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Ruotare il mare per ricominciare a vedere

Le cartine del Mar Mediterraneo fanno parte del nostro orizzonte culturale dai tempi delle elementari, tant’è vero che la gran parte di noi non ci fa più nemmeno caso. Sono banali come un poster di Trainspotting nella cameretta di uno studente fuori sede del 1997. Il nostro sguardo è sovraccarico di pigrizia mentale e sovrastrutture concettuali. Quando eravamo piccoli ci hanno insegnato che esiste una cosa chiamata Europa e un’altra chiamata Africa, che comincia sotto il Mediterraneo. L’Africa è sud in senso fisico, geografico, metaforico, concettuale e financo spirituale. L’Africa è terzo mondo, luogo di fame, guerre e disperazione. È quella terra enorme che sta in basso, relativamente vicina ma in realtà lontanissima, in cui vive gente strana e diversa che disperatamente cerca di salire, di venire su a nord per sfuggire alla barbarie e raggiungere la civiltà.

Noi esseri umani tendiamo ad abituarci a qualsiasi cosa; il fatto di avere il cielo sulla testa e la terra sotto i piedi è così naturale che se domattina trovassimo tutto spostato di novanta gradi resteremmo sconvolti (e per la prima volta ci accorgeremmo dell’assurdità del cielo e della terra). Modificare il punto di vista serve principalmente a questo: tornare a vedere le cose. L’Africa c’è, esiste, è enorme e incombe lì a occidente. Perché quasi tutti gli abitanti della costa est possono muoversi liberamente mentre quelli della costa ovest sono costretti a imbarcarsi clandestinamente, rischiando di morire, per raggiungere l’altra parte del mare? Algeria e Tunisia sono così vicine che sembrano quasi sul punto di cascare sulla Sicilia. Tutto appare nuovo, diverso, e quindi torna a essere interessante. Non è più una massa indistinta. L’Africa non è un enorme concetto astratto che comincia a sud del sud, non sembra neanche un altro continente. E pure Israele, Libano, Siria e Turchia non appaiono più come qualcosa di lontano, ma diventano parte integrante del Mediterraneo, questo mare stretto e lungo che unisce tre continenti e in realtà è un’unica entità geografica e culturale, un mini continente a sé stante i cui popoli condividono secoli di storia e cultura.

Se è vero che la mappa non è il territorio, è altrettanto vero che ruotare le mappe può farci tornare a vedere territori dimenticati.

Il tuo müesli

Il tuo müesli non ti tradisce mai. È lì, ti aspetta dentro la credenza lilla della cucina. Ti vuole bene, ti ama, esiste per renderti felice. La mattina versi il latte freddo nella tazza, prendi il grosso cucchiaio made in Taiwan e cominci a mangiare i croccantissimi agglomerati di cereali con cioccolato fondente e nocciole. Sono ricchi di vitamine, fibre e sali minerali, ti danno tanta energia e voglia di fare. Li mangi come se non ci fosse un domani, come se la tua intera esistenza fosse racchiusa in quel sublime atto di masticazione e deglutizione, deglutizione e masticazione. Un loop infinito di piacere. Chomp chomp chomp, rapimento estatico, chomp chomp chomp.

muesli

Alcuni cereali si incastrano tra i denti, altri finiscono in fondo alla tazza. Cerchi di prenderli col cucchiaio, non ci riesci. Chomp chomp chomp, nella tua mente scorrono canzoni di Ivan Graziani e Aphex Twin. Fissi la poltiglia di latte e cereali e pensi all’ultima puntata di BoJack Horseman, alle radici osservate da Roquentin, a quella formica che hai schiacciato inavvertitamente. I cereali si gonfiano, si spaccano, si disgregano e poi tornano insieme. Assumono forme strane, ti guardano, ti deridono. Li colpisci col cucchiaio, cerchi di annegarli ma sono immortali. Prendi la tazza con entrambe le mani e la spacchi contro il muro con tutta la forza che hai. La tazza esplode come una supernova e i frammenti finiscono ovunque: sulla tovaglia ricamata, tra le dita dei piedi e soprattutto lì, in cielo. Liberi e felici frammenti di tazza fluttuanti nel blu. Il tuo müesli ribolle e poi evapora. Vai a fare una doccia calda.

Breve elenco di cose interessanti

Il motore a scoppio, la vita negli abissi dell’oceano, i capelli cotonati, un pipistrello, la canna di un fucile, la tastiera di questo computer, il sapore di un’albicocca, le mie mani, le unghie di Borges, lo zucchero a velo, la nascita, i fumetti, gli origami, gli scimpanzé, il cervello di Mozart, i pensieri di un serial killer.

E poi: i denti, la plastica, il passato, l’espansione dell’universo, l’evoluzione, i pensieri di un delfino, la torta Sacher, l’antimateria, la morte, una femmina di pterodattilo e i suoi cuccioli, la biodiversità, gli orologi da polso digitali, le molecole, le bollicine, il brodo primordiale, la sabbia finissima, i fotoni e i batteri, la rappresentazione, il DNA, l’Arbre Magique®.

E ancora: lo scheletro di Kant, la polvere cosmica, il mal di pancia e le onde elettromagnetiche, il sesso, i fiori, la pop art, il big bang, lo spazio-tempo, la volontà, il guscio delle noci.

Margarita 1:1:1

[33% tequila] Martin Mystère, Sherlock Holmes, il capitano Nemo, Phileas Fogg. Intelligenza, scaltrezza, cultura, arguzia, senso dell’umorismo. Viaggi in giro per il mondo alla scoperta di antichissimi resti di ominidi, ricerche genetiche sensazionali, riflessioni filosofiche rivoluzionarie, rinvenimenti incredibili, barba incolta, capelli brizzolati, giacca di tweed, convegni alla Columbia University, avventure, libri, mappe, donne, una borraccia piena di vino caldo. Peli, barba, ossa sporgenti, pomo d’adamo, testosterone, aggressività. Sfida.

Tequila

[33% Triple Sec] Charlie’s Angels, Diana Lombard, Lamù, Yu. Profondità, bellezza, meraviglia, disegni sulla schiena con le dita. MacBook bianco, gelato alla panna, pubblicità colorata dell’Ikea, marshmallow, il vestito rosso sulla pelle nuda. Brividi anche se fa caldo, forme smussate, libertà di fare quello che si vuole, mancanza di obiettivi specifici, matite colorate, maglioni sformati, rotolarsi sul prato, Amélie che fa le linguacce allo specchio, una tazza di tè al cardamomo. Erotismo, piacere, sinuosità, serenità, comprensione, pace. Raccoglimento.

Triple Sec

[33% lime] L’immarcescibile speranza di capirci qualcosa. Stupidi cliché e strani simboli intrecciati, pulsioni e astrazioni mescolate. La consapevolezza che tequila e Triple Sec non esistono. Il visconte dimezzato in realtà è un cavaliere inesistente. Non ci sono Yin e Yang per te in questa prateria, bambina. Non giocare a indiani e cowboy, lascia perdere la battaglia di Little Bighorn fra Es e Super-Io. Tanto sai già come finirà la guerra. O no? Corri, è l’unica cosa che puoi fare.

Lime

[Preparazione] Mettere tutto in uno shaker con ghiaccio, scuotere energicamente, versare nel bicchiere. Fissare per un tempo indeterminato. Immaginare il sapore. Non bere.

Semiosi illimitata

Nulla esiste per essere solo quello che è. Le rughe sul volto di quella sconosciuta hanno lo stesso sapore della carta screpolata dei vecchi giornalini, sono gli anni ’70 e i film con Elliott Gould. I tuoi occhi mi fanno pensare alle querce, alla costellazione di Orione, ai biscotti con la marmellata di more. I segnali stradali diventano cerchi colorati sulle confezioni dei cereali. Sento i granelli di zucchero sotto la lingua e penso a quel giorno di giugno sull’Etna, la bocca rossa di gelsi e il muretto in pietra lavica sotto i polpastrelli. Leggo Tropico del Cancro e rivedo quella foto in bianco e nero, quella che non è mai stata scattata.

non si spiega

Mentre corro mi sento sott’acqua, scendo in profondità e mi manca il fiato. Le curve dei tuoi fianchi assomigliano a Pink Moon di Nick Drake, quella mela invece ha il sapore di Janis Joplin. Il salotto è una giungla e i tappeti bianchi sparsi sul pavimento sono le isole Molucche; ho il pigiama a rombi e i calzini troppo larghi, la penna multicolor è la fiocina con cui affronto gli squali. I baci che mi dai sono la granita di mandorle, il sole che brucia, le spalle su un muro scrostato e gli occhi verso il mare. Ed è come essere sull’Empire State Building e osservare Central Park. Ogni cosa è incomprensibile, ogni cosa è qualcos’altro.

I Malkut

  • È arrischiato pensare che una coordinazione di parole (altra cosa non sono le filosofie) possa somigliare all’universo. Jorge Luis Borges

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