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- Everyman
[Scritto il 14 aprile 2007]
Everyman è l’ultimo libro di Philip Roth. Romanzo breve di 117 pagine, pare sia lontano anni luce dall’intensità e dalla forza di Lamento di Portnoy, Pastorale americana e altri capolavori rothiani. Io questo però non lo so, perché Everyman è il primo romanzo di Roth che leggo. So solo che in qualche modo ha lasciato il segno – un piccolo segno – e m’ha fatto venire voglia di leggere subito qualcos’altro di suo (mi sa che comincerò proprio con Lamento di Portnoy). Everyman è la storia di un uomo e di quell’uomo soltanto, ma potrebbe essere la storia di ogni uomo. Una storia che comincia col funerale del protagonista e finisce con la sua morte. Dentro questo cerchio perfetto ci sono solo spezzoni e flashback a singhiozzo della sua vita: errori, passioni, rimpianti, amori, rimorsi, incomprensioni, speranze, illusioni, disillusioni. E poi gradualmente decadenza, sofferenza e malattia che assurdamente prendono il sopravvento e si impossessano di lui. È la storia di un uomo per quel che è: un corpo che che cresce, respira, soffre, pensa, si muove, scopa, si riproduce, crea e distrugge relazioni, fa cose intelligenti e commette imperdonabili e normalissime cazzate; ed è fatto di muscoli, nervi, vene e contiene un cervello e un cuore e tanti altri organi che all’improvviso cominciano a funzionare male e poi si rompono e l’uomo muore ed è tutto finito.
Tutto qui. Niente che appaghi o consoli, nessuna speranza residua, nessun intreccio avvincente o sorprendente. Quel che resta alla fine sono solo ossa, ricordi sparsi qua e là e un po’ di vuoto. Probabilmente non è tra i migliori romanzi di Roth e non so se m’è piaciuto; forse sì, ma propendo per il no. Non credo sia questo il punto, però. Il punto è che m’ha lasciato una microscopica e impercettibile sacca di vuoto nella mente. Nient’altro.

Insieme a Howie, aveva smesso di prendere sul serio il giudaismo a tredici anni – la domenica dopo il sabato del suo bar mitzvah – e da allora non aveva più messo piede in una sinagoga. Aveva persino lasciato in bianco lo spazio per la religione sul modulo di ammissione all’ospedale, per evitare che la parola «ebreo» provocasse la visita di un rabbino, venuto a parlare con lui nella sua stanza nel modo in cui parlano i rabbini. La religione era una bugia che aveva riconosciuto presto nella vita, e trovava offensive tutte le religioni, considerava insensato e puerile il loro superstizioso bla-bla e non poteva soffrire l’assoluto infantilismo di tutto ciò: i discorsi da bambini e la rettitudine e le pecore, gli avidi credenti. Niente abracadabra su Dio e sulla morte, né obsolete fantasie sul paradiso, per lui. Esisteva solo il nostro corpo, venuto al mondo per vivere e morire alle condizioni decise dai corpi vissuti e morti prima di noi. Se si fosse potuto dire che aveva individuato una nicchia filosofica in cui collocarsi, eccola: l’aveva trovata presto e intuitivamente, e per quanto elementare, era tutta lì. Se avesse mai scritto un’autobiografia, l’avrebbe intitolata Vita e morte di un corpo maschile.
Sim Dawdler |