti americani in lista d’attesa.
  • Fare una foto della mia pancia e mandarla ad Elfo.
  • Mettere online le foto fatte da Dnl e continuare ad essere il suo guru.
  • Scrivere il più grande libro di filosofia della mente della storia.
  • Scrivere il più grande libro di ermeneutica filosofica della storia.
  • Scrivere il più grande libro di metafilosofia della storia.
  • Diventare come Umberto Eco.
  • Diventare come Phoebe Cates.
  • Diventare come Indiana Jones.
  • Diventare come Amanda Lear.
  • Varie ed eventuali.

Avete letto quel che c’è scritto nella quarta piccola parentesi? Sì? Bravi (se non l’avete fatto non siete mica cattivi, ma vaffanculo). Ora avete un quadro decentemente completo (in realtà non è così, ma è bello far finta che lo sia) della mia situazione. Tenete conto del fatto che la speranza di vita per un essere umano di sesso maschile, qui in Sicilia, è di 73,7 anni (contro i 78,8 della donna, ecco uno dei motivi principali per cui voglio cambiare sesso). Ho quasi 25 anni, quindi ipotizzando che io viva una ventina d’anni in più rispetto alla media (mi pare il minimo) dovrebbero restarmi all’incirca 68,7 anni. Ovviamente, se riuscirò a realizzare il secondo obiettivo dell’elenco la questione non si porrà. Mi affido a voi (chiunque voi siate). Arrivederci e grazie per la cortese attenzione.

Come trasformare un commento in un post ed essere felici

Visto e considerato che stamattina ho perso un po’ del mio preziosissimo tempo per rispondere ad un commento di Oblomov al mio post precedente (questo), mi pare giusto dare maggior risalto alle mie parole, trasformando il mio commento in un post vero e proprio. Faccio questo per tre ragioni: 1. Perché fondamentalmente sono un egocentrico presuntuoso con manie di grandezza (se no non avrei un blog), 2. Perché un post ha più visibilità di un commento (g_ si è rifiutato di leggere il commento, ma sono certo che leggerà questo post), 3. Perché sì.
Per la cronaca, se volete avere un quadro completo della discussione, leggete questo thread. Comunque, credo che l’oggetto del contendere sia piuttosto chiaro. Tutto nasce dalla frase riportata in corsivo qui sotto…

Oblomov: La mia concezione dell’arte è totalmente diversa dalla tua. È una concezione in cui un’opera d’arte è tale perché resa tale dal fruitore, non dal creatore. Un’opera d’arte è e contiene ciò che il fruitore vi vede, non ciò che il creatore, consciamente o inconsciamente, vi ha messo.

Ed ecco la mia risposta:

Sim: In queste tre righe hai riassunto una posizione teorica in campo ermeneutico e semiotico che ha scatenato polemiche e diatribe infinite nel corso degli ultimi decenni. L’argomento è estremamente complesso e se decidessi di risponderti affrontando tutti i problemi annessi e connessi ne uscirebbe fuori un volume dell’Encyclopædia Britannica. Lucu ha riassunto in maniera chiara e sgurzosa molte delle cose che ti avrei voluto dire (qui e qui). Io mi limiterò a mettere sul tavolo alcune questioni, col solo scopo di dare un quadro approssimativo della complessità del problema, e per farlo sarò costretto a semplificare in maniera eccessiva argomenti che meriterebbero di essere sviscerati.

La tua concezione di opera d’arte è molto simile alla radicalizzazione in ambito letterario (operata negli Stati Uniti dagli Yale Critics) del cosiddetto “decostruzionismo filosofico” il cui teorizzatore massimo è tal Jacques Derrida. Derrida sostiene che non c’è vero senso in un testo. Nel momento in cui noi stabiliamo un rapporto di qualsiasi tipo con un testo (il testo in questo caso può essere un libro, un film, un quadro o un altro essere umano), definiamo il senso in modo arbitrario, per il semplice fatto che non abbiamo la possibilità di colmare l’infinita distanza che c’è tra noi e il progetto dell’autore. D’altronde, anche se ci riuscissimo, questo non ci servirebbe, perché la felicità dell’interpretazione di un testo dipende in primo luogo dalla possibilità di comprenderne la “storia degli effetti” (ma qui è meglio lasciar perdere perché il discorso si complica in modo notevole).

Paul de Man ed Harold Bloom, le due personalità maggiori fra gli Yale Critics, hanno portato alle estreme conseguenze questo ragionamento. Per de Man un testo è un “self-reflecting mirror”, la decostruzione in ambito interpretativo è contenuta già all’interno dell’opera. Bloom afferma che l’unico modo di interpretare una poesia (ad esempio) è quello di ricorrere ad un’altra poesia, ovviamente delegittimando tutti i tentativi di critica interpretativa basati su parametri più o meno oggettivi (critica strutturalista, retorica ecc.) o sull’analisi di quello che l’autore ‘intendeva dire’ (critica psicologica ecc.). Insomma, in termini più semplici: un’opera d’arte è e contiene ciò che il fruitore vi vede, non ciò che il creatore, consciamente o inconsciamente, vi ha messo. (Oblomov) Non solo non è importante l’intenzione dell’autore, ma anche il testo in sé, prescindendo dal legame con un presunto autore, non è interpretabile secondo canoni più o meno ‘oggettivi’, ma solo attraverso la sensibilità del singolo fruitore, sensibilità che può mutare nel corso del tempo e portare lo stesso fruitore a formulare infinite interpretazioni dello stesso testo.

Umberto Eco, anche se in un ambito diverso (quello semiotico) aveva teorizzato una cosa simile in un suo testo del 1962, Opera aperta. In OA Eco afferma, in parole povere, che se l’autore dà all’opera il significato A, mentre il lettore vi scorge il significato Z, allora Z è il vero significato dell’opera. Qualsiasi opera è “aperta”, appunto, a tante interpretazioni quanti sono gli interpretanti. Il guaio, però, è che questa teoria (sia in ambito ermeneutico che semiotico), per quanto sia molto affascinante, perché con la sua anarchia è in grado di titillare le corde emotive più recondite dell’animo umano, è carica di molteplici contraddizioni e punti oscuri, perché non spiega nulla, e si limita a presupporre e a dare per scontate cose che non lo sono affatto. Non solo. A causa dei diversi tipi di decostruzionismo sfrenato (c’è anche quello di ascendenze ‘romantiche’, molto simile al tuo), nel corso degli ultimi decenni si è di gran lunga oltrepassato il limite della umana ragione, raggiungendo vertici ineguagliabili di follia interpretativa (qualche anno fa ho letto, in un libro di ‘psicologia della comunicazione’, una lettura delle opere di Kubrick in cui si sosteneva che i film del Maestro altro non erano che una sublimazione del conflitto edipico latente del regista, e questo per l’autore era di una “evidenza disarmante”, perché nel vederli lui stesso era stato risucchiato nel proprio complesso edipico).

Lo stesso Eco, qualche anno fa, si è reso conto che questa deriva interpretativa aveva raggiunto i vertici del non-sense, e si è sentito in dovere di scendere di nuovo in campo con un altro saggio, I limiti dell’interpretazione (1991), per cercare di arginare l’anarchia della lettura soggettiva dei testi e porre delle basi minime, dei “paletti interpretativi”. La libertà interpretativa ha senso solo in rapporto a “certe regole del gioco”, per usare le parole di Eco. Quando ci troviamo di fronte ad un testo, è necessario seguire alcune regole, perché la nostra interpretazione, soggettiva ed emotiva quanto si vuole, possa essere comunque definita “accettabile”. Una di queste è il rispetto per il testo letterale: se un autore scrive “ieri ho mangiato la pizza”, non posso leggere in queste parole il fatto che l’autore non sopporta i cori russi, se non tradendo il testo e trasformando quella che voleva essere una interpretazione in qualcosa di totalmente diverso. Un’altra è la isotopia semantica pertinente, ovvero, in parole povere, quello che viene comunemente definito contesto. Se leggiamo un testo cinese del medioevo (ma l’esempio vale anche con un film americano degli anni ’80), siamo naturalmente portati a conferire un senso diverso (un maggior senso) al testo in questione, perché abbiamo un modo di vedere le cose totalmente differente (per diversità socio-culturali) e possediamo molte più nozioni di quelle che possedeva l’autore; interpretiamo quindi sulla base di conoscenze che l’autore non possedeva. Così facendo, noi non interpretiamo soggettivamente alcunché, ci limitiamo piuttosto ad operare una manipolazione, una deformazione più o meno inconscia dell’opera.

Quindi, per concludere, chiunque ha il diritto di leggere in un testo tutto quello che gli pare, ma non può pretendere che vada bene qualsiasi interpretazione perché ‘colui che conferisce il senso ad un testo è il fruitore’. Il fruitore fruisce a modo suo, ogni essere umano è un labirinto unico e non esisterà mai qualcuno che interpreterà lo stesso testo alla stessa maniera. Ma il testo è lì, è qualcosa di estraneo e alieno, non dipende dalle nostre menti. Ha una sua rigidità. È stato costruito da un autore in un determinato contesto, non dalla comunità dei fruitori. Segue delle regole, anche se noi non le vediamo. Ecco perché è impossibile dire quale sia la migliore interpretazione di un testo, ma è possibile dire quali siano quelle sbagliate. Tu sei liberissimo di vedere nei film di Fassbinder una parodia mal riuscita dell’Ispettore Derrick o un omaggio a Totò nei film di Bunuel, ma ciò non toglie che le cose stiano oggettivamente in modo diverso.

Che dire?

Mercoledì scorso, dopo giorni e giorni di lunga ed estenuante attesa, sono finalmente riuscito a vedere la seconda parte di Kill Bill, la scatola colorata di cereali al gusto di celluloide (slurp) fatta esplodere da Tarantino qualche mese fa. Che dire? Alcuni miei amichetti me ne avevano parlato male, in rete avevo letto molte recensioni negative o così cosà. Molti l’avevano trovato noioso, molti altri inutilmente pretenzioso e/o presuntuoso. E invece no. Non solo Kill Bill Vol. 2 è all’altezza del Vol. 1 (ebbene sì, ho linkato per la milionesima volta la mia recensioncina, sono davvero una faccia di bronzo), ma sotto molti aspetti gli è superiore, fermo restando che non si tratta affatto di due film, ma di due parti di un’opera unica (in realtà sono due film, ma messi insieme fanno un solo film. Anzi no, anzi sì. Oh, ma che volete da me?). In Vol. 2 Tarantino dà libero sfogo alla sua fantasia espansa da divoratore di cinema di genere, ogni singola scena trasuda amore puro per un certo tipo di Cinema, per una certa idea di Cinema, ma per capirlo bisogna essere sulla sua stessa lunghezza d’onda, svestire i panni di fruitori del film ed entrare dentro la sua mente ipercinetica.

Per apprezzare Vol. 1 bastava sedersi sulla poltroncina del cinema dopo essersi iniettati una doppia dose di sospensione dell’incredulità, staccare la spina e godersi il frullato impazzito al gusto di LSD, ipercitazionistico e (apparentemente) bidimensionale. In Vol. 2 Tarantino cambia registro, decide di trasformare il patchwork multicolor di serie b in un raffinato tappeto persiano (un fottuto tappeto persiano da 50.000 fottutissimi dollari del cazzo, direbbe zia Molly), solo che non lo mostra in maniera esplicita, non dice a chiare lettere che il suo film non è un semplice giocattolino. No, il prezioso tappeto persiano è mascherato da tappeto finto-persiano da quattro soldi (è come il Vol. 1, solo un po’ più lento e sfilacciato e con dialoghetti pseudofilosofici messi per allungare il brodo, ha detto qualcuno). Guardando più attentamente, però, ci si accorge che il tappeto è fatto troppo bene per essere finto.

Quentin dà spessore ai suoi personaggi, trasforma le vignette del fumetto pulp bidimensionale in squarci a tre dimensioni della sua fantasia, delle sue idee, della sua Idea di Storia e di Trama, della sua Concezione di Cinema. E il bello è che questo mutamento di registro ha effetto retroattivo, ci permette di vedere con occhi diversi anche la prima parte, ci dà gli strumenti per capire cosa si celava dietro gli infiniti ammiccamenti e le innumerevoli strizzatine d’occhio citazionistiche. No, non si tratta di semplici citazioni, né di omaggi (né tantomeno di plagi, come qualche sciocchino ha osato sostenere) al kung-fu movie, all’italian-giallo (come lo chiama lui), allo spaghetti western e a chissà cos’altro. Non si tratta nemmeno di un divertissement, un pastiche potmoderno confezionato da Quentin per far divertire gli spettatori ma soprattutto se stesso. No. Kill Bill, nella sua interezza, è una costruzione mitopoietica. Perfetta, senza sbavature. E’ la costruzione di un Mondo, o meglio la costruzione della Visione di un Mondo, un Mondo in cui ogni pezzo pare giustapporsi agli altri in modo casuale ed invece è giusto che sia lì e lì soltanto. E’ tutto quello che… vabbè, adesso sto esagerando. In parole povere: Kill Bill è bellissimo e se non vi è piaciuto siete dei frollocconi.

Chi è zia Molly?

Un giorno, quando la procrastinazione destrutturata che mi contraddistingue mi concederà un attimo di tregua, tradurrò il testo di John Perry sulla procrastinazione strutturata (vi scongiuro, non fatelo voi prima di me, ne va della mia già miserrima autostima, e poi è una questione di principio, ma soprattutto questa parentesi sta diventando troppo lunga ed è meglio che mi fermi qui). Nel frattempo, la pigrizia, l’accidia, l’indolenza, l’ozio e il dolce cincischiare apatico caratterizzano pressoché tutte le mie giornate. Il guaio è che ho troppe cose da fare, troppe, ma davvero troppe, troppe che più troppe non si può (ma che diavolo di parola è troppe?) e di fronte all’impossibilità di farle tutte, per non far torto a nessuna e non sentirmi in colpa, non faccio un beneamato niente. Da non trascurare, poi, nel quadro generale della mia disastrata esistenza, la Legge di Murphy con tutti i suoi corollari (fottutissimi corollari del cazzo, direbbe zia Molly). Insomma. Ecco.

Ieri mi sono svegliato alle 7.31. E’ stata una fatica immane svegliarmi così presto, cavolo, uno sforzo indicibile (un fottutissimo sforzo del cazzo, direbbe zia Molly). Mi sono svegliato alle 7.31, mi sono alzato alle 7.32 e ho vissuto l’ennesima giornata assurda e sopra le righe e surreale e stupida e monotona al tempo stesso. Una giornata caratterizzata da annichilimenti continui dovuti allo stupore scemo che mi accompagna costantemente quando mi trovo di fronte alle innumerevoli facce cangianti di questo bizzarro e incomprensibile pianeta disperso in un ancor più bizzarro e incomprensibile universo (un fottuto pianeta del cazzo in un cazzo di fottuto universo cazzoso, direbbe zia Molly). Insomma, ecco, nell’elegante nonché fica forma dell’elenco puntato, le cose che ho fatto il 22 aprile del 2004, all’età di 24 anni, 10 mesi e 5 giorni (fottuta età del cazzo, direbbe ormai sapete chi):
Ore 8.10: posteggio, compro una scheda valida per un’ora di parcheggio alla modica cifra di 52 centesimi. Dovrebbe esserci una lezione dalle 8 alle 10, di solito la professoressa arriva alle 8.15. Entro in aula alle 8.16. La professoressa non c’è. Faccio il cretino con una ragazza di cui non ricordo il nome, con un ragazzo di cui non ricordo il nome e con un’altra ragazza di cui non ricordo il nome (ma ricordo che è di Vittoria e che va spesso a fare shopping nel negozio della zia della mia ragazza).
Ore 9: Entra un signore anziano dallo sguardo vacuo, il passo strascicato e la cravatta arancione (in realtà non ricordo il colore della cravatta ma ricordo benissimo di esser rimasto colpito dall’ardito accostamento cromatico giacca-cravatta) il quale afferma solennemente: “niente lezione oggi, figliuoli“.
Ore 10-11: Incontro, nell’ordine: Luca, Mara, Danilo, Tea, Floriana, Valentina. Faccio il cretino logorroico con tutti, alternando momenti di buffa demenzialità ad attimi di insulsa demenza. Sternutisco (preferisco sternutire a starnutire perché una volta lessi sternutire in una storia di Topolino e io amo Topolino e ci sono affezionato e ne ho più di 1000 a casa e poi sternutire è più colto e basta). In realtà non sternutisco mai ma mi soffio il naso in continuazione. Parlo di depilazione e pena di morte e di un faretto che sembra uno specchio e di tante sciocchezze variegate con Floriana, mentre Valentina fa un esame. Comincio ad essere lievemente stressato.
Ore 11.30: Mi ricordo della macchina posteggiata con la scheda scaduta da oltre un’ora e corro in piazza Dante con Floriana e Valentina per sostituire la scheda ma trovo due signore orride grasse sfatte, con la bava alla bocca, gli occhi iniettati di sangue, i canini sporgenti e uno schifosissimo cappello da baseball blu sulla testa, loschi scherani della Sostare Mafia Enterprise che con un ghigno malefico mi mostrano il lurido pezzo di carta con la contravvenzione di euro 19,90. Vaffanculo, penso, vaffanculo. Poi ci ripenso e penso vaffanculo, finché un altro profondissimo pensiero attraversa di nuovo la mia mente: vaffanculo.
Ore 11.50: Mi dirigo con Valentina e Floriana verso un piccolo bar che ha il carinissimo nome di Baretto (che cazzo di nome minchione del cazzo, direbbe zia Molly). Mi lamento un po’ perché qui in Italia nessuno conosce Northern Exposure (il più bel telefilm di tutti i tempi) ed a causa di questa ignoranza le signore grasse col cappello da baseball blu fanno la multa ai poveri Sim Dawdler che posteggiano in piazza Dante. Fottuto stress in aumento.
Ore 12-13: Passo il mio tempo seduto al tavolinetto del Baretto con Valentina, Floriana e un tizio di nome Rocco. Il suddetto tizio non sopporta il fatto che io mi comporti come un cretino logorroico, ha un cerottone sulla fronte bianco-bianco e un paio di occhiali da sole neri-neri e scrive per Tribenet che pronuncia così come è scritto e parla di musica con Floriana ed è insofferente al sottoscritto e dice che questo per lui non è un bel periodo e mi insulta bonariamente in modo da farmi credere di non essere davvero insofferente. Poi arriva Laura, con gli occhiali da sole anni ’70 e la maglietta arancione e verde e faccio il cretino anche con lei, faccio il cretino con tutti e sternutisco e mi siedo e mi rialzo. Vado a prendere una limonata e sono sovrappensiero e fisso con lo sguardo torvo un bambino. Suo papà gli dice “non aver paura del signore che ti guarda male” e io allora mi sento in colpa e chiedo scusa e dico che ero sovrappensiero e faccio il cretino anche col bambino e col papà e con la tipa dietro il bancone e con Floriana e Valentina e Laura e Rocco che è sempre più insofferente. Faccio il cretino con tutti, Laura dice che sono una primadonna, ho i capelli che sembrano sporchi perché li ho lavati con lo shampoo per capelli secchi anziché con quello per capelli grassi. Sternutisco (in realtà non sternutisco… mi piace scrivere sternutisco, sternuto, sternutire e varianti, ma mi limito semplicemente a soffiarmi il naso), rubo i fazzoletti a Floriana, lei se ne va, compro un pacchetto di fazzoletti, faccio il cretino, sternutisco. E’ tardi, ciao ciao noi andiamo a mangiare arrivederci e grazie.
Ore 13-15: Arrivo a casa, sono solo. Mangio le Insalatissime Rio Mare con vaschetta ed isy-pil, tanto tonno e verdurine da gustare come vuoi. Cerco di addormentarmi e invece guardo un documentario sui serpenti e rimango annichilito nonché basito nonché esterrefatto di fronte all’immagine di un serpentello giallo su un fiore rosa che fagocita un uccellino simile ad un colibrì e penso alla biodiversità e alla stranezza di tutto a Philip Dick e al gatto ammazzato di cui parla in Valis, agli Gnostici, a questioni ontologiche, al solito Velo di Maya e poi cambio canale e c’è un documentario su Dean Martin e Jerry Lewis e povero Jerry Lewis è invecchiato tantissimo, sta male, ma soprattutto è gonfio da far paura, sembra la caricatura di se stesso, sta scoppiando per via di una malattia e mi addormento, e succedono tante altre cose ma non mi va di continuare. Fottuta giornata del fottutissimo cazzo, direbbe zia Molly (ma chi è?).

mano tesa spiaccicata sospesa – altered states

Io sono quel che sono. Ego sum qui sum. An axiom of hermetic philosophy, direbbe Madame Blavatsky. Sono quel che penso di essere, sono come mi costruisco, sono l’immagine, l’artefatto, il castello di carte, il puzzle da 3 miliardi di pezzi comprato al mercatino delle pulci. Qual è il mio IO di default? Quale divinità maligna ha concepito la struttura del cosmo? L’universo è davvero in espansione o si contrae lentamente? Ci sarà il Big Crunch, l’enorme pacco di cornflakes al cioccolato che tutto fagociterà? Ogni notte il mio Io parcellizzato si ritrova all’interno di sogni elaboratissimi e sfibranti e mi stanco e mi affatico e mi faccio male come un pugile sul ring, soffro e mi dimeno, mi sveglio logoro e consunto come lo zerbino davanti alla porta di una taverna di pirati ma dopo cinque minuti dimentico quasi tutto… cazzo di risveglio. La colpa è solo e soltanto della mia linea del Buddha, la simian line che mi rende chiaroveggente e telepate ma che secondo alcuni scienziati è davvero una bad thing, un segno nefasto e funesto, presagio di sventure psichiche e fisiche, una brutta cosa che hanno i down e le scimmie, e chi se ne frega se ce l’avevano pure John Steinbeck, Buddha ed Henry Miller. Una anomalia genetica, una linea unica, cuore e mente fusi nella mano destra, un sinolo schizoide che mescolato con la visione continuata della trash-tv nel corso degli anni ’80 ha prodotto in me un incredibile cortocircuito. Allora alle 4 del mattino di un giorno qualsiasi ho teso la mano sul piano dello scanner, mi sono girato per evitare il fascio di luce e l’ho scannerizzata. Mano tesa, spiaccicata sul piano, effetto guancia che sbatte su vetro. La pelle poggiando su una superficie piana si allarga, si sforma, si deforma, si plastichizza, si ponghizza. Niente, il risultato non mi piaceva. Ho riscannerizzato la mano cercando di tenerla sospesa in aria (senza riuscirci, se non in parte) a pochi millimetri di distanza dal piano spiaccicante dello scanner per tutto il tempo (infinito) della scansione scannerizzazione scannamento. Ok, il risultato era decente anche se non sufficientemente realistico dato che la mia mano era stata colta in una posizione falsa, di innaturale rigidità. Ho aperto Photoshop, ho selezionato un effetto a caso, mi ha fatto schifo; ne ho selezionati altri due, idem. Il quarto effetto invece era perfetto, luci, ombre, linee e punti sulla mano. Ok, salvato. E il resto è storia.

I Malkut

  • Se fate diventare il due uno e quello che è interno come quello che è esterno e l’esterno come l’interno e ciò che è sopra come quello che è sotto e se fate del maschile e del femminile una cosa sola, così che il maschile non sia maschile e il femminile non sia femminile, se mettete più occhi al posto di un occhio e una mano al posto di un’altra mano e un piede al posto di un altro piede, un’immagine al posto di un’altra immagine, allora entrerete nel regno. Vangelo di Didimo Toma

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