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Tag: Conoscenza

Io non parlo di cose che non conosco

Essere ignoranti non è un male di per sé. Siamo tutti ignoranti. Non c’è un solo essere umano che non ignori qualcosa, che non sia in qualche modo e per certi versi assolutamente ignorante. Immagino che Carlo Rubbia non sappia molto di semiotica, e probabilmente Umberto Eco non sa nulla di fisica delle particelle. Io ad esempio sconosco la cucina guatemalteca: sarei oltremodo sciocco se pretendessi di spiegare come si cucinano i Plátanos en Tentación a un gruppo di cuochi guatemaltechi. Il buonsenso e l’umiltà esigono che si riconosca pubblicamente la propria ignoranza. Non è mica una colpa: c’è sempre qualcuno che ne sa più di noi su qualcosa e nessuno nasce imparato.

Plátanos en Tentación. Sembrano buoni, ma prima di averli assaggiati non mi esprimo.

Io non parlo di cose che non conosco, e non lo faccio per un semplice motivo: non le conosco. Se non conosco una cosa, come posso parlarne? O meglio: come posso parlarne a ragion veduta? Posso parlare di un film che non ho visto, di un libro che non ho letto, di un frutto che non ho assaggiato, di una musica che non ho ascoltato, di una teoria scientifica che non ho studiato? No, l’unica cosa che posso fare è improvvisare, inventare, rielaborare idee di seconda o terza mano, mettere in fila alcune parole e costruire una favola da raccontare alla gente. Va più che bene quando si cazzeggia tra amici, mentre si chiacchiera al bar o dal barbiere, persino quando ci si trova impreparati di fronte al professore che interroga e bisogna essere scaltri per evitare di prendere un brutto voto. Ma che succede quando questo atteggiamento diventa la regola a tutti i livelli? Che succede quando chi parla a sproposito di cose che non conosce non è più l’allievo, ma il maestro? Che succede quando l’ignoranza si sposa con l’arroganza e l’ottusità di chi è convinto di sapere? Succede che non esistono più fatti, ma solo interpretazioni1; succede che qualunque sciocchezza può essere spacciata per verità; succede che la realtà viene ribaltata, che la menzogna va al potere; succede che tutto può essere messo in discussione, tutto. A caso, senza uno straccio di conoscenza, senza un motivo, senza un perché: solo perché disturba, perché non piace al parroco, perché non va di moda, perché minaccia lo status quo, perché è troppo complicato, perché è troppo difficile da capire. E tutto questo succede in Italia, nel 2010. Cosa ci può salvare? Nulla. Non ci resta che decidere se emigrare o fare la rivoluzione, e nel frattempo affogare la disperazione in un cannolo alla ricotta con dei giganteschi pezzi di cioccolato2.

  1. Cfr. Friedrich Nietzsche, Frammenti postumi 1885-1887, Milano, Adelphi, 1975, p. 7. []
  2. Il mio dolce preferito, almeno finché non avrò assaggiato i Plátanos en Tentación. []

Ciuffi d’isotopi in mano, nuclei pulsari, neutroni e quasari

Dendriti, assoni e sinapsi del sottoscritto risentono spesso di quello che avviene nel mondo esterno (ove per mondo esterno intendo anche il mio corpo, che per quanto sia tutt’uno con quella che viene comunemente definita mente, non riesco a non percepire come qualcosa di parzialmente alieno… ma questa è un’altra storia che vede come protagonisti Plotino, Cartesio, neuroscienziati, filosofi della mente, anime, psiche, AI e diagrammi di flusso, e che per ora è meglio mettere da parte). Quello che avviene nel mondo esterno, quello che normalmente viene da tutti deglutito, digerito, assimilato, accettato. In che senso ne risento? Ecco, accade spesso, molto spesso, ultimamente sempre più spesso – ma in verità mi succedeva anche quando avevo nove anni – che io (qualunque cosa voglia dire “io”, ma anche questa è un’altra storia) senta su di me il peso della realtà esterna. Ora, la realtà esterna, si sa, non è un peso piuma, essendo realtà esterna pressoché tutto quello che non è me (che è davvero tanto, a meno che non si decida di abbracciare il solipsismo… è necessario dire che anche questa è un’altra storia?), quindi non è difficile immaginare che, come minimo, mi faccia un po’ male la testa.

Una supernova esplode, peli sul naso di un cercopiteco, sogni di un gatto vissuto 3400 anni fa, giacche di tweed e pantaloni a zampa d’elefante, teorie matematiche e ipotetiche civiltà aliene, colonie di formiche e centinaia di miliardi di galassie, ipertesti e Critica della ragion pura, lo scheletro di Kant e la polvere cosmica, mal di pancia e onde elettromagnetiche, il sesso, fiori, pop art, big bang, spazio-tempo, volontà, il guscio delle noci. E ancora: i denti, la plastica, il passato, il sapore di un’albicocca, l’espansione dell’universo, evoluzione, involuzione, i pensieri di un delfino, la torta Sacher, antimateria, la morte, una femmina di pterodattilo e i suoi cuccioli, la biodiversità, gli orologi da polso digitali, molecole, bollicine, il brodo primordiale, sabbia finissima, fotoni e batteri, rappresentazione, DNA e Arbre Magique, motore a scoppio e vita negli abissi dell’oceano, capelli cotonati, un pipistrello e la canna di un fucile, la tastiera di questo computer, le mie mani, le unghie, lo zucchero a velo, la nascita, i fumetti, gli origami, gli scimpanzè, il cervello di Mozart e quello di un serial killer, il cinema, semiosi illimitata, strutturalismo, teorie, pratica, parole, linguaggio, dighe, inondazione, straripamento, overdose, overflow.


Nei Veda e nei Purana la realtà esterna, così come si presenta alla nostra coscienza (cosa cavolo è la coscienza?) è chiamata Velo di Maya (Schopenhauer ha poi reso famosa questa espressione). Noi non viviamo nella vera realtà, l’universo intero è illusione, apparenza. Siamo avvolti dal Velo di Maya che ci preclude la visione di ciò che è davvero reale. Ma cos’è davvero reale? È possibile squarciare il velo di Maya? In certi momenti, mentre gli altri preparano il caffè, fanno la pennichella, attaccano l’Iraq, elaborano formule matematiche o giocano a freccette; mentre sbadigliano, fanno l’amore, sorridono, uccidono, pregano, nascono, scrivono, sognano; mentre l’acqua del fiume scorre senza la minima increspatura, mi capita di percepire la presenza del Velo. Ogni cosa, ogni singola cosa di questo mondo, tutto quello che ho imparato a dare per scontato, smette di essere normale e diventa strano, pazzesco, incredibile. Tutto. Io sono un alieno. Voi siete degli alieni. Non c’è nulla che non sia alieno. Resto a bocca aperta. E se fosse tutto un gioco (una specie di The Sims su scala cosmica)? E se io fossi una cavia? Perché la gente attorno a me sembra non accorgersi di nulla? Fanno parte del gioco? Sono io la sola vittima? Qual è la verità? E però l’idea del Velo di Maya, per quanto suggestiva, è ancora troppo poco. La realtà è incredibilmente più complessa e strana di quanto una mente umana possa anche solo lontanamente concepire. Che fare, allora? Rinunciare? Morire a 79,12 anni, con ironia? Studiare la materia, le microparticelle o i versi di un poeta e lasciar perdere la vertigine della visione d’insieme? Diventare come Philip K. Dick negli ultimi anni della sua vita, impazzire cercando di capire l’impossibile? O diventare superficiali e/o cinici e rispondere a chi si pone questi problemi (quanti? ci stiamo estinguendo) dicendo che sono solo pippe mentali? (Che avete contro le pippe? Bigotti!)

Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta, diceva il buon vecchio Socrate. E Jostein Gaarder, un paio di millenni (e rotti) dopo:

Da Il mondo di Sofia:

«Immagina di passeggiare in un bosco. All’improvviso, sul sentiero davanti a te, vedi una navicella spaziale. Ne sta uscendo un minuscolo marziano che comincia a fissarti… Che cosa penseresti in una situazione del genere? Non importa, fa lo stesso. Piuttosto, non ti è mai capitato di pensare a te stessa come a un marziano?
È assai improbabile che tu ti imbatta in una creatura di un altro pianeta. In effetti, non sappiamo neanche se ci sia vita su altri pianeti. Invece è possibile che tu ti imbatta in te stessa. Un giorno ti fermi di colpo e pensi a te stessa in modo completamente nuovo. Magari può succedere proprio mentre stai facendo una passeggiata nel bosco. Sono una strana creatura, pensi, sono un animale misterioso… È come se ti svegliassi da un sonno lunghissimo che dura da anni, proprio come è successo alla Bella Addormentata nel Bosco. Chi sono io? ti chiedi. Sai che stai vagando su un pianeta dell’universo. Ma cos’è l’universo? Se ti capita di pensare a te stessa in questo modo, hai scoperto qualcosa di misterioso al pari del marziano di cui ti parlavo poc’anzi. Non hai incontrato una creatura che viene dallo spazio, ma hai guardato dentro di te e ti sei vista come una strana creatura.
[…]
Voglio fare una precisazione: anche se le domande filosofiche riguardano tutti gli esseri umani, non tutti diventano filosofi. Per motivi diversi, la maggior parte delle persone è così presa dalle cose di tutti i giorni che il pensare all’esistenza occupa l’ultimissimo posto.
Per i bambini, il mondo, con tutto ciò che offre, è qualcosa di nuovo, di stupefacente. Non è così per tutti gli adulti, la maggior parte dei quali percepisce il mondo come un fatto ordinario. I filosofi rappresentano una nobile eccezione. Un filosofo non è mai riuscito ad abituarsi del tutto al mondo che, per lui, continua ad essere assurdo, sì, enigmatico e misterioso. I filosofi e i bambini hanno in comune questa importante capacità. Potremmo ben dire che un filosofo conserva la pelle delicata di un bambino per tutta la vita. Adesso devi scegliere, cara Sofia, sei un bambino che non è ancora riuscito ad “abituarsi al mondo”? O sei un filosofo che giura di non abituarsi
mai? Se scuoti la testa e non ti senti né bambino né filosofo è perché il mondo ti è diventato così familiare che non ti stupisce più.»

Cosa si prova ad essere un pipistrello? Si prova qualcosa ad essere un neurone? Si prova qualcosa ad essere qualche miliardo di neuroni dentro una scatola cranica? Due anni fa, più o meno, mentre tornavo a casa dopo aver comprato il pane, mi sono imbattutto in un cane randagio. Nella mia vita avrò incontrato decine di cani randagi. Quella volta, però, mi sono comportato in modo strano (ovvero in un modo che, nella nostra società, è solitamente etichettato come strano). Il cane ha cominciato a fissarmi, e io per tutta risposta mi sono fermato e ho fatto lo stesso. L’ho fissato. Mi sono perso negli occhi di un cane per un tempo indefinibile. Una scenetta invero piuttosto ridicola, ne convengo. Il fatto è che io cercavo di capire, fissandolo, cosa cavolo gli passasse per la testa (sì, volevo stabilire un contatto telepatico con un cane… e allora?). Probabilmente pensava qualcosa come “fame – cibo – gnam”, ma questo non lo saprò mai. Eravamo uno di fronte all’altro, ma le nostre menti erano distanti anni luce. Quel cane era come un extraterrestre, un’entità strana, incomprensibile. Che cosa prova quel singolo cane, ora (supponendo che sia ancora vivo)? Che cosa sente, percepisce, pensa in questo momento, mentre io sono comodamente seduto davanti al computer? Due anni fa, all’incirca nello stesso periodo, ho provato a guardare negli occhi anche una zanzara (sì, a Catania non è poi così strano che a dicembre ci siano le zanzare). Come si fa a guardare negli occhi una zanzara? Cos’è la vita per una zanzara? Zanzare, mosche, formiche, vermi, topi… dove vivono? In quale mondo? E quando muoiono che fine fanno? Si reincarnano in qualcos’altro? È tutta una questione di karma? Delfini, alberi, virus, microbi, uomini, dinosauri, oggetti inerti, oggetti vivi. Quale sarà la nostra prossima reincarnazione? Nessuna? L’assoluto e inconcepibile nulla? Qualcosa non quadra. In certi momenti provo a convincermi che esistono amore e libertà, che siamo circondati dal bene e che il nostro mondo è un paradiso multiforme e policromatico che ci è stato regalato da qualche divinità benevola per renderci felici. Ma non è così. Il guaio è che non è neppure un inferno mostruoso generato dal caso, una prigione nera da cui è impossibile evadere. No, non è ying e non è yang, non è nero e non è bianco. Qual è la verità? È forse una mescolanza di tutte e due? È il Tao? Non lo so. Non basta usare la fuzzy logic o trovare lo Zen per capirci qualcosa. Ripeto: la realtà è incredibilmente più complessa e strana di quanto una mente umana possa anche solo lontanamente concepire. È più strana del Tao, di Buddha e di Allah. Più strana delle formule della fisica, delle teorie filosofiche (ci sono più cose in cielo e in terra…) e del Dio dei cristiani. Ma è forse questo un buon motivo per voltare le spalle alla ricerca e guardare le sorelle Lecciso* in tv? (Sì, forse sì.)

*Cosa si prova ad essere una Lecciso?

I Malkut

  • There is no nonsense so gross that society will not, at some time, make a doctrine of it and defend it with every weapon of communal stupidity. Robertson Davies

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