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Tag: Borges

Zahir.net

A Ginevra, nel 1993, lo Zahir finì nelle mani di un informatico londinese. Era una ragnatela. Nel febbraio del 2004 fu trovato da un giovane studente di Harvard, che lo vide sotto forma di una ‘f’ immersa nel blu. Alcuni sostengono che oggi lo Zahir abbia assunto l’aspetto di piccoli monoliti neri, oggetti di pochi centimetri in grado di contenere infinite tigri. Forse sta avvenendo quanto paventato da Borges. Tra non molto lo Zahir sarà ovunque. Per tutti lo Zahir sarà l’unica e sola realtà. Chi non vedrà lo Zahir, non vedrà nulla. Chi non avrà lo Zahir o non farà parte dello Zahir, cesserà di esistere.

«A Buenos Aires lo Zahir è una moneta comune, da venti centesimi; graffi di coltello o di temperino tagliano le lettere NT e il numero due; 1929 è la data incisa sul rovescio. (A Guzerat, alla fine del secolo XVIII, fu Zahir una tigre; in Giava, un cieco della moschea di Surakarta, che fu lapidato dai fedeli; in Persia, un astrolabio che Nadir Shah fece gettare in mare; nelle prigioni del Mahdí, intorno al 1892, una piccola bussola avvolta in un brandello di turbante, che Rudolf Carl von Slatin toccò; nella moschea di Cordova, secondo Zotenberg, una vena nel marmo di uno dei milleduecento pilastri; nel ghetto di Tetuàn, il fondo di un pozzo.) Oggi è il tredici di novembre; il giorno sette di giugno, all’alba, lo Zahir giunse alle mie mani; non sono più quello che ero allora, ma ancora mi è dato ricordare, e forse narrare, l’accaduto. Ancora, seppure parzialmente, sono Borges.

[…]

‘Zahir’, in arabo, vuol dire notorio, visibile; in questo senso è uno dei novantanove nomi di Dio; la gente, in terra musulmana, lo usa per “gli esseri e le cose che hanno la terribile virtù d’essere indimenticabili e la cui immagine finisce per render folli gli uomini.” La prima testimonianza indubbia è quella del persiano Luft Alì Azur. Nelle diligenti pagine dell’enciclopedia biografica intitolata “Tempio del Fuoco”, quel monaco poligrafo ha narrato che in una scuola di Shiraz v’era un astrolabio di rame, “costruito in tal modo che chi lo guardava una volta non pensava più ad altro e così il re ordinò che lo gettassero nel profondo del mare, affinché gli uomini non obliassero l’universo.” Più ampia è la relazione di Meadows Taylor, il quale servì il ‘nizam’ di Haidarabad e scrisse il famoso romanzo “Confessions of a Thug”. Intorno al 1832, Taylor udì nei sobborghi di Bhuj l’insolita espressione “aver visto la Tigre” (‘Verily he has looked on the Tiger’), per significare la pazzia e la santità. Gli dissero che si alludeva, con quella locuzione, a una tigre magica, ch’era stata la perdizione di quanti l’avevano vista anche da lontano, perché tutti, da quel momento, avevano pensato incessantemente ad essa, fino alla fine dei loro giorni. Qualcuno disse che uno di quegli sventurati era fuggito a Mysore, e là aveva dipinto, in un palazzo, la figura della tigre. Alcuni anni dopo, Taylor visitò le carceri di quel regno; nel carcere di Nittur, il governatore gli mostrò una cella, dove sul pavimento, sui muri e sul soffitto un fachiro musulmano aveva disegnato (in rozzi colori che il tempo, invece di cancellare, affinava) una specie di tigre infinita. Quella tigre era fatta di molte tigri, in modo vertiginoso; l’attraversavano tigri, era tagliata da tigri, comprendeva mari, Himalaya ed eserciti che parevano rivelare altre tigri.

[…]

Prima del 1948, il destino di Giulia m’avrà raggiunto. Dovranno alimentarmi e vestirmi, non saprò se è sera o mattina, non saprò chi fu Borges. Chiamare terribile un tale futuro è un errore, giacché nessuna delle sue circostanze mi toccherà. Tanto varrebbe sostenere che è terribile il dolore di chi, sotto anestesia, ha aperto il cranio. Non percepirò più l’universo, percepirò lo Zahir. Secondo la dottrina idealista, i verbi ‘vivere’ e ‘sognare’ sono rigorosamente sinonimi; di migliaia di apparenze, me ne rimarrà una; da un sogno molto complesso, passerò a uno molto semplice. Altri sogneranno che sono pazzo; io, lo Zahir. Quando tutti gli uomini della terra penseranno, giorno e notte, allo Zahir, quale sarà il sogno e quale la realtà, la terra o lo Zahir?»

Jorge Luis Borges, Lo Zahir, in L’Aleph (1949), trad. it. di Francesco Tentori Montalto

Krisis

Sono in crisi, come sempre. Non preoccupatevi, non sto male. Siete carini a preoccuparvi per me. Mi sento tanto amato, davvero. Non sto neanche bene, certo, ma il mio non stare bene non dipende dall’essere in crisi. Chiaro, no?

No?

Per spiegarvi cosa intendo potrei dirvi che in cinese c’è una parola, wēijī, che significa al tempo stesso “crisi” e “opportunità”. Lo farei, se fosse vero, ma non lo è. Vi dico invece che krisis in greco antico significa “scelta”. L’etimologia della parola non è peregrina, ma ne contiene l’essenza semantica: chi è in crisi soffre, ma nel momento stesso in cui soffre sa già che a un certo punto avrà la possibilità di uscire dallo stato di sofferenza. Come? Compiendo delle scelte che gli consentiranno di attraversare e superare la crisi (che è, per l’appunto, il momento delle scelte). Non solo: la crisi, di solito, giunge quando siamo pienamente consapevoli della drammaticità delle decisioni da prendere, quando sappiamo di trovarci di fronte a un bivio (o a molti bivi) e ci rendiamo conto che una volta imboccata una strada difficilmente avremo la possibilità di tornare sui nostri passi.

“Sto vivendo una crisi e una crisi c’è sempre ogni volta che qualcosa non va”, cantavano i compianti Bluvertigo. Ma c’è sempre qualcosa che non va. Sempre. “Molto spesso una crisi è tutt’altro che folle, è un eccesso di lucidità”. Già, si è in crisi perché consapevoli della problematicità della propria condizione, dei rischi potenziali da affrontare, delle possibili disillusioni e dei probabili disinganni. A condurre alla crisi è la percezione chiara delle cose. Essere in crisi, in altre parole, significa sapere di avere in mano solo un pezzo di un puzzle da diecimila pezzi trovato dentro un pacchetto di patatine gusto pizza. Per mettere insieme tutti i pezzi dovremmo passare la vita mangiando patatine gusto pizza; il che, ne converrete, non è fattibile (anche perché le patatine gusto pizza non fanno bene all’organismo). Ed ecco il paradosso: a volte la crisi diventa insuperabile (come il tonno) e il momento delle scelte si dilata a dismisura, sino a coprire l’arco di un’intera esistenza. È un cul de sac, un loop infinito, un uroboro, un cane che si morde la coda, un pinguino che scivola sul ghiaccio (no, che c’entra il pinguino?)

Io, dicevo, sono in crisi perenne (che culo), ma esistono anche esseri umani che non lo sono quasi mai. Potrei sbagliarmi, ma secondo me sono la fottuta maggioranza. Il mondo è pieno di gente che sceglie senza scegliere, agisce d’impulso e fa quello che sente senza porsi alcun problema. Queste persone vanno avanti come bulldozer e travolgono tutto con la carica del loro istinto: riescono a essere felici in un modo spontaneo e primordiale, un modo che a me è precluso. Per loro non c’è alcuna differenza fra pensare e agire: fanno quello che pensano e agiscono di conseguenza, senza soluzione di continuità. Se sentono di dover fare una determinata cosa (per star bene, per non soffrire), la fanno e basta, fregandosene di tutti i se e di tutti i ma. La loro è una vita fatta di gesti e azioni: una vita senza crisi. Un po’ li invidio, un po’ no. Che senso ha leggere una poesia, se non sai andare oltre le parole?

In quel preciso momento l’uomo si disse:
che cosa non darei per la gioia
di stare al tuo fianco in Islanda
sotto il gran giorno immobile
e condividere l’adesso
come si condivide la musica
o il sapore di un frutto.
In quel preciso momento
l’uomo stava accanto a lei in Islanda.

Jorge Luis Borges

[Riflessione postelettorale] Le unghie

Il Popolo della Libertà ha stravinto le elezioni e Silvio Berlusconi si appresta a diventare per la terza volta presidente del consiglio. La Lega ha fatto boom, superando l’8% su scala nazionale e andando addirittura oltre il 30% in diverse cittadine del profondo nord. Il Partito Democratico non ha sfondato e la Sinistra Arcobaleno ha fatto harakiri ed è quasi scomparsa. Tutto questo mi spinge a pormi un paio di domande e a fare alcune considerazioni.

Cosa sono le unghie? Per lo Zingarelli l’unghia è una «produzione cornea lamellare, caratteristica dei Vertebrati terrestri, che riveste l’estremità distale del dito e ha compiti di protezione, appoggio, difesa od offesa, a seconda della specie animale che si considera»; il De Mauro ricorre ad una definizione più sintetica: «struttura cornea presente sull’estremità delle dita dell’uomo e di altri animali»; su Wikipedia, infine, l’unghia è definita «una lamina cornea semitrasparente che ricopre l’estremità delle dita di alcune specie animali», il cui scopo è quello di «facilitare la prensione». Sempre su Wikipedia, inoltre, sono riportati i nomi delle singole parti dell’unghia umana:

  • la lamina o corpo ungueale, che è la parte cornea, composta per la maggior parte da cheratina
  • la radice ungueale, situata al di sotto del corpo
  • il letto ungueale o iponichio, dove la lamina si inserisce nel solco periungueale o perinichio
  • la lunula, estremità biancastra alla base della radice che è la matrice responsabile della crescita
  • la pellicola ungueale, che ricopre parte della lamina all’estremità inferiore

A cosa servono le unghie umane? Come abbiamo visto, pare che il loro scopo sia quello di facilitare la prensione e di proteggere le dita; su un altro sito è possibile leggere che le unghie «contribuiscono in misura sostanziale alla precisione manipolativa della mano» e che esse «conferiscono alla punta delle dita una maggiore sensibilità, grazie alla ricca innervazione del letto ungueale». Le unghie inoltre sono utilizzate dagli umani per grattare oggetti di qualsivoglia natura o parti del corpo, e sono spesso pittate con smalti colorati per rendere più gradevole l’aspetto dei piedi e delle mani.

La parte posteriore della radice ungueale è chiamata matrice ed è formata da cellule che si moltiplicano molto velocemente, producendo una crescita continuativa del corpo ungueale. Le unghie infatti  – sì come i capelli  – crescono costantemente, a dispetto della nostra volontà; se non fossero accorciate regolarmente con tagliaunghie e forbicine (o attraverso la pratica dell’onicofagia), crescerebbero a dismisura e perderebbero completamente la loro utilità, divenendo anzi un impedimento per l’espletamento della maggior parte delle attività quotidiane umane, come allacciarsi le scarpe o mettersi le dita nel naso. L’affascinante signora della foto qui sotto ha avuto l’onore di entrare nell’edizione 2007 del Guinness dei primati per l’incredibile lunghezza delle sue unghie (sette metri e mezzo, nuovo record mondiale).

Vieni che ti faccio un grattino

Noi siamo abituati sin dalla nascita ad avere le unghie, ci conviviamo e siamo circondati da altri esseri dotati di unghie. Questo ci porta a ritenerle una cosa assolutamente normale, parte integrante di quella macchina perfetta che è l’essere umano, microcosmo che racchiude in sé le meraviglie dell’universo. Se proviamo ad allontanarci per un attimo dalle sovrastrutture culturali in cui siamo immersi, però, possiamo renderci conto che le cose stanno in modo completamente diverso. Le unghie dimostrano inequivocabilmente che noi non siamo altro che animali  – frutto di milioni di anni di alchimie genetiche casuali  – e inoltre rendono evidente la nostra stupida sicumera e parzialità nel ritenerci creature dotate di armonia e bellezza.

La vita intelligente si è sviluppata in un certo modo e ha assunto determinate forme nel nostro sistema di riferimento (il pianeta Terra), ma potrebbe aver seguito strade completamente diverse in altre parti dell’universo. Gli scarafaggi non sono abbastanza evoluti per poterci dire che il nostro aspetto li ripugna, ma un giorno – come sostiene Fredric Brown nel mirabile racconto Sentinella – potrebbe capitarci di avere a che fare con extraterrestri disgustati da creature «con solo due braccia e due gambe, quella pelle d’un bianco nauseante, e senza squame». Siamo dei mostri, né più né meno di quanto lo siano esseri con cinquanta occhi e cento tentacoli, solo che non ce ne accorgiamo perché siamo circondati da sempre da altre creature mostruose come noi.

Di fronte all’impossibile libro di sabbia, il protagonista del racconto di Borges afferma quanto segue: « […] capii che il libro era mostruoso. A nulla valse considerare che non meno mostruoso ero io, che lo percepivo con occhi e lo palpavo con dieci dita provviste di unghie». La mostruosa assurdità del nostro corpo, e in particolare di quelle lamine cheratinose poste sulle ultime falangi delle nostre dita, torna spesso nei racconti e nelle poesie di Borges. Di seguito, per concludere, riporto il decimo dei diciassette haiku contenuti all’interno de La cifra:

El hombre ha muerto.
La barba no lo sabe.
Crecen las uñas.

L’uomo è morto.
La barba non lo sa.
Crescono le unghie.

Borges e le unghie della sua mano destra

(Nella prossima puntata: George W. Bush e la deriva dei continenti.)

Confessions of a mysterious mind

Non ho tempo per far nulla, o meglio, ho il tempo necessario per fare un certo qual ragionevole numero di cose, ma io non voglio fare un certo qual ragionevole numero di cose. Voglio fare un enorme, immenso, smisurato numero di cose. Ecco perché, tanto per cambiare, non faccio assolutamente nulla. Chi mi conosce sa che, ogniqualvolta ne ho la possibilità, inserisco all’interno dei miei discorsi-fiume da logorroico impenitente la suddetta questione del tempo che manca. “Ho troppe cose da fare e troppo poco tempo per farle”, dico spesso con gli occhi iniettati di sangue e la bava alla bocca. Prescindendo da tutti i possibili discorsi filosofici sullo statuto ontologico del tempo, sulla inutilità e l’insensatezza di ogni cosa dovuta alla nostra mortalità e su mille altre questioni filosofiche estremamente complesse e affascinanti ma non affrontabili in maniera decente all’interno di un post, il modo in cui il sottoscritto vive il problema è facilmente riassumibile. Basta leggere una vecchia storia di Martin Mystère, Tempo Zero.

Prima Piccola Parentesi: Io e Martin Mystère:

Ho conosciuto il Buon Vecchio Zio Marty grazie al “TV sorrisi e canzoni” (allora mia madre lo comprava tutte le settimane, io adesso preferisco Film TV, sia chiaro), che nell’estate del 1992, quando avevo 13 anni, pubblicò dei mini-inserti staccabili con una serie di racconti a colori dei vari personaggi della Bonelli. Tra questi c’era anche una storia del BVZM, “Il viaggiatore del tempo”. Fu una folgorazione. Cominciai ad acquistare l’albo mensile e recuperai tutti i vecchi numeri. Le storie erano fantastiche ed appassionanti (ultimamente la qualità ha subito un notevole calo, tanto preoccupante quanto prevedibile, ma questa è un’altra storia) e, soprattutto, più veniva approfondita la caratterizzazione psicologica di Martin, più mi riconoscevo in lui. Ancora oggi non riesco a considerare Martin Mystere un semplice personaggio dei fumetti (ed in effetti non lo è, come ha più volte esplicitamente ammesso il suo umile biografo, Alfredo Castelli). I nostri caratteri non sono identici, ma quasi. Le nostre weltanschauungen non coincidono al 100%, ma al 99,9 forse sì. Anch’io come lui sono un ritardatario cronico, anch’io sono un divoratore di libri e ne acquisto un numero impressionante (molti di più di quanti riesca a leggerne), anch’io mi ritengo un entusiastico curioso che possiede il “senso del meraviglioso” (ogni cosa, da una piramide perduta nella foresta dello Yucatan a una fontanella nel vicolo dietro l’angolo di casa, può costituire oggetto di stupore, di riflessione, di stimolo), anch’io ho la naturale tendenza a divagare e ad aprire continuamente parentesi su parentesi all’interno dei miei discorsi (e più in generale in tutto ciò che faccio, scrivo, dico, penso), anch’io ho una particolare propensione a cincischiare in progetti e operazioni che fanno perdere tempo e non rendono denaro (la maggior parte dei cincischiamenti avvengono quando sono talmente in ritardo che non so più da che parte cominciare, cosicché, per non fare torto a nessuno, non comincio affatto). Ci sono un bel po’ di altre cose che mi accomunano a Marty (e in parte, credo, anche al suo umile biografo), ma non vorrei tediarvi oltremodo elencandole tutte. Ovviamente c’è anche qualcosa che mi differenzia dal Buon Vecchio Zio. Ad esempio, non conduco nessuna trasmissione televisiva, non abito in un elegante appartamento a pochi passi da Washington Square a New York, non ho la possibilità di girare continuamente il mondo per salvare le sorti dell’umanità, non ho nessun uomo di Neanderthal per amico, non sono sposato con nessuna donna di nome Diana, non ho nemici-amici del calibro di Sergej Orloff, al momento la mia mente non è stata riversata in nessuno strano marchingegno, etc. Però, in compenso, credo di avere il terzo occhio e ho la linea del Buddha (che lui non ha). (Rielaborazione di una email inviata dal sottoscritto alla BVZM-List nel gennaio 2002.)

Avete letto quel che c’è scritto nella prima piccola parentesi? Sì? Bravi (se non l’avete fatto non siete mica cattivi, solo un po’ meno bravi, sia chiaro). Credo di aver cominciato a riconoscermi nel BVZM proprio dopo la lettura di Tempo Zero. Nelle prime pagine si vede il povero Martin in crisi perché in ritardo sui tempi di consegna di un lavoro. Deve scrivere un libro in quindici giorni e non ha fatto praticamente nulla. Diana e Java si accorgono che c’è qualcosa che non va (Martin ha un’aria corrucciata ed è stranamente silenzioso) e riescono a fargli ritrovare tutta la sua logorrea. Martin confessa le sue debolezze e la sua incapacità di cambiare. Io confesso le mie debolezze e la mia incapacità di cambiare.

Altre 2 vignette e una amara riflessione esistenziale:


Ho paura di tutto, non so fare altro che rimuginare su sciocchezze come un ossesso, sono troppo legato agli altri, mi comporto come se fossi al centro del mondo, come se alla gente importasse tantissimo quello che faccio e quello che dico (mentre in realtà a 99,5 persone su 100 non frega assolutamente nulla) e questo mi porta ad aver paura di “sbagliare”. In realtà sono proprio io lo sbaglio. La mia vita è impostata in modo sbagliato, il mio carattere, i miei comportamenti, tutto in me è costruito male. Si può sempre cambiare, direte voi, miei piccoli lettori, non è mai troppo tardi. Ok, sono d’accordo, infatti è per questo che ancora resisto e sopravvivo, ma dentro di me ho la percezione netta che non cambierò, o quantomeno che non riuscirò mai a cambiare da solo, con le mie sole forze. Ci vorrebbe qualcuno (babbo natale o una fatina buona, l’importante è che non sia l’antipaticissima fata turchina) oppure dovrebbe succedere qualcosa, un evento esterno forte e rigenerante come il bagnoschiuma. (Rielaborazione di una email inviata dal sottoscritto ad una sua amica nel giugno 2003.)

Avete letto quel che c’è scritto nella seconda piccola parentesi? Sì? Bravi (se non l’avete fatto non siete mica cattivi, solo un po’ scemi). L’unica soluzione sarebbe quella di avere più tempo. Se il diavolo o chi per lui mi offrisse un mese di tempo extra, potrei cercare di rimettermi in pari.

Nella storia succedono un’infinità di altre cose (si parla di lussuosi hotel per miliardari, strani casi di combustione umana spontanea, psicanalisi selvaggia and so on), ma non vi racconterò nulla per non tediarvi ulteriormente e per non togliervi la sorpresa nel caso in cui decideste di leggerla. Vi basti sapere che un losco figuro molto simile al diavolo fa davvero al sottoscritto a Martin la proposta che avete appena letto nella vignetta qui sopra. Ma non è questo il punto. Non volevo parlare né di Tempo Zero, né di Martin Mystere. Cosa volevo dire, allora? Qual è il punto? Non so, credo di averlo perso. Mi basterebbe anche un punto e virgola, e pure con una semplice virgola riuscirei ad arrangiarmi. Al momento, però, ho solo tre miseri puntini di sospensione…

Terza Piccola Parentesi: Tutto è Troppo:

Da sempre, sono mosso al desiderio di capire. Devo capire tutto, devo conoscere tutto, è più forte di me. A volte questo mio desiderio mi porta ad agire persino contro i miei stessi interessi o i sentimenti delle persone a cui tengo. Pessoa sosteneva che la letteratura, come tutta l’arte, è la dimostrazione che la vita non basta. Per me TUTTO è TROPPO e non basterebbero nemmeno milioni di vite per fare quello che vorrei fare e per riuscire a capirci qualcosa. Sono travolto dalle infinite cose da fare, dalle innumerevoli cose che chiedono di essere capite. Il tempo non è poco, è ancora di meno. E’ così poco che a volte mi sento mancare il terreno da sotto i piedi e mi fermo.
Dovrei operare delle scelte, ma mi sembra di essere all’interno de Il giardino dei sentieri che si biforcano di Borges, ogni possibile scelta è origine di infinite diramazioni. E allora mi fermo, non faccio nulla, ‘perdo tempo’, risucchiato dal labirinto della mia mente, nel tentativo di capire qual è la direzione giusta. Alla ricerca di un filo d’Arianna da usare lungo la via della conoscenza (e di tutto il resto), smarrisco il tempo e non faccio nemmeno quello che avrei voglia di fare. Sopravvivo nel tentativo di trovare il tempo per rimettermi in pari col caos della mia mente.
(Rielaborazione di un commento inserito nel blog di Elfo Bruno nel maggio 2004.)

Avete letto quel che c’è scritto nella terza piccola parentesi? Sì? Bravi (se non l’avete fatto non siete mica cattivi, solo un po’ stronzi). Quindi, riepilogando: sono un caso disperato. Ho le capacità intellettive per vincere il premio nobel, l’oscar e Miss Italia (soprattutto Miss Italia), ma mi trovo in uno stato di impasse a causa della mia incapacità di gestire il poco tempo che gli dei mi hanno gentilmente concesso. Che fare, quindi? Avrei bisogno di qualcuno che mi facesse rigare dritto, un manager o, ancora meglio, un consigliere spirituale (c’è stato un periodo in cui ho creduto che il buon Oblomov e la cara Grace potessero diventarlo, ma dopo averli visti ballare il tango ubriachi ho cambiato idea). Lancio un appello. Le sorti dell’umanità dipendono da me, è ovvio, quindi aiutatemi. Sono pronto a fare tutto quello che volete che io faccia per aiutarvi ad aiutarmi (suona bene, vero?). Per ora, all’interno della quarta parentesi, mi limito a stilare un elenco delle cose che vorrei fare a breve e medio termine, in modo da darvi un’idea concreta della mia situazione.

Quarta Piccola Parentesi: Breve Elenco

  • Sostenere i X (censuro il numero esatto per la privacy) esami che mi mancano, scrivere la tesi e laurearmi.
  • Diventare immortale.
  • Trovare una risposta alle grandi domande (chi siamo? da dove veniamo? perché esistiamo? perché sono stati inventati gli orologi da polso digitali?).
  • Perfezionare la mia conoscenza dell’inglese ed imparare altre cinque lingue (spagnolo, portoghese, tedesco, cinese e giapponese).
  • Leggere i cinquanta libri di fantascienza e fantasy in lista d’attesa.
  • Leggere i cinquanta libri mainstream di narrativa straniera in lista d’attesa.
  • Leggere i cinquanta libri mainstream di narrativa italiana in lista d’attesa.
  • Leggere i cinquanta libri di saggistica in lista d’attesa.
  • Leggere le cinquanta riviste in lista d’attesa.
  • Andare al cinema almeno tre volte la settimana.
  • Diventare ricco sfondato.
  • Capirne di più di informatica, fisica, chimica, matematica, uncinetto.
  • Risolvere i miei innumerevoli problemi psicologici.
  • Vedere i cinquanta film in VHS in lista d’attesa.
  • Vedere i cinquanta film in DVD in lista d’attesa.
  • Vedere i cinquanta film in DivX in lista d’attesa.
  • Praticare lo Zen.
  • Imparare il Kung-Fu.
  • Trasferirmi a New York.
  • Capirne di più di astrofisica, biologia molecolare, greco antico, punto-croce.
  • Viaggiare senza posa in giro per il mondo.
  • Coltivare le mie amicizie.
  • Coltivare le mie relazioni sentimentali.
  • Aggiornare spesso il mio blog.
  • Leggere i cinquanta fumetti italiani in lista d’attesa.
  • Leggere i cinquanta fumetti giapponesi in lista d’attesa.
  • Leggere i cinquanta fumetti americani in lista d’attesa.
  • Fare una foto della mia pancia e mandarla ad Elfo.
  • Mettere online le foto fatte da Dnl e continuare ad essere il suo guru.
  • Scrivere il più grande libro di filosofia della mente della storia.
  • Scrivere il più grande libro di ermeneutica filosofica della storia.
  • Scrivere il più grande libro di metafilosofia della storia.
  • Diventare come Umberto Eco.
  • Diventare come Phoebe Cates.
  • Diventare come Indiana Jones.
  • Diventare come Amanda Lear.
  • Varie ed eventuali.

Avete letto quel che c’è scritto nella quarta piccola parentesi? Sì? Bravi (se non l’avete fatto non siete mica cattivi, ma vaffanculo). Ora avete un quadro decentemente completo (in realtà non è così, ma è bello far finta che lo sia) della mia situazione. Tenete conto del fatto che la speranza di vita per un essere umano di sesso maschile, qui in Sicilia, è di 73,7 anni (contro i 78,8 della donna, ecco uno dei motivi principali per cui voglio cambiare sesso). Ho quasi 25 anni, quindi ipotizzando che io viva una ventina d’anni in più rispetto alla media (mi pare il minimo) dovrebbero restarmi all’incirca 68,7 anni. Ovviamente, se riuscirò a realizzare il secondo obiettivo dell’elenco la questione non si porrà. Mi affido a voi (chiunque voi siate). Arrivederci e grazie per la cortese attenzione.

Il libro di sabbia

Con la mano sinistra sopra il frontespizio, cercai la prima pagina con il pollice quasi incollato all’indice. Tutto fu inutile: tra il frontespizio e la mano si interponevano sempre nuovi fogli. Era come se sorgessero dal libro.
«Adesso cerchi la fine».
Fallii di nuovo; riuscii appena a balbettare con una voce che non era la mia:
«Non è possibile».
Sempre sottovoce, il venditore di bibbie mi disse:
«Non è possibile, ma è. Il numero di pagine di questo libro è esattamente infinito. Nessuna è la prima, nessuna è l’ultima […] ».

(Da Il libro di sabbia di Jorge Luis Borges)

I Malkut

  • La strategia è la via del paradosso. Così, chi è abile, si mostri maldestro; chi è utile, si mostri inutile. Chi è affabile, si mostri scostante; chi è scostante, si mostri affabile. Coloro che non sono del tutto consapevoli dei danni derivanti dall’applicazione delle strategie non possono essere neppure consapevoli dei vantaggi derivanti dalla loro applicazione. Sun Tzu

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