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  • That’s Entertainment! (Ray Gelato I Love You)

    Volete sapere cos’è l’entertainment? L’entertainment vero, quello totale e assoluto, quello che non ha niente a che vedere col normale intrattenimento? Signore e signori, l’entertainment è Ray Gelato. Sì, si chiama proprio così (anzi no, è un nome d’arte, ma è il suo nome d’arte, ed è azzeccatissimo). Ray Gelato è un sassofonista, un uomo, un cantante, un nome buffissimo, un jazzista, un inglese italoamericano, una pancia, due bretelle, un nasone, due occhi sottili, un personaggio meraviglioso. Il sosia di Robert De Niro in Toro Scatenato, praticamente il Jake La Motta dell’immaginario collettivo. Delirio, tripudio, mille osanna nell’alto dei cieli e nelle viscere della terra per quest’uomo e per i suoi Giants.

    Questa volta dall’evento non è passata neppure un’ora. Non ho vissuto una nuova EMD, ma qualcosa di completamente diverso: sono stato intrattenuto come mai prima d’ora per tre ore di fila. Intrattenuto totalmente, mentalmente e fisicamente: dalla punta dei capelli ai dendriti all’ombelico. Il sosia di Bob De Niro-Jake La Motta, accompagnato da tre coristi-musicisti londinesi (sax alto, tromba, trombone), un pianista austriaco, un contrabbasso scozzese e un batterista dinonsodovese col diavolo in corpo, ha fatto davvero qualcosa di spectacular spectacular. Giusi e mia cugina Maria Teresa, che un paio di settimane fa si erano addormentate ascoltando il jazz raffinato e matematico della chitarra di Rudy Linka, questa volta si sono scatenate. Come tutti, d’altronde. Vegliardi e neonati, nessuno escluso. È stato un festival di musica SWING, mambo, mozzarella, mamma mia ma maritari, sing sing, Josephine Please No Lean On The Bell, Just a Gigolo, Pizza You, Tu vuo fa l’americano and so on. Un tuffo negli anni ‘40 e ‘50, nel cuore di Little Italy. L’incontenibile, inarrestabile, irrefrenabile, mitico Gelato Bollente che non si squaglia mi/ci ha fatto ridere (cavolo, non ridevo così tanto da – uh – da molto tempo) col suo fantastico italiano grasia mille Catania, grasia milla Sischilia io pallo poco itagliano, con la sua mimica, le sue smorfie, i suoi duetti col sax alto Alex Garnett (davvero esilaranti, giuro che al solo pensiero mi riesce difficile trattenermi dal cadere dalla sedia e rotolarmi a terra dalle risate), ci ha fatto ballare, cantare, ci ha meravigliati con assoli incredibili e trovate geniali, ci ha sconvolti nei dieci minuti in cui il batterista è stato lasciato libero e ha trasformato la batteria in un Vettore Dimensionale di Jazz Mentale*, ci ha deliziati con le sue piroette e i suoi movimenti al tempo stesso goffi e aggraziati. In poche parole: ci ha intrattenuti in modo divino. That’s Entertainment (lo diceva anche Jake La Motta). Santo cielo, è riuscito persino a trasformarsi in queste righe e a scavalcare gli altri 78332 post che ho in testa da tempo (il mio blog mentale ha molte più entries di quello reale) ma che per colpa delle vacche temporali** non ho ancora scritto (ad esempio quello su Donnie Darko, film bellissimo che ho visto qualche giorno fa e su cui avrei molto da dire). Mi dispiace solo aver dimenticato la fotocamera, ma io e Ray ci incontreremo ancora. Ah, Ray Gelato non mi scappi più. Ti mangerò over and over again, con tanto swing e mosarela sopra, puoi starne certo.

    * Che cavolo è un Vettore Dimensionale di Jazz Mentale?
    ** Che cavolo è una vacca temporale?

    Scritto il 03.12.04 in Sgurz. → 7 commenti

  • EMD

    Tre ore, tre ore soltanto. Sono passate solo tre ore dall’evento. Stanley Jordan e Jeff Berlin insieme, cheek to cheek, sguardo contro sguardo, chitarra contro basso elettrico. Spremuta di jazz ipercalorica, scintille di vibrazioni che ancora attraversano il mio corpo, dalla schiena alla lingua, dagli alluci ai pollici agli occhi alle orecchie. Faccio fatica a leggere le parole che compaiono sullo schermo, in mezzo ai pixel vedo le loro facce. Jeff, il Dio del basso elettrico. Strabordante, in tutti i sensi. Il nostro primo folgorante incontro è stato lo scorso febbraio. In questi mesi avrà messo su almeno dieci chili di ciccia. Probabilmente ha deciso di espandere oltre misura la sua pancia in modo da poterci appoggiare sopra il basso, oppure per far vibrare le corde al ritmo del suo ombelico.

    Jeff Berlin, il Re incontrastato del basso elettrico. Sta fermo, immobile. È una statua di marmo, tiene il basso sulla pancia, gli occhiali sulla testa, il naso sui baffi e la testa sulla pappagorgia. Poi fissa Stanley Jordan, lo guarda con occhi innamorati, gli fa l’occhiolino, sussurra qualcosa ed esplode (no, non come Terry Jones in The meaning of Life dei Monty Python). Scintille di musica ovunque, schegge impazzite, il caos nell’armonia, l’armonia nel caos. Il Jazz.

    Stanley Jordan è l’opposto di Jeff. Prima del concerto in molti si chiedevano che senso avesse un duo di musicisti tanto diversi. Troppo diversi, apparentemente inconciliabili. A una prima occhiata sembra che provengano da due pianeti distanti anni luce. Stanley è magro e ipercinetico. Prende la chitarra in mano e non appena comincia a suonare viene travolto dalla sua stessa musica e inizia a ballare. Balla con le mani sulle corde, la sua testa ondeggia, il suo corpo diventa elastico. Poi, improvvisamente, il ballerino con la chitarra e il Buddha panciuto col basso si guardano. Per un millesimo di secondo tutto rimane sospeso; il tempo si ferma, il respiro anche. Tra il pubblico, quelli che sbadigliano restano immobili con la bocca spalancata, quelli che si mettono le dita nel naso rimangono paralizzati con le dita dentro il naso. Poi il millesimo di secondo passa e accade l’incredibile. La musica di Jeff e quella di Stanley si congiungono in una alchimia perfetta. I due sono diversissimi ma complementari, come nero e bianco, yin e yang, ketchup e patatine, giorno e notte. Prendono Mozart, Yesterday, l’inno d’Italia e Stairway To Heaven e li passano nel frullatore jazz. Mettono il succo nel microonde jazz e lo fanno esplodere. Raccolgono i pezzi sparsi e li ricompongono col super attack jazz.

    Altre due foto:


    È tutto perfetto. Lo struggimento della chitarra di Stanley si alterna all’istrionismo del basso di Jeff senza soluzione di continuità. Ogni tanto si fermano, vanno al microfono e ognuno grida il nome dell’altro. Io non capisco più nulla. Mi dimentico la fotocamera accesa in modalità registrazione per 27 minuti di fila e registro le mie scarpe da tennis che si agitano in preda a una crisi epilettica. Tutto finisce troppo in fretta. Il pubblico si alza in piedi e il duo divino torna sul palco per un bis, un ter e pure un quater. Stanley si siede e suona il piano con la sinistra e la chitarra con la destra. Poi il silenzio. La calca, i commenti, il rumore di passi verso l’uscita del teatro e il jazz che continua a rimbombare tra i miei collegamenti sinaptici. Arrivo all’uscita e trovo loro. Non più entità astratte e divine ma esseri umani normali che esausti firmano autografi con i crampi alle mani. Mi ricordo di avere una macchina fotografica e costringo Rosario (chi è Rosario?) a farmi una foto con Jeff.

    Gongolante dopo aver vissuto L’EMD (Esperienza Musicale Definitiva) torno saltellando alla mia auto. Giusi accende l’autoradio su una stazione a caso. C’è Tre parole di Valeria Rossi. Dopo due secondi (il tempo di dire sole cuore amore) io e Giusi sentiamo il rumore dell’autoradio schiacchiata sotto le ruote della macchina.

    Scritto il 06.11.04 in Biblioteca di Babele, Sgurz. → 22 commenti

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