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Tag: Cinema

[Storify] Il capitale umano

Questo  è il mio primo esperimento con Storify. Potete leggere il post all’interno del blog oppure cliccare qui. Se non sapete cosa è Storify non siete al passo coi tempi, leggete questo articolo. Ah, arrivati in fondo ricordatevi di cliccare su “Read next page”.

Old Boy

Corea del Sud, 1988. Oh Dae-su è una persona normale (qualunque cosa voglia dire), perfettamente integrata nella società. Conduce una vita serena, grigia, sin troppo tranquilla: ha una moglie, una figlia di quattro anni e un vecchio amico che lo tira fuori dai guai quando alza un po’ il gomito (eh sì, ogni tanto capita). Il film comincia: il nostro Dae-su ha effettivamente bevuto qualche bicchiere di troppo e dà di matto in una stazione di polizia, ma non è nulla di grave. Interviene il suo amico Joo-hwan che lo trascina fuori di lì; insieme raggiungono una cabina telefonica e Dae-su tranquillizza la moglie preoccupata. Vuole tornare a casa, ha comprato pure un regalo per sua figlia. Fuori dalla cabina piove a dirotto, Dae-su esce barcollando e lascia Joo-hwan dentro la cabina a parlare con sua moglie. 1988, cabina telefonica, pioggia, fine di tutto. Si vede un ombrello viola e Dae-su scompare.

No, non sta facendo stretching

Corea del Sud, 2003. Sono passati quindici anni e Oh Dae-su non è più una persona normale. Quindici anni sono tanti, tantissimi, ma possono apparire eterni se sei costretto a passarli rinchiuso in una stanza, senza sapere il perché, senza poter uscire, con la sola compagnia di un vecchio televisore, quattro mura e un paesaggio finto alla finestra. Quindici anni di vuoto, follia, disperazione. Quindici anni di angoscia e di rabbia feroce. Pugni chiusi e calci contro il muro, ravioli fritti ogni santo giorno, allucinazioni, formiche inesistenti sotto la pelle, qualcuno che ti droga tutte le notti e la disperazione di non sapere, di non capire. Il desiderio di vendetta che giorno dopo giorno, anno dopo anno, cresce e cresce sino a diventare l’unico motivo per restare in vita. Poi la libertà e il brutto sogno che si trasforma in un incubo surreale, un vortice di eventi impossibili da dominare. Mani mozzate, polpi mangiati vivi, telefonini che squillano, combattimenti a colpi di martello, donne sconosciute, sangue e denti strappati, cagnolini suicidi, un pugnale conficcato nella schiena, ricatti, ultimatum e chat colorate. Il desiderio di capire chi sei diventato, cosa sei diventato e perché. «Sebbene sia peggio di una bestia, non ho anche io il diritto di vivere?». Rabbia e vendetta si intrecciano con paura, amore, sesso, ricordi sepolti. La risposta arriva, la verità emerge, la vendetta sta per essere consumata… ma Dae-su non sa di essere solo una pedina inconsapevole all’interno di un gioco labirintico. Un’altra verità, terribile e insopportabile, lo attende dentro una scatola colorata.

Old Boy (o Oldboy) il penultimo film del regista coreano Chan-wook Park – liberamente ispirato all’omonimo manga giapponese – è un film visivamente perfetto. Le luci, il montaggio e le inquadrature mutano col mutare della storia e si inseriscono perfettamente all’interno di un complicato meccanismo ad incastro, fatto di flashback, sottotrame, colpi di scena e repentini cambi di registro. Un lunghissimo combattimento, molto realistico, viene girato come se fosse una scena di un videogame d’azione anni ’80, il protagonista sembra rincorrere il se stesso del passato in un bellissimo montaggio alternato che racconta il riemergere dei suoi ricordi, alcune scene sono girate con la camera fissa e asetticamente documentano attimi di una violenza inaudita, altre invece ne seguono l’evolvere parossistico in modo compiaciuto e ironico. Non c’è una sola scena uguale, in Old Boy. Sembra di passare da un film all’altro, continuamente. Old Boy è violento, iperbolico, delirante, sopra le righe, ma è anche un film profondo che racconta una storia tragica e affronta temi universali e fortissimi come il sentimento di vendetta, la speranza, la redenzione, lo scacco, il rimorso, la follia. In certi momenti allo spettatore pare di trovarsi in una rielaborazione in chiave moderna di quattro o cinque drammi shakespeariani messi assieme. I drammi shakespeariani si mescolano poi ai topoi classici delle tragedie greche, la violenza disturbante si somma a quella da slapstick e il lirismo tragico si tramuta all’improvviso in umorismo da black-comedy. Il tutto rivisto in chiave manga attraverso gli occhi di un regista visionario. Il risultato non è la semplice somma delle parti, però, e i vari elementi non sono accatastati l’uno sull’altro solo per strizzare l’occhio allo spettatore (come invece fa, in modo perfetto, Tarantino). In Old Boy tutti questi meccanismi convergono e si congiungono in una perfetta unità. Una unità terribile e stordente che alla fine del film resta dentro gli occhi dello spettatore e lentamente si insinua nella sua mente, costringendolo a ritornare a quelle immagini troppo assurde per essere vere, eppure assurdamente vere. Da non perdere.

I Malkut

  • Gli antichi che desideravano […] dare un buon ordinamento alle loro nazioni, per prima cosa mettevano in ordine le loro famiglie. Desiderando mettere in ordine le loro famiglie, per prima cosa coltivavano le loro persone. Desiderando coltivare le loro persone, per prima cosa correggevano i loro cuori. Desiderando correggere i loro cuori, per prima cosa cercavano di essere sinceri nei loro pensieri. Desiderando essere sinceri nei loro pensieri, per prima cosa estendevano al massimo la loro conoscenza. Tale estensione della conoscenza stava nell’indagine delle cose. Confucio

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