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Zahir.net

A Ginevra, nel 1993, lo Zahir finì nelle mani di un informatico londinese. Era una ragnatela. Nel febbraio del 2004 fu trovato da un giovane studente di Harvard, che lo vide sotto forma di una ‘f’ immersa nel blu. Alcuni sostengono che oggi lo Zahir abbia assunto l’aspetto di piccoli monoliti neri, oggetti di pochi centimetri in grado di contenere infinite tigri. Forse sta avvenendo quanto paventato da Borges. Tra non molto lo Zahir sarà ovunque. Per tutti lo Zahir sarà l’unica e sola realtà. Chi non vedrà lo Zahir, non vedrà nulla. Chi non avrà lo Zahir o non farà parte dello Zahir, cesserà di esistere.

«A Buenos Aires lo Zahir è una moneta comune, da venti centesimi; graffi di coltello o di temperino tagliano le lettere NT e il numero due; 1929 è la data incisa sul rovescio. (A Guzerat, alla fine del secolo XVIII, fu Zahir una tigre; in Giava, un cieco della moschea di Surakarta, che fu lapidato dai fedeli; in Persia, un astrolabio che Nadir Shah fece gettare in mare; nelle prigioni del Mahdí, intorno al 1892, una piccola bussola avvolta in un brandello di turbante, che Rudolf Carl von Slatin toccò; nella moschea di Cordova, secondo Zotenberg, una vena nel marmo di uno dei milleduecento pilastri; nel ghetto di Tetuàn, il fondo di un pozzo.) Oggi è il tredici di novembre; il giorno sette di giugno, all’alba, lo Zahir giunse alle mie mani; non sono più quello che ero allora, ma ancora mi è dato ricordare, e forse narrare, l’accaduto. Ancora, seppure parzialmente, sono Borges.

[…]

‘Zahir’, in arabo, vuol dire notorio, visibile; in questo senso è uno dei novantanove nomi di Dio; la gente, in terra musulmana, lo usa per “gli esseri e le cose che hanno la terribile virtù d’essere indimenticabili e la cui immagine finisce per render folli gli uomini.” La prima testimonianza indubbia è quella del persiano Luft Alì Azur. Nelle diligenti pagine dell’enciclopedia biografica intitolata “Tempio del Fuoco”, quel monaco poligrafo ha narrato che in una scuola di Shiraz v’era un astrolabio di rame, “costruito in tal modo che chi lo guardava una volta non pensava più ad altro e così il re ordinò che lo gettassero nel profondo del mare, affinché gli uomini non obliassero l’universo.” Più ampia è la relazione di Meadows Taylor, il quale servì il ‘nizam’ di Haidarabad e scrisse il famoso romanzo “Confessions of a Thug”. Intorno al 1832, Taylor udì nei sobborghi di Bhuj l’insolita espressione “aver visto la Tigre” (‘Verily he has looked on the Tiger’), per significare la pazzia e la santità. Gli dissero che si alludeva, con quella locuzione, a una tigre magica, ch’era stata la perdizione di quanti l’avevano vista anche da lontano, perché tutti, da quel momento, avevano pensato incessantemente ad essa, fino alla fine dei loro giorni. Qualcuno disse che uno di quegli sventurati era fuggito a Mysore, e là aveva dipinto, in un palazzo, la figura della tigre. Alcuni anni dopo, Taylor visitò le carceri di quel regno; nel carcere di Nittur, il governatore gli mostrò una cella, dove sul pavimento, sui muri e sul soffitto un fachiro musulmano aveva disegnato (in rozzi colori che il tempo, invece di cancellare, affinava) una specie di tigre infinita. Quella tigre era fatta di molte tigri, in modo vertiginoso; l’attraversavano tigri, era tagliata da tigri, comprendeva mari, Himalaya ed eserciti che parevano rivelare altre tigri.

[…]

Prima del 1948, il destino di Giulia m’avrà raggiunto. Dovranno alimentarmi e vestirmi, non saprò se è sera o mattina, non saprò chi fu Borges. Chiamare terribile un tale futuro è un errore, giacché nessuna delle sue circostanze mi toccherà. Tanto varrebbe sostenere che è terribile il dolore di chi, sotto anestesia, ha aperto il cranio. Non percepirò più l’universo, percepirò lo Zahir. Secondo la dottrina idealista, i verbi ‘vivere’ e ‘sognare’ sono rigorosamente sinonimi; di migliaia di apparenze, me ne rimarrà una; da un sogno molto complesso, passerò a uno molto semplice. Altri sogneranno che sono pazzo; io, lo Zahir. Quando tutti gli uomini della terra penseranno, giorno e notte, allo Zahir, quale sarà il sogno e quale la realtà, la terra o lo Zahir?»

Jorge Luis Borges, Lo Zahir, in L’Aleph (1949), trad. it. di Francesco Tentori Montalto

I miei 101 amici

Io ho 101 amici, vi rendete conto? Ho 101 amici e il cuore ricolmo di orgoglio e gratitudine. È bello avere tanti amici, ma ancor più bello averne proprio 101. 101 è un numero magico e palindromo. Ok, pure 202 e 303 sono palindromi, ma non hanno nulla della magia del 101. 101 è magico perché negli anni ’80 c’era una bibita fichissima che si chiamava così (in realtà si chiamava One-O-One, ma è uguale), con quel gusto un po’ speciale che sembrava quello della Coca-Cola ma era tutta un’altra cosa; 101 è magico perché è la somma di cinque numeri primi consecutivi (13 + 17 + 19 + 23 + 29) e perché la statua della libertà è alta 101 piedi dalla base alla torcia; 101 è magico perché i gatti saran pure 44 in fila per 6 col resto di 2, ma i cani della carica sono 101 e non si discute; 101 è magico perché è fatto coi numeri del codice binario e perché è il nome di un’emittente radiofonica che trasmette le canzoni che amiamo degli anni ’80, ’90 e di oggi (e scusate se è poco). Insomma, 101 è magico e ora io ho 101 amici e questa è una cosa stupenda. Sono proprio tanto felice, e in preda all’euforia ho deciso di fare due conti su questi miei 101 amici.

(La lingua d'Albione è più cool)

Ordunque, cominciamo col dire che nove dei miei centouno amici (l’8.9%) sono dei perfetti sconosciuti, nel senso che non ho proprio la più pallida idea di chi siano: due ragazze sono diventate mie amiche per via dello stesso cognome (una vive addirittura in Argentina, che bello), un altro paio perché siamo nati lo stesso giorno, mese e anno (eh, il destino), due tizi di New York per motivi oscuri che non ricordo, un ragazzo turco perché condividiamo il film preferito (Fuori orario) e un altro newyorkese perché ha la linea simiana come me. E siamo a otto. Il modo in cui sono diventato amico della nona sconosciuta è il più bello di tutti e merita d’esser sottolineato. Un paio di settimane fa ho ricevuto una richiesta d’amicizia da parte di una simpatica signora di sessantatre anni; incuriosito, le ho scritto questo:

Ci conosciamo?

E lei ha risposto così:

Professeur de mathématiques retraitée de Belgique, je vis maintenant à Agde (Hérault,France), et continue mes bénévolats commencés en Belgique ; déléguée de l’ADMD ( Association pour le Droit de Mourir dans la Dignité), je suis aussi libre penseur, administrateur des Crématistes, et vais souvent à Paris, pour suivre des formations organisées par le CISS (collectif interassociatif sur la santé), car je suis représentante des usagers dans les hôpitaux. J’ai beaucoup d’affinités avec l’Italie, puisque j’ai une petie maison dans le centre historique d’Apricale ( Liguria)….Bises. Micheline

Potevo ignorare la sua richiesta d’amicizia? Ovviamente no. Altri sei dei miei centouno amici (il 5.9%) non sono umani, nel senso che non hanno un cervello e sono sprovvisti di autocoscienza (no, non sono amico di Borghezio): uno ad esempio è un pupazzo rosa peloso, un altro è un sito studentesco, un altro ancora è un CCC (Centro Culture Contemporanee). Suppongo invece che altri otto amici (il 7.9%) siano umani, ma non posso esserne certo perché non li ho mai conosciuti di persona né ci ho mai parlato al telefono, ma solo attraverso internet (alcuni li frequento da anni attraverso chat e blog, e in tutto questo tempo ho avuto modo di entrare in contatto con le loro manie, idiosincrasie e tribolazioni sentimentali, ma non ho mai visto in faccia nessuno di loro). Dodici (l’11.8%) li ho incontrati una sola volta in tutta la mia vita; in alcuni casi si è trattato di incontri lunghi e significativi, in altri di apparizioni fugaci ma intense, in altri ancora il tutto si è risolto in un “Ciao, come ti chiami? Posso aggiungerti su Facebook?”. Quattro (il 3.9%) erano miei compagnetti alle scuole elementari e non li vedo da circa vent’anni, mentre altri otto (il 7.9%) erano miei amichetti ai tempi del liceo e il nostro ultimo incontro risale a poco tempo fa (da un minimo di due a un massimo di undici anni, praticamente nulla su scala cosmica); i compagni delle medie invece sono zero (lo 0.0%), perché tutti morti, in carcere, rapiti dagli alieni o risucchiati da un buco nero. Ben ventiquattro (il 23.7%) li ho conosciuti all’università e proprio con ventiquattro non mi vedo da almeno un anno (ma non sono necessariamente le stesse persone). Due (l’1.9%) sono miei parenti (il che invero è piuttosto singolare, considerato il fatto che ho nove zii e ventiquattro cugini di primo grado). Con cinque (il 4.9%) mi sono scambiato dolci baci e languide carezze, ma se volete sapere chi sono state freschi (ok, cliccando qui potrete scoprire l’identità di una di loro). Oh, uno (lo 0.9%) è un teologo benedettino, autore del De Corpore et Sanguine Domini. Potrei finire elencando i debosciati con cui mi frequento con maggiore assiduità, ma quelli non ho voglia di contarli (eccone uno, giusto a titolo esemplificativo). Bene, direi che è tutto. Prima di salutarvi, però, ci tengo a ribadire che ho 101 amici e il cuore ricolmo di orgoglio e gratitudine. Di seguito riporto la frase che ho scritto a caratteri cubitali sulla mia Smemo rosa. Arrivederci e grazie per la cortese attenzione.

La frase che ho scritto a caratteri cubitali sulla mia Smemo rosa

I Malkut

  • The whole problem with the world is that fools and fanatics are always so certain of themselves, but wiser people so full of doubts. Bertrand Russell

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